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IL VOLONTARIATO IMPEGNATO NEL PENITENZIARIO E NEI PERCORSI DELLA GIUSTIZIA

di Livio FERRARI

presidente
Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia

 

Contesto dell’intervento

Il volontariato è sempre stato presente nel carcere (anche se con diverso nome) ma è con la riforma penitenziaria (Legge 354 del 25/7/75) che esso acquisisce una nuova dignità insieme alla consapevolezza di poter giocare un ruolo importante nel processo che dovrebbe condurre al pieno reinserimento nella vita sociale di chi, per le ragioni più diverse, è stato privato della propria libertà. Tale consapevolezza cresce con la legge Gozzini, grazie alla quale si sono moltiplicate le possibilità di azione dei volontari sia all’interno del carcere che all’esterno, sul territorio, nel tentativo di creare un nuovo rapporto tra carcere e società.

Non è per illustrare dettagliatamente tutto ciò il motivo di questo documento, ma riteniamo di dover almeno accennare alle diverse tipologie di intervento che ci vedono impegnati all’interno degli istituti penitenziari. Pensiamo alla relazione personale con i detenuti, che diventa occasione di relazione anche con le loro famiglie, al sostegno psicologico, alle possibilità ricreative, culturali, formative che sono offerte, all’attenzione particolare verso chi è più in difficoltà: persone tossicodipendenti, sieropositivi e malati di aids, immigrati, soggetti con problemi psichici, etc.

Si è molto sviluppata, inoltre, tutta un’attività sul territorio che coinvolge altre realtà come la scuola, le istituzioni, l’associazionismo per progetti riguardanti sia il carcere che il post-carcere e favorisce l’accesso alle misure alternative, tra l’altro: aiuto nella ricerca di casa e lavoro, creazione di comunità di accoglienza e di cooperative, supporto alla famiglia, e cosi via. Da ultimo, è cresciuta, anche se più lentamente, un’attività di sensibilizzazione della società perché siano vinti alcuni pregiudizi circa le persone detenute e l’istituzione carceraria, perché si realizzino migliori condizioni detentive e, soprattutto per i reati minori, si punti con più decisione alle pene alternative al carcere, affinché cambi la cultura della pena. Se abbiamo deciso di produrre questo elaborato non è per soffermarsi su ciò che di positivo viene realizzato, quanto per interrogarci su quello che è ancora da fare, sui problemi irrisolti, sulle necessità cui dare risposta, sui cambiamenti per i quali lottare. Vogliamo farlo a partire da ciò che siamo e dalle difficoltà che sperimentiamo, con la semplicità di chi accetta di mettersi in gioco e di camminare con gli altri.

Non possiamo dire che operare dentro il carcere sia facile. Ogni giorno ci scontriamo con la burocrazia, le miriadi di circolari, le lunghe attese, la difficoltà di trovare gli interlocutori giusti per i diversi problemi, con le condizioni di vita disumane riprodotte in quasi tutte le strutture: sovraffollamento, violenza, totale inattività delle persone detenute, turni massacranti degli agenti di polizia penitenziaria, etc. Ci scontriamo talora con la concezione che il volontariato costituisca una presenza superflua, inutile, se paragonato ai ruoli professionali, una presenza che "premia" chi ha la colpa, una presenza che disturba e ne è prova il fatto che il volontariato in carcere dipende dall’atteggiamento della direzione.

Il volontariato non può essere indifferente a tutto ciò e si domanda cosa è possibile fare per superare tali difficoltà. Dobbiamo limitarci alla presenza, tamponando le falle come possibile?

Occorre fare pressioni a vari livelli perché qualcosa muti dentro l’istituzione penitenziaria? E come agire senza che ciò si traduca in un’ulteriore difficoltà per chi è detenuto? Occorre promuovere una nuova interazione con gli operatori professionali interni ed esterni al carcere? Nel carcere, infatti, sono presenti molti soggetti (direttori, polizia penitenziaria, educatori, assistenti sociali, operatori dei Sert, esperti, cappellani, etc. e diventa problematico lavorare insieme, realizzare quella collaborazione che, sola, permette di dare vita a progetti mirati di reinserimento per ogni persona che deve scontare una pena detentiva. Spesso sono presenti pregiudizi, mancanza di conoscenza rispetto ai reciproci compiti; la struttura stessa con la sua rigidità, rende più difficile l’incontro, il confronto. Come ovviare a questa situazione e arrivare alla collaborazione di cui si è parlato? Quali passi dovrebbero compiere i diversi soggetti? Come volontariato, quali suggerimenti possiamo dare, quali impegni assumere e chiedere agli altri di assumere? Ci sono esperienze molto belle a testimoniare la possibilità del lavoro comune: come far sì che non rimangano eccezioni, che non siano dovute alla buona volontà dei singoli ma divengano un obiettivo per tutti (in vista del quale dedicare tempo, energie, risorse anche economiche).

E’ nostro comune convincimento che la detenzione non debba costituire l’unica possibilità per scontare un debito con la giustizia, ma che debbano esistere modalità alternative e che il carcere stesso sia, in ogni caso, una struttura che interagisce con il territorio, in modo da favorire il reinserimento nella società e non da provocare ulteriore emarginazione o esclusione (per la società meglio prevenire che reprimere, come esprime bene anche la nostra Costituzione - art. 3).

Purtroppo la realtà è ben diversa: è difficile ottenere le misure alternative, previste per legge, perché mancano le opportunità di lavoro e, per molti (immigrati ad esempio), di alloggio; è difficile il reinserimento perché, oltre ai problemi concreti (lavoro soprattutto), persiste spesso una mentalità che "condanna" anche quando si è pagato il proprio debito con la giustizia; è difficile, anche come comunità cristiana, testimoniare la capacità di perdono e riconciliazione che permettono a chi ha sbagliato di ricominciare effettivamente daccapo.

Come volontariato quali attenzioni dovremmo sviluppare in tale ottica? Quale spazio riserviamo nella nostra azione alla presenza sul territorio, al coinvolgimento di realtà diverse: scuola, associazionismo, imprenditoria, parrocchia, etc., nel settore in cui operiamo? Quale supporto offriamo alle famiglie di chi è detenuto? Quanto siamo in grado di incidere sull’opinione pubblica, sulla mentalità della gente comune per cambiare certi pregiudizi? Quale proposte possiamo fare a livello istituzionale perché quanto affermato nei principi si traduca in realtà?

Sappiamo che anche se in misura minore rispetto ad altri settori, sono molti i gruppi e le associazioni di volontariato che, in modi diversi, operano nell’ambito della giustizia; purtroppo esiste una grande frammentazione, ognuno tende a lavorare per proprio conto senza conoscere ciò che fanno gli altri e senza ricercare una concreta collaborazione, tutto ciò è favorito anche dalla legislazione che ancora parla all’art. 78 di volontari singoli. Siamo carenti nella capacità di lavorare insieme, ma come superare tale carenza?

Questa Conferenza è frutto dell’impegno a cambiare questa mentalità, a far crescere la cultura del lavoro di rete, del lavoro per progetti condivisi.

Come far si che tale passaggio si realizzi a livello di base, sul territorio, soprattutto la dove c’è un carcere? Come lavorare insieme pur mantenendo le rispettive peculiarità, pur avendo riferimenti valoriali diversi? Sappiamo che non è facile, immediato, ma è necessario assumere questa prospettiva non tanto in chiave strumentale, insieme si è più forti, si possono realizzare azioni più significative, si acquista maggior peso rispetto alle istituzioni. Ma come segno che è tutta la comunità nelle sue diverse componenti che deve farsi carico del "suo" carcere, dei problemi legati alla giustizia e lavorare per una società più giusta e fraterna. Siamo capaci di crescere insieme in questa prospettiva valoriale?

Sono molte le domande che ci stiamo ponendo e la possibilità di trovare risposte concrete è legata alla disponibilità nei confronti di un cammino di formazione permanente. Se al volontariato non mancano motivazioni, buona volontà, spirito di sacrificio, occorre dedicare più tempo a una formazione che permetta di acquisire una visione ampia dei problemi che si affrontano, di conoscere le possibilità istituzionali per affrontarli, di lavorare in rete in base a una progettualità condivisa, di fungere da stimolo alla società, alle istituzioni, alla comunità ecc.. Quanto spazio diamo nei nostri gruppi a una formazione di questo tipo? E’ possibile pensare a momenti formativi comuni dei volontari valorizzando le risorse e le esperienze che ognuno ha? Si potrebbe ipotizzare addirittura un cammino di formazione comune che coinvolga i diversi soggetti interessati: volontari, operatori sociali, polizia penitenziaria etc.?

Come coinvolgere le persone detenute disponibili in un cammino di co-educazione ai valori: rispetto, dignità della persona, dialogo, responsabilità, cittadinanza etc.?

Il volontariato e le culture della pena

Ma detto tutto questo vediamo cos’è il volontariato operante nella giustizia e come si pone nei percorsi della solidarietà in questo momento storico. Dobbiamo innanzitutto rilevare che si tratta di donne e uomini che mettono a disposizione se stessi per una crescita della collettività, la quale non può espellere come un corpo estraneo chi pur ha infranto le regole di convivenza tra esseri umani.

Nell’ambito della giustizia: significa in concreto comprendere nei nostri confini gli interventi di prevenzione e di reinserimento post-carcere. Ossia considerare in primo luogo il nocciolo centrale del rapporto reato-pena e questo ci obbliga ad affrontare una molteplicità di realtà ossia il disagio umano e i conflitti sociali che si manifestano sul territorio e che rappresentano nella maggior parte dei casi l’origine della frattura violenta e tragica del rapporto individuo- collettività. Quotidianamente siamo costretti a confrontarci con culture familiari, con modelli sociali, con desideri indotti, con valori falsati e propagandati, con psicopatologie innate o acquisite ma sicuramente trascurate se non negate, con malesseri esistenziali, con fratture nel campo dei diritti individuali e collettivi.

Nell’ambito della giustizia: significa, per la fase post-espiazione, reinserire, e spesso inserire per la prima volta, un individuo in un contesto familiare, sociale, professionale che nella maggioranza dei casi ha già operato un rifiuto.

Questa è la fotografia di un intervento sul tema della giustizia, il cui terreno privilegiato dovrebbe essere il territorio.

E il carcere? Crediamo dovrebbe essere impiegato solo come soluzione estrema perché dovrebbero essere percorse anche altre strade affinché sia risarcito il danno nello spirito della Costituzione e senza nulla togliere al valore soggettivo e collettivo della condanna.

Abbiamo oltrepassato la boa dei 20 anni della riforma penitenziaria varata il 26 luglio 1975, che finalmente aggiornava, o meglio modificava radicalmente norme risalenti al 1931, se non al 1891 e al 1862. E’ una riforma che risente del diverso clima culturale - quello della metà degli anni settanta - molto più attento e ricettivo alle sperimentazioni e alle tematiche riguardanti le aree emarginate della nostra società. Il detenuto diventa titolare - oltre che di doveri e qualche volta di privazioni al limite della costituzionalità - anche di diritti.

Gli anni successivi saranno difficili, sia per l’applicazione delle norme sia per il clima che attraversa il paese; siamo nel pieno del terrorismo, che, tradotto in linguaggio carcerario, significa carcere duro, differenziato, abolizione di molti diritti, rivolte, sequestri, omicidi in carcere fra detenuti.

Abbiamo anche oltrepassato una seconda boa, quella dei 10 anni delle cosiddetta legge Gozzini, varata il 10 ottobre 1986, che riesce a riportare la pace sociale all’interno degli istituti. di pena garantendo un trattamento individualizzato finalizzato a una graduale uscita dalle celle attraverso un potenziamento delle misure alternative al carcere.

La legge Gozzini è stata sicuramente una tappa fondamentale per la storia del nostro volontariato. Esperienze in tal senso esistevano già prima del 1975, soprattutto nei luoghi di sperimentazione della futura riforma, ma dal 1986 in poi si vive un momento di grandi aperture, ma soprattutto di speranze e prospettive. Si avanza nella direzione della decarcerizzazione, puntando su un trattamento dell’esecuzione della pena finalizzato al reinserimento del condannato. Tradotto per il mondo del volontariato significò un ingresso massiccio negli istituti di pena di persone impegnate in attività di sostegno e un nuovo percorso di relazioni sul territorio con realtà sociali ed enti locali.

Lo spirito innovativo della legge purtroppo non è riuscito ad arrivare ai giorni nostri.

Emergenze dettate dalla pericolosità della criminalità organizzata (vedi mafia), campagne stampa terroristiche nei confronti dell’opinione pubblica per episodi di inosservanza alla legge si gravi ma isolati, un desiderio culturale se non istintivo che alberga in molti di giustizialismo spicciolo e immediato, un avvicendarsi di formazioni politiche al governo del paese che hanno usato per fini elettorali il tema della sicurezza sociale, tutti questi elementi e altri ancora, hanno concorso all’approvazione di provvedimenti legislativi che hanno modificato in parte sostanzialmente la filosofia della legge Gozzini. Sempre per il mondo del volontariato questo clima generale e i conseguenti interventi legislativi hanno comportato un restringimento delle possibiltà di intervento. Negli ultimi anni, e tuttora, nel dibattito politico e giuridico, e nell’attività quotidiana del volontariato, si è dovuta affrontare l’emergenza - congenita e permetteteci di dire irrisolvibile con l’attuale legislazione - del sovraffollamento negli istituti di pena di ogni parte del paese.

Il carcere inoltre ha subito la sua trasformazione sociale a pari passo della società esterna. Oggi il carcere è, la fotografia fedele dei nodi cruciali della nostra epoca: la tossicodipendenza, la diffusione del virus dell’aids, la povertà del sud del mondo che si accalca alle porte di quello del benessere vero o presunto, l’espulsione di fragili figure singole

7 dal contesto economico, la difficoltà di recepire valori nei giovani, ecc... Oggi siamo in una fase contraddittoria e interlocutoria. Contraddittoria perché siamo pressati da parti diverse: richieste di severa punibilità per motivi di ordine pubblico, enunciazione di principi di garantismo totalizzanti e proposte di ampliamento di trattamenti individualizzati.

Interlocutoria perché si è acceso un dibattito fra due concezioni culturali, etiche, legislative della pena. Da un lato chi richiede una pena diversamente concepita nella durata ma rigida nell’esecuzione, dall’altra chi richiede un ritorno alle origini con aggiunte di ampliamento della legge Gozzini, vedi legge Simeone.

Una domanda, a questo punto, è inevitabile: il volontariato da che parte sta? La risposta la pratichiamo quotidianamente. Stiamo dalla parte dell’aggregazione sociale, che significa educare noi e gli altri al rispetto, alla tolleranza, alla solidarietà, e in primo luogo ai diritti. Stiamo dalla parte dell'inserimento, che significa offrire opportunità a chi non le ha mai avute o anche a chi le ha avute e rifiutate in passato.

Stiamo dalla parte di un valore "costruttivo" della pena, che significa intervenire sui bisogni del soggetto, a partire dalla situazione personale, familiare, socio-ambientale.

Stiamo dalla parte dell’interesse della collettività, che significa operare con la prevenzione il più possibile, con una eventuale pena educativa e con un inserimento protetto per garantire ai membri di questa collettività la serenità e la protezione di cui tutti hanno diritto. Noi non siamo distributori di pietà, di innocentismo e di giustificazionismo.

Siamo consapevoli della pesantezza di un reato, trattandosi di un atto a cui va data una risposta, da parte dello Stato e della collettività.Ma la pena non può essere vendetta. Soprattutto non deve essere inutile, e il risarcimento non può venire attraverso la cessione - per periodi più o meno lunghi della propria libertà e di una buona parte dei diritti civili se non umani.

Vogliamo che la pena abbia un valore, un valore di cambiamento, o perlomeno di possibilità di cambiamento, perché solo a questa condizione si può parlare di reale risarcimento alla collettività, consapevoli che molte ferite - come la fine di una vita umana - non potranno mai essere ripagate.

Prospettive dell’intervento del volontariato nell’ambito dell’esecuzione penale e nei percorsi della giustizia

Però nel momento in cui si amplia il campo di analisi sull’economia dell’intervento del volontariato nell’ambito dell’esecuzione penale e nei percorsi della giustizia, si rischia di dar luogo a incomprensioni ritenendo questo atteggiamento come una ingerenza e pretestuoso. Esiste il pericolo che il messaggio odierno non venga compreso nella sua reale accezione, non solo da parte di quegli operatori pubblici più restii a cogliere le innovazioni dei processi o a coloro che non hanno approfondito i temi della solidarietà sociale, ma anche da alcuni volontari, che vivono ancora il servizio in modo gratificante, senza chiedersi se l’intervento prodotto non diventi funzionale ad un sistema di esclusione sociale.

Questa analisi è suffragata dalle esperienze sin qui acquisite da cui si evince chiaramente che sino a qualche anno addietro il volontariato penitenziario, non ancora compiutamente ‘volontariato operante nell’ambito della giustizia', era già avvertito come istituzionalmente scomodo, nonostante l’abnegazione e l’umiltà che lo distinguevano. Tanto più rischia di esserlo oggi, poiché ora si pone in veste di interlocutore non secondario, cessando di essere quasi esclusivamente 'coscienza', per divenire 'presenza', con la quale rapportarsi. Questo nuovo scenario, in effetti, presenta luci ed ombre perché l’incontro del volontariato con l’amministrazione della giustizia ha sì una necessità vitale, che è quella di trovare spazi di dialogo costruttivo e di comprensione nei diversi linguaggi dei molteplici soggetti interessati, ma appare anche necessario che si focalizzi su alcuni aspetti nodali, che possiamo così sintetizzare:

1. Filosofia dell’intervento volontario e propositività politica.

2. Operatività e percorsi di collaborazione.

3. Investimenti trattamentali dell’amministrazione della giustizia.

4. Coinvolgimento delle diverse componenti sociali pubbliche e private.

In questi quattro enunciati si concentrano e si individuano le aspettative che provengono dall’ampio mondo del volontariato coinvolto nei diversi settori della giustizia. Scelte che vadano in direzione dell’attenzione alla persona, per alimentare percorsi e atteggiamenti più forti di pace sociale.

Filosofia dell’intervento volontario e propositività politica.

Per l’esperienza acquisita e le capacità operative assunte in questi anni, attraverso la riforma penitenziaria del ‘75 e attraverso l’accelerazione impressa della cosiddetta legge Gozzini dall‘86 in avanti, assumendo spesso ruoli impropri e vicari, oggi il volontariato impegnato nella giustizia si pone come interlocutore attivo e capace di un contributo propositivo nelle scelte politiche relative alla cultura della pena.

Questo non per "smanie di onnipotenza" o per assumere funzioni sostitutive, rispetto ad altri soggetti pubblici e privati impegnati nel settore, ma per vivere con pienezza e coscienza, sino in fondo, il suo ruolo di risorsa ed espressione vitale del territorio, agente di legalità e per non disperdere un patrimonio di esperienze ed idee. Sul tavolo propositivo, ogni componente sociale pubblica e privata può far convergere ciò che le è più consono; nel nostro caso il volontariato porta un carico di condivisione, di testimonianza civile, di gioia e fatica, di tensione e attenzione al soggetto uomo. Alla fine di questo secolo, segnato da positive conquiste tecnologiche, aumenta il rischio di dimenticarsi di ciò che siamo e di ciò che è la nostra umanità. Non bastano infatti le conoscenze lo tecnologiche a dare senso ai drammatici problemi esistenziali del ventesimo secolo, come per esempio quelli della detenzione, cosi lontana dall’immaginario collettivo. Sono dunque da evitare scelte politico-legislative che privilegino strategie di risparmio finanziario a cui può indurre l’attuale momento socio-economico italiano ed europeo. La nostra esperienza diretta è profondamente diversa e lontana dalle notizie diffuse periodicamente, anche in prima pagina, condensate in asserzioni gratuite senza rispetto per la popolazione carceraria che popolano le pagine dei giornali e riempiono di superficialità gli schermi televisivi. In ogni caso non basta un semplice desiderio, una disponibilità di approccio al carcere per comprendere ciò di cui c’è assoluta necessità. Cioè che si eroghi una pena, certa e/o flessibile, per la vita e non per la morte, senza deliri illuministici! In questo dibattito il volontariato non si pone presuntuosamente come soggetto portatore delle soluzioni ideali ad ogni problema, ma in un atteggiamento di ricerca paziente e incisiva e con la profonda consapevolezza che è necessario ripensare dal basso il rapporto tra Stato e agenzie sociali territoriali, per arrivare a scelte di cui si avvantaggi tutta la società.

Operatività e percorsi di collaborazione

Nel carcere lo "spazio" è un qualche cosa, sia di definito che di indefinibile. Se è definito quello angusto e triste delle celle, dei corridoi, delle sale, ecc., è più difficilmente percepibile quello concesso alle nuove relazioni di comunità, ai messaggi di accoglienza, dialogo, reciprocità che il volontariato circuita. Questa circolazione di esperienze esistenziali varia da istituto ad istituto, da direttore a direttore, con differenze che spostano talvolta l’indice della nostra presenza anche a quota zero, specie in quelle carceri dove non si vuol far entrare la cultura della solidarietà, in cui il termine ‘trattamento" e quasi completamente svuotato dei suoi contenuti, e l’unica locuzione che assurge a riferimento costante per tutti è "custodia".

Per dare nuovo ossigeno alle politiche trattamentali è indispensabile alimentare la collaborazione, che di solito è flutto di disponibilità, conoscenza reciproca, rispetto ed apprezzamento tra i soggetti impegnati in ruoli diversi ma affini. Su questi rapporti, ancora al di là da divenire consolidati, tra le molteplici figure che popolano, assieme alle persone detenute, le carceri italiane, si gioca una parte importante delle politiche penitenziarie dei prossimi anni. Sono, infatti, da mettere in campo tutte le condizioni e risorse che possano portare ad un superamento dell’attuale disorganico rapporto, che disperde le forze e vanifica le intenzioni positive, sia degli uni che degli altri.

E’ da evidenziare, altresì, come la stessa legge 354/1975 negli articolati che riguardano la presenza della società esterna (art. 17) e del volontariato (art. 78) non sia stata ancora rivisitata e ridisegnata in rapporto alla legge quadro sul volontariato (n. 266/91) che parla in maniera esplicita non più di volontariato singolo, ma di organizzazioni di volontariato.

Nell’ottica, pertanto, di un rapporto e un dialogo via via sempre più accentuato e maturo tra volontariato e amministrazione della giustizia (Ministero di Grazia e Giustizia, Ministero Affari Sociali, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Provveditorati regionali del D.A.P., Centri di Servizio Sociale per Adulti, Uffici Centrali della Giustizia Minorile, Istituti) per un superamento degli atteggiamenti di reciproca distanza, la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia vuole garantire un suo apporto originale, autonomo, dialettico ed è strettamente congiunta ai tempi di una presa di coscienza corale, di una maturazione propositiva. Ci auguriamo che col tempo diventi una rappresentanza ufficiale e trasparente per questo dialogo e incontro con lo Stato ai diversi livelli delle sue strutture. La Conferenza dovrà tuttavia portare a termine l’operazione di rappresentare compiutamente una base oggi frammentata, sparsa, dispersa nelle carceri e nei territori; benchè talvolta oscillante tra momenti di attenzione, di collegamento fra i gruppi esistenti e situazioni ed atteggiamenti di estrema separatezza, e capace di progettualità nel campo delle politiche sociali, che verranno a svilupparsi nell’ambito della giustizia.

Investimenti trattamentali dell’amministrazione della Giustizia

Diverrebbe velleitario, demagogico, quanto sin qui delineato, sia negli aspetti propositivi che in quelli attuativi, se le nostre attese non venissero coniugate con una inversione di rotta negli investimenti nel campo del trattamento, da parte del Governo, per garantire mezzi adeguati al Ministero di Grazia e Giustizia e conseguentemente al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. L’importanza dell’aspetto custodiale, con tutta la complessità dei problemi che sottintende, non può comunque continuare a penalizzare, come oggi, i percorsi di risocializzazione, riabilitazione e del reinserimento, che sono alla base di qualsivoglia politica, per l’attuazione di concreti percorsi di solidarietà.

E’ anche urgente investire in progetti che alimentino questa cultura, non concentrandosi esclusivamente sull’autore del delitto, come ancor oggi avviene, ma ripensando nuovi percorsi di pace sociale, con un’attenzione e un coinvolgimento particolare rivolto anche alle vittime dei reati. Si deve inoltre sottolineare che questa inversione di rotta dovrà essere ben cospicua, perché da quanto traspare nel bilancio finanziario dello Stato sulla Giustizia, relativamente al penitenziario, si desume ad un primo esame che quanto viene destinato alle misure alternative è assai esiguo. Ciò sta a significare un conseguente numero irrisorio di presenze di operatori necessari a produrre risultati apprezzabili su questo versante educatori e psicologi. La sorte non è migliore per gli assistenti sociali, confinati nei loro centri a dover spesso assumere più la flinzione di travet che di tecnici. La polizia penitenziaria d’altra parte assorbita quasi totalmente nella custodia, con la vanificazione dell’enorme contributo che può e vuole apportare sul tavolo dell’osservazione.

Coinvolgimento delle diverse componenti sociali pubbliche e private

Nella disamina delle proposte avanzate in questi ultimi tempi, dalle diverse agenzie impegnate nel settore giustizia, va emergendo un’idea di carcere quale "extrema ratio" e perciò ridotto della sua secolare e ancora attuale centralità. In pratica ci si orienta ad aumentare le soluzioni alternative al carcere, a comminare pene alternative alla detenzione, portando ad istituti penitenziari poco affollati, a molti arresti domiciliari.

La filosofia e l’idea che stanno alla base delle proposte per meno carcere sono da noi pienamente condivise, ma perchè ciò possa essere attuato nella pratica è inderogabile ed urgente che il contributo di mezzi e di uomini sia esteso e si amplifichi con la partecipazione a questo sforzo di risocializzazione di enti pubblici e privati che in ciò debbono essere interessati e coinvolti.

Ci riferiamo prima di tutto alle regioni, provincie e comuni; a questi ultimi sembra non debba continuare ad essere concessa "facoltà" nell’applicazione del D.P.R. 616/1977, ma "obbligo" di intervenire nei processi di aiuto alle persone detenute, ex-detenute e famiglie investiti pertanto istituzionalmente di responsabilità non delegabili ad altri soggetti.

Quanto alle politiche sanitarie, occorre provvedere perché la persona detenuta non si ritrovi durante il periodo di esecuzione di una pena accessoria, a rischiare sul piano della salute, ritrovandosi in ambienti malsani o ad alto rischio, con la possibilità di contrarre: epatiti, TBC,MDS, eccetera.

Le organizzazioni imprenditoriali artigiane ed industriali, devono assumersi degli impegni rispetto alle loro possibilità, senza corsie preferenziali, ma dando risposte lavorative che poi sono elementi fondamentali per qualsivoglia progetto di reinserimento per l'ex-detenuto o per persone in misure alternative. Insomma, è necessario ripensare all’intervento sociale nella sua globalità, con un progetto uniforme che affronti tutti gli aspetti dell’emarginazione e del disagio. E’il momento di incontro con tutte le istanze che stanno alla base di questa strategia.

Perciò, il carcere, che è diventato il contenitore finale di molti disagi e contraddizioni prodotte dalla nostra società riguardanti, in genere, le persone appartenenti alle fasce deboli della comunità, non può non stimolarci ad una proposta più forte e più coinvolgente, che riunisca la molteplicità dell’intervento e del dibattito sociale in corso, per superare le soluzioni-tampone isolate da un contesto generale, di trasformazione di contenuti e strutture. Dobbiamo ripensare insieme uno stato sociale nuovo, più "leggero", che migliori la qualità della vita, di colore che ne sono emarginati dai meccanismi di esclusione sociale.

Per concludere

Tra gli obiettivi ideali e concreti che il volontariato impegnato nella giustizia oggi si pone, nel proprio ruolo di stimolo e coscienza critica della società, ci sono anzitutto quelli volti ad alimentare percorsi formativi, sperimentazioni concrete che riconsegnino I carcere al territorio e alle libere iniziative della comunità civile, perché da questo incontro innovativo possano scaturire una nuova e più umana idea della pena, che ha come obiettivo finale quello di contribuire ad una vera pace sociale, perché si parli una lingua universale di giustizia, di speranza e di libertà.

 

 

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