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DIPARTIMENTO PER GLI AFFARI SOCIALI

DOCUMENTO - BASE PER LA CONFERENZA NAZIONALE DEL VOLONTARIATO

 

PREMESSA

In occasione della Conferenza Nazionale sul Volontariato che si terrà l' 11,12. e 13 dicembre a Foligno, l'Osservatorio Nazionale, intende avviare una riflessione con tutte le organizzazioni di volontariato al fine di individuare una strategia comune su alcuni temi essenziali che possano diventare azione condivisa per i prossimi tre anni.

Il documento che segue, e che viene offerto alle Conferenze Regionali sul Volontariato, agli Osservatori regionali e a tutte le organizzazioni di volontariato presenti nel Paese, è volutamente schematico. Infatti, il suo scopo è quello di provocare un’ampia riflessione affinchè i delegati che parteciperanno alla Conferenza Nazionale sul Volontariato possano realmente tenere conto del contributo dei diversi volontariati che agiscono nel Paese.

Introduzione: Politiche Pubbliche e Volontariato

La seconda metà degli anni novanta verrà indubbiamente ricordata per la netta accelerazione della velocità con cui le politiche pubbliche tentano di adeguare il sistema italiano di welfare alle sfide in atto. Nel campo previdenziale sta assumendo finalmente un aspetto concreto il pilastro previdenziale "complementare" con la nascita e l'autorizzazione di decine di "fondi pensione"; nell'ambito sanitario si sta discutendo un'ulteriore razionalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, sta per entrare in vigore il cosiddetto "sanitometro", sembrano vicini alla nascita i Fondi Sanitari Integrativi.

-E' tuttavia nell'ambito delle politiche per l'infanzia e per la famiglia così come nella lotta contro la povertà nella promozione del terzo settore e nella regolazione dei movimenti migratori verso il nostro Paese che si sono registrate le maggiori novità.

La legge 285 (agosto 1997)" Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l'infanzia e l'adolescenza" ha rappresentato un momento altamente innovativo, sia per i contenuti, che per la metodologia scelta e le possibili forme di implementazione; non ci si è limitati ad evidenziare i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, ma si è voluto avviare un processo concreto per assicurare al minori la possibilità di un pieno sviluppo delle loro personalità.

I soggetti pubblici locali e quelli del "terzo settore" vengono "obbligati" a progettare insieme i loro interventi: la collaborazione viene vista come la risorsa strategica per la promozione dei diritti, per interventi educativi e ricreativi per il tempo libero, per interventi socio-educativi per la prima infanzia e di sostegno alla relazione genitori figli, così come interventi di contrasto della povertà, del disagio e della violenza.

E' stato istituito I" Osservatorio Nazionale per l'Infanzia.

E' stata inoltre approvata la maggiorazione degli assegni al nucleo familiare per i lavoratori dipendenti a reddito modesto: si tratta di una maggiorazione progressiva in base al numero dei figli, che diventa relativamente sostanziosa a partire dal terzo figlio.

Nella legge finanziaria approvata alla fine del 1997 si è deciso di avviare la sperimentazione di nuove politiche di "reddito minimo di inserimento ", espressamente rivolte a contrastare il fenomeno dell'indigenza: quasi 50.000 famiglie di quarantadue comuni (per la maggior parte situati nel Mezzogiorno) potranno ricevere entro dicembre 1998 un assegno che dovrebbe aggirarsi intorno alle cinquecentomila lire e partecipare a percorsi formativi e/o di recupero volti a promuovere un inserimento nel mercato del lavoro. L'importo dell'assegno potrà essere aumentato o diminuito in base alla scala di equivalenza prevista dalla normativa che regola l'accesso ai servizi, tenendo conto della composizione familiare: l'esperimento si protrarrà per due anni.

E' stato poi istituito il Fondo per le politiche sociali, un'innovazione assai importante: il primo passo per consentire una politica di ampio respiro nell'ambito socio-assistenziale con risorse opportunamente accantonate, volto a promuovere standard uniformi sul territorio, sperimentazioni a livello locale così come il rafforzamento del terzo settore.

La nuova legge sull'immigrazione ("Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero", febbraio 1998) ha finalmente avviato una politica per l'inserimento e l'integrazione sociale degli immigrati, introducendo strumenti innovativi: dalla "carta di soggiorno a tempo indeterminato" alla figura del "mediatore interculturale", dalla istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri di un "Fondo Nazionale per le politiche migratorie" alla promozione di percorsi formativi "ispirati a criteri di convivenza di una società multiculturale e di prevenzione di comportamenti discriminatori, xenofobi o razzisti, destinati agli operatori degli organi e uffici pubblici e degli enti privati che hanno rapporti abituali con stranieri o che esercitano competenze rilevanti in materia di immigrazione", dalle disposizioni contro l'abuso e lo sfruttamento di donne e minori introdotti clandestinamente nel paese alle misure per l'inserimento scolastico di bambini ed adulti immigrati.

Per la prima volta nel nostro paese abbiamo infine assistito al varo di un provvedimento legislativo volto a promuovere, sia pure con la sola leva fiscale, le risorse dell'associazionismo, del volontariato, della cooperazione e dell'imprenditoria sociale, così come ad incentivare le donazioni verso i soggetti del cosiddetto "Terzo settore" (il decreto legislativo 4 dicembre 1997, n. 460).

Questo provvedimento di revisione della normativa fiscale delle organizzazioni non profit è sicuramente destinato ad incidere sulle linee di sviluppo delle nuove politiche sociali sempre più basate su forme di collaborazione pubblico-privato.

Le misure di politica sociale inserite dal Governo nella Finanziaria 1998 da un lato c6nfermano gli orientamenti adottati negli ultimi anni, ed in questa luce vanno letti l'aumento delle pensioni sociali, così come delle detrazioni fiscali per i pensionati con reddito inferiore ai 18 milioni, l'aumento dell'assegno per le famiglie con almeno tre figli o con reddito inferiore ai 36 milioni annui, l'esenzione dall'Irpef della maggiorazione sociale dei trattamenti che riguardano le integrazioni al minimo, ed infine la riforma del TFR per delega unitamente al riordino del regime dei fondi pensione (sempre per delega) ed alle facilitazioni per la previdenza complementare per il pubblico impiego; dall'altro, invece, aprono finalmente un discorso atteso da lungo tempo quale la riforma (per delega) degli ammortizzatori sociali. Andrebbero poi considerati anche il piano triennale di investimenti nella scuola e le risorse destinate all'acquisto dei libri di testo per le famiglie meno abbienti.

Siamo di fronte ad un tentativo forte di riorientare il sistema di welfare lungo alcuni assi strategici: il superamento definitivo del monopolio pubblico nelle politiche pensionistiche e previdenziali, l'avvio di nuove forme di complementarietà e di collaborazione fra pubblico e privato anche nell'erogazione dei servizi, la promozione e lo sviluppo delle risorse della società civile, il sostegno delle forme di convivenza più fragili ed a rischio, la lotta alle manifestazioni più gravi di esclusione e di povertà economica, una particolare attenzione all'infanzia ed alla adolescenza, la ricerca dei livelli più elevati di inserimento e di integrazione sociale dei soggetti deboli, l'avvio di politiche -attive per l'occupazione.

Di fronte a questo quadro di politiche pubbliche le forze del volontariato hanno elaborato posizioni sempre più articolate che li legittimano ormai a pieno titolo come attori fondamentali del nuovo welfare da costruire.

Il campo di intervento del volontariato è andato sempre più estendendosi, e, utilizzando le proprie caratteristiche di flessibilità e adattabilità, esso si è indirizzato proprio verso le emergenze che l'evoluzione economica e sociale del paese man mano rendevano più evidenti.

Il volontariato è riuscito molto spesso a leggere e rendere esplicite condizioni di emarginazione che, altrimenti sarebbero rimaste nascoste, trascurate, o non correttamente considerate; ciò e avvenuto perché proprio il volontariato è capace di partire realmente dai bisogni. per poi verificare normative, risorse, interventi possibili e necessari.

Questo approccio culturale ed etico è esso stesso una risorsa che oggi, però, in una fase di necessaria trasformazione deve trovare sbocco in uno sforzo collettivo di progettazione equa e solidale di un nuovo modello delle politiche sociali. E' questo il "nuovo" di cui ci si deve far carico in una fase come questa di ridefinizione delle politiche sociali.

Di forte impatto per la ristrutturazione di un serio ed efficace progetto di politiche sociali sono gli interventi mirati espressamente a ridurre, in modo graduale ma rapido, e soprattutto sensibile, il livello di disoccupazione e i livelli di iniquità, i privilegi e ancor più l'evasione del sistema fiscale.

Questi interventi hanno immediati riflessi sia nella riduzione di situazioni di disagio ed esclusione, sia nel rendere più coerente e chiaro il quadro di base su cui intervenire con le politiche sociali.

Obiettivi prioritari di questo progetto, secondo i principali attori del volontariato, sono:

- la individuazione e gli strumenti di intervento per garantire alla persona singola ed alle famiglie il grado minimo di condizioni vitali di tipo economico e sociale, mantenendo la piena agibilità dei diritti civili e sociali;

- la completa ristrutturazione sul piano delle funzioni da svolgere e dei criteri organizzativi innovativi da adottare, dei soggetti istituzionali ai vari livelli, con un forte richiamo a trasparenza, semplificazione e ancora più responsabilizzazione;

- il riconoscimento pieno ed una adeguata forma di sostegno e rafforzamento del " terzo settore" che, se attivato con la necessaria serietà, è di per se in grado di aumentare in qualità e solidarietà le risorse disponibili soprattutto, riesce a fare emergere sempre e comunque tutte le capacità individuali e sociali di autotutela, corresponsabilizzazione e autorealizzazione.

E' indispensabile che il nuovo sistema di welfare recepisca in pieno le spinte provenienti dalla società civile. di cui il volontariato ~ è il più fedele interprete e testimone in termini di disagio sociale e sofferenza, di bisogni emergenti. di aspettative di maggiore protagonismo. di un aumento degli spazi di autodeterminazione e di impegno sociale.

Per realizzare tale processo appare necessario anzitutto superare il carattere di subalternità e di dipendenza che oggi penalizza la "questione sociale" nei riguardi della "questione economica" e della 'questione politica".

E' necessario che si prenda coscienza fino in fondo dello spessore e della gravità dei problemi che riguardano oggi la dimensione sociale, dell'impatto reale che la "questione sociale" esercita sulla qualità complessiva del nostro sviluppo.

 

1 Volontariato e volontariati

1a . Il Volontariato è simile ad una galassia. Al suo interno troviamo realtà e componenti diverse per cui col termine volontariato noi di norma indichiamo l'insieme di più realtà :

1. I volontari, cioè le persone fisiche-soggetti solidali che si rendono disponibili ad un servizio personale, spontaneo, gratuito e disinteressato, a servizio di tutta la comunità.

Essi operano tanto a titolo personale quanto in organismi pubblici o privati - in molti casi combinando la loro attività con quella di lavoratori o di consumatori-utenti.

2. Le organizzazioni di volontariato che fondano la loro struttura associativa e la loro attività sulla prevalenza dei volontari, traendo da ciò una caratterizzazione forte che le distingue dalle altre organizzazioni del terzo settore.

Viene cosi chiarito che le organizzazioni a prevalenza di volontariato costituiscono una parte del fenomeno- probabilmente la più rilevante,- ma non esauriscono la realtà del volontariato che, per essere correttamente interpretata e valorizzata nel suo ruolo sociale e politico, deve essere presa in considerazione anche per la parte che non si esprime all'interno delle organizzazioni di volontariato, ma opera nella più ampia galassia delle organizzazioni del terzo settore.

Questa precisazione risulta necessaria per capire che ogniqualvolta si parli di volontariato nascono una serie di problemi di cui si dovrà tenere conto nelle varie sedi.

La realtà del volontariato è sempre stata presente nel nostro Paese, ancor prima dell'unità nazionale. Infatti, di fronte alle grandi emergenze sociali i cittadini si sono sempre organizzati nel tentare di rispondere concretamente ai bisogni presenti nel territorio: si pensi ad esempio alle tante libere realizzazioni di carità attivate dalla Chiesa Italiana a favore della popolazione più povere in periodi di assoluta assenza di intervento dello Stato o alla rete capillare della Società Opere di Mutuo Soccorso. Il volontariato moderno degli ultimi trent'anni rinasce all'interno del significativo processo di trasformazione di tutta la società.

A questa trasformazione hanno contribuito vari fattori che, più o meno direttamente, hanno influito anche sulla figura e sul ruolo del volontariato:

a) gli eventi del sessantotto che promuovono una sensibilità di protagonismo e di partecipazione dei cittadini;

b) il decentramento regionale (1972), che pone il territorio come unità di riferimento e luogo di confronto e di collaborazione tra pubblici poteri, forze intermedie e privati cittadini;

c) la crisi dello stato assistenziale, crisi di uno stato che nutriva l'ambizione di sostituire in tutto l'iniziativa privata in campo socio assistenziale. La società rivendica il primato in rapporto allo Stato ed il pubblico e il privato tentano la via della collaborazione;

d) pensionamenti, scolarizzazione prolungata, orario lavorativo unico, disoccupazione che mettono a disposizione delle persone una grande quantità di tempo . Il tempo libero è il luogo del consumo di massa (moda, sport, musica) ma anche il luogo della libera iniziativa, dell'animazione, della creatività.

e) il rinnovamento della Chiesa, promosso dal Concilio Vaticano Il, che determina anche una presenza diversa dei cristiani in Italia. Si apre la stagione del dialogo verso il "mondo", si collabora sempre più esplicitamente al progetto di una società a misura d'uomo; i laici diventano protagonisti del dialogo fra Chiesa e mondo.

Attraverso questi avvenimenti il volontariato si trasforma e, non dimenticando una tradizione di servizio verso le fasce dei cittadini più in difficoltà, aggiunge a questo prioritario impegno un altro obiettivo: il mutamento delle situazioni che generano povertà ed esclusione sociale. Si potrebbe affermare che mentre il volontariato nel passato era un soggetto caritativo, quello di oggi è un soggetto caritativo e politico.

La dimensione politica del volontariato è la novità che registriamo negli ultimi vent'anni individuando proprio nel volontariato un nuovo modo di partecipare e interessarsi della cosa pubblica da parte di molti cittadini.

La dimensione politica del volontariato è quindi caratterizzata da una presenza nel territorio tesa ad interessarsi globalmente della qualità della vita della propria città.

Questo concetto di presenza politica nel Paese di fatto fa superare un vecchio concetto di volontariato ormai quasi del tutto oltrepassato, legato alla beneficenza e all'assistenza.

Ma è anche vero che nel Paese si è creata una profonda differenziazione fra diversi volontariati, non solo legata al settore specifico di intervento. Oggi esistono organizzazioni ed associazioni caratterizzate da risorse, dimensioni, radicamento comunitario, capacità progettuali, livello di specializzazione assai dissimili.

Questi volontariati hanno assunto un'importanza via crescente nell'organizzazione sociale italiana fino ad essere considerati attori fondamentali per lo spessore del tessuto democratico, per la crescita di una forte etica pubblica incentrata su una chiara responsabilizzazione dell'individuo, per un sistema di welfare in grado di affrontare le sfide sociali allargando i confini della cittadinanza e combattendo i processi di esclusione.

Esiste tuttavia una forte differenziazione all'interno dei volontariati (intendendo adesso i soggetti collettivi):

a) gruppi informali a livello di quartiere o di piccola comunità, nei confronti dei quali si auspica una crescita di sensibilità e di attenzione da parte dei gestori locali delle politiche;

b) associazioni volontarie ed organizzazioni di volontariato iscritte ad albi e registri pubblici, che collaborano stabilmente con i soggetti pubblici sotto varia forma ma principalmente in convenzione: qui e' più facile rintracciare la presenza di "reti" nazionali con rappresentanze regionali e subregionali. Spesso sono di piccole dimensioni.

MODELLI ORGANIZZATIVI

1. Un primo modello organizzativo riguarda quei soggetti che hanno rapporti organici con le istituzioni ecclesiali di rilievo locale (e che coincidono tendenzialmente con parrocchie e Caritas): struttura informale, scarso impiego di risorse finanziarie, limitato impiego di volontari ed un intervento di tipo assistenziale-relazionale prevalentemente solidaristico.

2.Un secondo modello organizzativo si legittima anch'esso principalmente grazie ai rapporti con le istituzioni ecclesiali: in genere però questi soggetti appartengono ad associazioni nazionali di matrice cattolica e presentano, rispetto al modello precedente, un maggiore grado di strutturazione interna e di formalizzazione esterna, derivante dalla necessità dell' associazione nazionale di mantenere un controllo sulle realtà locali.

3. Un terzo modello si legittima grazie soprattutto alla funzione sociale pubblica svolta tramite l'erogazione di servizi. Stretto interscambio con i soggetti pubblici, maggiore strutturazione interna caratterizzata da una distinzione fra organi decisionali e tecnico-operativi e una più spiccata formalizzazione esterna dell'organizzazione, con un aumento della scala degli interventi ed un processo di professionalizzazione. Si tratta di soggetti a-confessionali così come di organizzazioni che mantengono contatti con le istituzioni ecclesiali sulla base di una comune appartenenza ad ambiti cattolici, senza tuttavia sviluppare legami organici.

4. Un quarto modello riguarda organizzazioni complesse "di terzo settore", all'interno delle quali trovano spazio anche organizzazioni di volontariato che operano come "sezioni autonome" accanto a cooperative, associazioni di promozione sociale ed altre forme di impresa sociale.

1b. Le funzioni importanti assolte dal volontariato che non e' impegnato in senso stretto nella erogazione dei servizi: "advocacy", promozione della partecipazione, controllo dell'operato dei soggetti pubblici, sensibilizzazione civica, allargamento degli spazi pubblici e democratici, costruzione di rete.

I terreni sui quali si esplica l'azione volontaria sono numerosi e non riducibili alla sola prestazione di servizi alla persona, né alle sole situazioni di forte disagio, esclusione, povertà.

Le finalità alle quali fa riferimento la stessa legge-quadro preludono al carattere sociale, civile e culturale dell'azione volontaria, senza circoscriverne i contenuti e le modalità.

Tuttavia, l'esperienza di questi anni nella definizione dei rapporti fra istituzioni e volontariato è stata molto caratterizzata dalla preferenza assegnata alla formula del volontariato come erogazione di servizio. E' stato spesso trascurato o addirittura lasciato fuori dagli stessi registri regionali quel volontariato che mobilita persone e risorse sul terreno della tutela dei diritti umani (razzismo, xenofobia, antisemitismo), sociali, civili, politici, sul terreno della partecipazione attraverso educazione permanente, cultura, istruzione e lotta contro l'esclusione e la povertà, sul terreno del controllo sull'operato dei soggetti pubblici parte civile, tribunale del malato) nel campo della promozione della sensibilizzazione civica, della promozione della salute, della qualità ambientale, della tutela e valorizzazione dei beni culturali etc. Si rende quindi urgente una definizione del volontariato in un senso più ampio, così da ricomprendere a parità di dignità, di doveri e di diritti, quei volontariati che, oltre alla prestazione di servizio alla persona, producono benefici e tutele per le comunità e rafforzano i sistemi di responsabilizzazione dei cittadini.

Molto volontariato, se non addirittura in modo prevalente, opera all'interno di organizzazioni di tutela dei consumatori e degli utenti, di difesa civica, di autogestione di servizi e di attività di promozione sociale, come nei centri sociali e centri anziani, nei circoli ed in altre forme organizzative.

Il confine tra associazionismo sociale e volontariato è oggi meno marcato che in passato.

Anche in questo caso si rende necessaria una riflessione che porti al riconoscimento ed alla valorizzazione di questo volontariato il cui limite è solo quello di vivere nascosto dentro forme organizzative storicamente non identificate come volontariato.

lc. Esiste infine un livello informale o sommerso in cui operano almeno il 40% delle associazioni, che pone problemi assai diversi rispetto a quelle iscritte ai Registri regionali o provinciali, quindi con possibilità di partnership con i soggetti pubblici.

Si tratta di quasi la metà dell'universo del volontariato, e per questo motivo diviene prioritario individuare anche al di là delle leggi esistenti, una modalità di rapporto con tutto questo vasto mondo informale. Tutto ciò è necessario per rileggere ancora oggi il grande valore del volontariato che è la gratuità.

La gratuità ha sempre caratterizzato (non solo giuridicamente) in maniera inequivocabile il volontariato. Ma oggi cosa vuoi dire vivere la gratuità per il volontariato? Non è forse il caso di riscrivere e riattualizzare questo grande valore?

Molte organizzazioni di volontariato sono oggi strutturate in forma mista - un nucleo ridotto di persone a tempo pieno ed un nucleo consistente di volontari. E' ancora pensabile, per queste organizzazioni, considerarsi volontariato?

Quali sono oggi i nuovi confini ?

 

2. I1 ruolo del Volontariato nel riordino del Welfare

2a. Le organizzazioni di volontariato mantengono estesi e duraturi rapporti con i soggetti pubblici per la realizzazione di servizi di cui gli stessi soggetti pubblici sono titolari, attraverso convenzioni o altro tipo di accordi. Può essere significativo l'esempio delle Pubbliche Assistenze e delle Misericordie che sul terreno nazionale, in rapporto con gli Enti Locali, gestiscono quasi tutto il trasporto sanitario (emergenza- 118) e sociale. Ciò attraverso convenzioni regionali, provinciali o comunali o altro tipo di accordo. La convenzione riconosce il diritto al rimborso spese alla Associazione, mentre l'opera del volontario rimane gratuita. Altri servizi sono gestiti da associazioni di volontariato (scuole, musei etc), da associazioni ambientaliste, ed altro ancora.

Negli ultimi tempi, il rapporto volontariato soggetti pubblici si va estendendo anche nella coprogettazione o partenariato per la presentazione-realizzazione di progetti (europei o locali) di interesse sociale. Con il nuovo welfare, venendo a cadere il carattere esclusivamente pubblico dei servizi, subentrando il sistema di progettazione e realizzazione degli stessi sul territorio, il rapporto tra organizzazioni di volontariato ed enti pubblici dovrà avere una forte evoluzione.

Volontariato- terzo settore - enti pubblici dovranno collaborare tra loro nella programmazione delle risorse pubbliche e private e nella soddisfazione dei bisogni presenti sul territorio. Da tale programmazione dovranno discendere progetti comuni degli interventi all'interno dei quali il volontariato può assicurare la qualità derivata dalla sua esperienza e dai legami con le popolazioni.

La realizzazione di questi progetti dovrà prevedere la partecipazione paritaria di tutti i soggetti secondo le proprie competenze, sulla base di convenzioni e non di appalti al ribasso. Ciò. oltretutto, consentirà di evitare il pericolo di concorrenza e conflittualità tra volontariato ed altri soggetti del terzo settore.

Appare assai complessa la delimitazione dei campi operativi che interessano i diversi soggetti del terzo settore: indubbiamente, però, occorre evidenziare come organizzazioni che si basano soprattutto su volontari dovrebbero giocare ruoli diversi da organizzazioni che si affidano - prevalentemente a personale retribuito: quindi volontariato da un lato e imprese sociali dall'altro.

Esiste, tuttavia, anche un'area "grigia" fra i due poli: si tratta di associazioni di volontariato che, pur appoggiandosi ad un nucleo centrale di volontari, possono disporre di un discreto numero di persone retribuite e di dotazioni infrastrutturali non indifferenti; in quest'ultimo caso possono darsi casi di concorrenza con le imprese sociali (cooperative sociali, enti morali...).

Nella gran parte dei casi dovremmo invece ipotizzare la possibilità di un rapporto non concorrenziale, in taluni casi addirittura "complementare", fra organizzazioni di volontariato e imprese sociali: alle prime la capacità di mobilitare energie e motivazioni di impegno diretto verso la realizzazione di scopi di interesse collettivo, anche erogando servizi, operando tuttavia ad un livello assai diverso rispetto alle seconde dal punto di vista delle professionalità da mettere in campo, cosi come delle dotazioni infrastrutturali da utilizzare.

Fra le prestazioni erogate oggi, in Italia, dalle organizzazioni di volontariato troviamo ai primi posti l'ascolto, l'animazione socio-culturale, l'intrattenimento, l'assistenza morale (e religiosa), la prevenzione, le visite, accanto all'educazione, all'insegnamento e all'assistenza sociale: un Welfare leggero, quindi, destinato, tuttavia, ad assumere un'importanza crescente nella società post- industriale, dove la velocità dei cambiamenti, gli effetti sul mercato del lavoro delle innovazioni tecnologiche, la accresciuta fragilità delle tradizionali agenzie di socializzazione, la crescita smisurata delle aspettative e delle conseguenti frustrazioni, producono un allargamento del disagio all'area degli adulti cosiddetti "normali" ed una conseguente domanda assai forte di "ascolto" e di orientamento.

L'organizzazione volontaria costituisce, comunque, a tutti gli effetti, una struttura organizzativa e sembra in grado, il più delle volte, di garantire un funzionamento stabile e continuativo delle sue attività, che superano cosi il livello puramente "amatoriale" cui taluni critici sembrano talvolta alludere.

 

2.b Il ruolo delle reti nazionali nell'orientare l'azione delle singole organizzazioni.

Le organizzazioni di volontariato che fanno riferimento a reti nazionali sono sempre più numerose.

Il percorso di costruzione delle reti avviene nelle due direzioni: le organizzazioni territoriali e locali si associano a livello nazionale, oppure una iniziativa associativa nazionale produce organizzazioni locali che vengono messe in rete.

La necessità di mettersi in rete trova spiegazioni in una serie di fattori: la motivazione ideale e culturale, la condivisione di un progetto politico di solidarietà, il campo di azione comune, il reciproco rafforzamento e sostegno, la rappresentanza e, oggi non ultima, l'esigenza di corrispondere in modo più adeguato e generalizzato alle nuove sfide e cambiamenti.

In particolare, la riforma dello Stato Sociale e dell'insieme del sistema di Welfare chiama in causa il Volontariato per il suo valore aggiunto di altruismo, di relazionalità e di prossimità ma anche per la sua capacità di attivare coinvolgimento, partecipazione, responsabilità, controllo in modo diretto e diffuso da parte dei cittadini

La mediazione tra cittadini e Stato Sociale esercitata dalla rappresentanza politica istituzionale non è stata in grado di attivare il coinvolgimento e la responsabilità dei cittadini. Al contrario, troppo spesso ha accentuato separatezze e contrasti burocratizzazioni e rivendicazionismo corporativo con tanto di conseguenze negative su qualità, efficacia-efficienza e finanche sulla moralità nella gestione della cosa pubblica.

Tuttavia, le "qualità" del volontariato non sono mai acquisite in via definitiva, né in modo adeguato alle sfide della crisi, specialmente se il suo modo di manifestarsi mantiene solo caratteristiche dello spontaneismo, della casualità, della emergenza o della sola carità.

E' per queste ragioni che il rapporto sempre più stretto e ricercato tra volontariato e sistema dei servizi pubblici chiama in causa le reti nazionali e territoriali del volontariato stesso come strumenti di orientamento, coordinamento, qualificazione e rappresentanza del volontariato e delle sue istanze.

La programmazione, come metodo del buon governo anche nella politica sociale presuppone la interlocuzione tra soggetti di rappresentanza in grado di co-determinare le scelte. Questo vale a livello territoriale come a livello nazionale, dove la rappresentanza sta andando anche verso livelli superiori interassociativi, come quello della Conferenza dei Presidenti delle organizzazioni di volontariato ed il Forum Permanente del Terzo settore.

Questa funzione di rappresentanza ha consentito di far assurgere il volontariato ed il Terzo settore ad interlocutore diretto del Governo, fino alla sigla di un "Patto di Solidarietà" che contiene precisi impegni programmatici per il Governo, i quali porteranno a completare e migliorare il quadro normativo del volontariato, dell'associazionismo, della cooperazione sociale e della mutualità al fine di rendere il Terzo settore ed il Volontariato un moderno sistema di valori partecipativi, democratici sociali, economici.

La rappresentanza "istituzionale" del volontariato si esplica, inoltre, in modo improprio anche all'interno dell'Osservatorio nazionale del volontariato e negli Osservatori regionali previsti dalla Legge 266. Qui le reti non sono rappresentate, ne' ci sono regole che consentano questo, dal momento che le nomine sono di competenza del Ministro a prescindere da qualsiasi oggettivo criterio di rappresentatività. Si pone quindi un problema di riforma dell'Osservatorio: cosa deve essere (un Consiglio istituzionale del volontariato, uno strumento di azione del Governo, un organo di consultazione, un osservatorio passivo) cosa deve fare e come, chi rappresenta se rappresenta, e per quanto tempo.

Si pone a questo punto la questione della "identificazione legale" delle reti. La legge quadro 266/91 le ignora completamente. Ciò ha costituito un punto di debolezza che va recuperato in tempi brevi istituendo un registro nazionale come luogo di riconoscimento di funzioni nei rapporti con le istituzioni a livello nazionale.

Se riconosciute ed identificate, le reti potranno svolgere meglio una funzione determinante per la promozione e diffusione di volontariato, caratterizzando e qualificando la loro specifica missione, attraverso l'elaborazione e la diffusione di esperienze valide significative e la promozione di studi, ricerche, seminari, convegni da parte delle reti che hanno consentito e consentono alle organizzazioni aderenti ed all'insieme del volontariato una crescita senza confronti.

In questo senso le attività formative sono uno dei compiti più rilevanti e significativi delle reti.

Con l'avvio dei Centri di Servizio del Volontariato si pone inoltre il problema della non sovrapposizione delle loro finzioni con quelle delle reti associative: si è ben lavorato alla costruzione della gestione associativa dei Centri e quelle delle reti associative cosi da renderli complementari.

Nel sistema di relazioni sussidiarie l'esistenza e l'appartenenza a reti rafforza la qualità e l'affidabilità del progetto che il Volontariato svolge di concerto con l'Ente locale.

 

2.c "I centri di servizio per il volontariato: un bilancio provvisorio"

Il Centri di servizio per il volontariato "a favore del volontariato e da essi gestiti, con la funzione di sostenerne e qualificarne l'attività" previsti dall' art. 15 della 266/91 sono un'innovazione importante nella legislazione italiana, non solo per quanto riguarda il volontariato ed il Terzo settore, ma più in generale per la formazione ed il sostegno alla cittadinanza attiva.

Non ci sono mai stati in Italia interventi legislativi di questo tipo riguardanti l'associazionismo tradizionale, a differenza di altri paesi del Centro-Nord Europa. Qui lo sviluppo delle associazioni di mutuo soccorso e delle Organizzazioni democratiche e dei lavoratori, si accompagnò allo sviluppo di attività formative e culturali per "aiutare i diseredati a rilevarsi da sé medesimi" , un impegno che fu alimentato anche dall'esperienza, che risaliva alla fine dell'800, delle Università popolari e delle University extensions , nate in inghilterra allo scopo di diffondere le conoscenze scientifiche.

La mancanza di momenti diffusi di formazione culturale all'impegno sociale ha poi indubbiamente reso più fragile la nostra cultura civica, sia per quanto riguarda la mancanza di senso dello Stato, sia facilitando l'affermazione di visioni sociali di carattere ideologico astratto, fossero esse di carattere moderato o radicale, che non partivano da un'analisi attenta della realtà storica concreta. Così alla crisi delle ideologie non si sono sostituite visioni sociali più colte ma un impoverimento di carattere culturale, il disinteresse all'analisi sociale stessa, non a caso i grandi problemi della vita sociale nazionale o internazionale non trovano spazio adeguato nei mezzi di comunicazione di massa.

Dalla crescita culturale, sia per quanto riguarda la cultura della solidarietà come quella di carattere specialistico e tecnico del volontariato può quindi venire un contributo importante alla nostra vita pubblica.

Non a caso una legislazione cosi innovativa ha incontrato sul suo cammino varie difficoltà. La Corte Costituzionale ha dovuto pronunciarsi per ben tre volte sull'art.25 della 266 e tutte le volte dando sostanzialmente ragione al legislatore. La Corte ha così ribadito che il volontariato è "la più diretta realizzazione del principio di solidarietà sociale che è posto dalla Costituzione tra i valori fondanti dell'ordinamento giuridico" ed ha inoltre sottolineato "come questa moderna visione della dimensione della solidarietà andando oltre i tradizionali schemi di beneficenza e assistenza pone il problema di interventi di sostegno da prevedere a favore delle organizzazioni di volontariato, poiché in loro mancanza, risulterebbero frustrati, non soltanto le finalità giustificative della legge stessa, ma anche quei valori costituzionali sottesi allo sviluppo e al riconoscimento del volontariato. Ed invero la rilevanza pubblica dell'espressione individuale ed associativa del valore della solidarietà, il rispetto dell'autonomia e dell'originalità del volontariato quale strumento di partecipazione effettiva all'organizzazione economica, culturale e sociale del Paese, non può essere limitata al "fare", implicando ciò evidentemente quanto necessario per sostenere e qualificare l'attività".

L'attuazione dell'art.15 è così avvenuta con forte ritardo e solo nel 1996 si ha il primo insediamento di una parte dei Comitati di gestione dei fondi per il volontariato, e da allora ne sono stati insediati 16 mentre tuttora non risultano insediati in Valle D'Aosta, in provincia di Trento, in Friuli Venezia

Giulia e Campania.

I Comitati durano in carica due anni e quelli che ora si stanno rinnovando o insediando sono composti da 15 membri, poiché il DM 8/10/97 ha tra l'altro previsto (oltre agli 8 rappresentanti delle Fondazioni Bancarie, ai quattro del volontariato, al rappresentante della Regione e del Dipartimento per gli affari sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri) un rappresentante degli enti locali. Il DM in questione, elaborato da un gruppo di lavoro voluto dalle associazioni di volontariato e dagli enti locali, ha inoltre introdotto altre significative modifiche al DM 21/11/1991: in particolare ha stabilito che i Centri possano essere gestiti solo da un'associazione di volontariato o da enti costituiti a maggioranza da associazioni di volontariato, che per il secondo biennio possono essere utilizzati tutti i fondi sino a quel momento accumulatisi, che nelle regioni dove è stato istituito più di un Centro sia necessario andare ad un coordinamento che "miri all'utilizzo ottimale delle risorse disponibili quanto a costi-benefici, alla collaborazione tra i centri, alla qualificazione e circolazione delle esperienze".

Quasi dovunque hanno trovato nel volontariato regionale positiva accoglienza quelle indicazioni di lavoro elaborate unitariamente dalle federazioni e associazioni di volontariato di carattere nazionale (in particolare nel documento elaborato a seguito del seminario organizzato dall'Osservatorio nel Luglio 1995).

I Centri. sinora istituiti sono 42 in 12 regioni, 3 di carattere regionale Toscana, Marche e Sardegna) e i restanti di carattere provinciale o interprovinciale; 37 sono gestiti da associazioni di associazioni nella grande generalità appositamente costituite e di carattere unitario, rappresentativo dei settori e delle diverse componenti culturali; 4 hanno come ente gestore una singola associazione (Molise e Sardegna).

E' difficile dare ora un giudizio sulla funzionalità dei Centri: i più vecchi funzionano da poco più di.

un anno ed altri sono stati appena istituiti. Bisogna dire che il lavoro sinora svolto è già un grande risultato, se teniamo conto che è il frutto di un lavoro avviato a livello nazionale dal 1994 e quantomeno nel 1995 nelle regioni. Non bisogna dimenticare che tutti hanno dovuto partire da zero: le associazioni di volontariato hanno dovuto sollecitare l'istituzione dei Comitati di gestione, contribuire in maniera determinante alla definizione dei criteri e dei bandi a livello regionale, si è dovuto costituire l'organismo unitario di gestione, reperire le sedi, selezionare e formare gli operatori, definire esattamente ed attuare programmi relativi ad attività spesso del tutto nuove.

Questo non vuoi dire naturalmente che non vi siano dei punti critici, in particolare là dove il volontariato si è diviso e non è riuscito a trovare degli accordi unitari; in tutti questi casi ci si è trovati di fronte a soluzioni pasticciate, che finivano per far prevalere o l'interesse di singoli pezzi del volontariato o un'influenza eccessiva di regione ed enti locali. In questi casi i centri sono si stati istituiti, ma hanno incontrato rilevanti difficoltà di funzionamento.

Al superamento delle difficoltà di avvio certamente sta contribuendo il lavoro in comune avviato, con la collaborazione del Dipartimento per gli affari sociali, attraverso gruppi di lavoro di carattere nazionale tra i Centri su quattro tematiche: formazione e ricerca, reti telematiche e comunicazione, informazione e progettazione europea, consulenza legale ed organizazione dei centri.

Il rapporto tra fondazioni bancarie e volontariato è stato ovunque buono ed è un esperienza preziosa a cui fare riferimento per quanto riguarda la discussione in atto in Parlamento sulla legge di riordino delle stesse.

I rapporti tra i Comitati di gestione e Centri sono in genere buoni, anche se è da rilevare come il compito di controllo da parte del Comitato di gestione si esplica spesso attraverso il dilazionamento dei finanziamenti ai Centri, cosa non prevista dal DM e che crea non poche difficoltà agli stessi.

Sarebbero auspicabili metodi di controllo anche più assidui, ma che non interrompano i necessari flussi finanziari.

Ciò su cui non si è invece assolutamente trovato un accordo nel corso di questi anni con le rappresentanze delle fondazioni è invece relativo al riequilibrio delle risorse regionali, sempre più sperequate. Basti pensare che per il discorso riparto, relativo ai bilanci consuntivi 1994-95-96, le risorse a disposizione dell'Emilia Romagna sono di 15 miliardi e per la Sicilia di 187 milioni. Già la Corte Costituzionale in tutte e tre le proprie sentenze aveva sottolineato la necessità di andare ad una più equa distribuzione, perché cosi si intaccano i diritti fondamentali dei cittadini che non possono differire sul territorio nazionale. Inoltre poichè questa discriminazione colpisce in particolare il meridione, cosi si fa venire meno un sostegno al volontariato proprio in quelle regioni dove è già difficile operare e dove sarebbe tanto più necessaria l'opera delle associazioni di volontariato.

Da rilevare infine che si è aperto un dibattito in generale sul finanziamento dei centri; poiche' il processo di privatizzazione delle banche attualmente controllate dalle fondazioni porterà ad un elevamento dei proventi, l'1/15 tende quindi a crescere; bisogna diminuirlo o accrescere i servizi e allargare i compiti dei Centri e i soggetti che ad essi possono accedere, naturalmente salvaguardando le finalità di servizio e sostegno e qualificazione del volontariato, senza aggiungere alla distribuzione diretta di somme che snaturerebbero la funzione dei Centri.

 

2.d La conseguenza della normativa sulle ONLUS

Gli effetti del Decreto Legislativo 460/97, possono essere brevemente esaminati sotto diversi profili :

- vantaggi fiscali;

- nuovi adempimenti;

- aspetti problematici.

1) Sotto il primo profilo si può affermare che l'insieme delle agevolazioni fiscali contenute nel provvedimento è assai ampio e importante. Tra tutte merita di essere ricordata in primo luogo la deducibilità fiscale delle liberalità a favore delle Onlus e quella in materia di imposte dirette.

L'aspetto della detraibilità fiscale delle liberalità va a colmare una grave lacuna del nostro ordinamento e permetterà un maggior flusso di fondi privati alle organizzazioni non lucrative. Nel merito bisogna tuttavia ricordare che poichè tale disciplina si inquadra nella riforma generale degli "oneri deducibili", i vantaggi per le persone fisiche saranno in realtà assai modesti. E' noto infatti che tale risparmio di imposta potrà essere pari al massimo al 19% di quanto elargito da persona fisica. Più rilevante è il vantaggio fiscale per le imprese, che vedono invece limiti di deducibilità più ampi. Anche la disciplina delle donazioni in "natura", cioè i beni al cui scambio o produzione è destinata l'attività di impresa risulta apprezzabile e fortemente innovativa. E' comunque pensabile che tale leva fiscale non sia in grado di spostare in modo rilevante il rapporto tra risorse pubbliche e private che affluiscono al settore, almeno nel breve periodo.

E' difficile prevedere che le risorse derivanti da finanziamenti detraibili siano cioè in grado di rendere le ONLUS maggiormente indipendenti ed autonome dal punto di vista economico, in misura tale quindi da rendere superfluo lo svolgimento di altre attività, anche di natura commerciale, tese al reperimento di mezzi e fondi.

Di grande rilievo appare anche l'agevolazione ai fini dell'imposizione diretta per le attività istituzionali e per quelle direttamente connesse. In questo caso non si presenta alcun problema di compatibilità con la legge quadro, in quanto la previsione del recente decreto si aggiunge a quella relativa alle attività commerciali marginali di cui al DM 25.5.1995, estendendo tale concerto e ampliandolo. Il problema delicato che invece si pone è relativo al concetto di attività direttamente connessa, specialmente per quei settori di attività che sono considerati di utilità sociale solo a condizione che le prestazioni siano rivolte a soggetti svantaggiati. Occorre definire in modo esatto tale concetto, cosa che non fa nemmeno la recente circolare, in quanto oltre che non agevolare lo svolgimento di attività non connesse farebbe perdere addirittura la qualifica di ONLUS con ovvie e gravissime conseguenze.

Il divieto di svolgere attività diverse da quelle istituzionali e direttamente connesse, teso a salvaguardare la purezza di ente non commerciale delle ONLUS, nonchè basato su evidenti preoccupazioni di neutralità fiscale e di non disturbo del mercato, rischia di tradursi in effetti negativi per il settore.

Tale concetto va poi ben riferito agli enti di volontariato per capire in pratica, se il divieto di svolgere attività diverse da quelle istituzionali e direttamente connesse valga anche per gli enti di volontariato oppure prevalga in ogni caso, la clausola di automaticità.

E' di tutta evidenza che a seconda di tale interpretazione si renderebbero incompatibili con la qualifica di ONLUS tutta una serie di attività collaterali, a fini di sostentamento dell'ente, che andrebbero scorporate e scisse, con ovvie conseguenze e costi fiscali non irrilevanti.

Tale effetto, andrebbe quanto meno diluito e differito nel tempo, stame la complessità di alcune realtà del settore.

E' appena il caso di sottolineare che una rigida interpretazione di attività direttamente connessa renderebbe vietata anche una qualsiasi attività diversa, quale una semplice sponsorizzazione.

2) Sotto il secondo profilo, visto soprattutto in ordine agli enti di volontariato iscritti nei registri regionali di cui alla legge 266/91, si può affermare che limitatamente a questi enti non incombono particolari adempimenti nuovi. Come chiarito infatti in varie sedi, questi enti non devono:

- adeguare i propri statuti;

- effettuare la comunicazione all'anagrafe tributaria;

- modificare il sistema di scritture contabili.

La normativa in esame contiene quindi vantaggi fiscali più ampi della legge sul volontariato senza ulteriori adempimenti, almeno sul piano teorico. Tuttavia alcuni problemi sorgono nell'applicazione pratica per effetto del necessario coordinamento tra disciplina nuova relativa alle Onlus e disciplina di cui all'art. 8 legge 266/91.

Soprattutto in ordine al sistema di tenuta della contabilità appaiono ancora necessari chiarimenti in ordine agli effetti del nuovo art.25 rispetto al volontariato, specialmente per quello svolgente attività commerciale.

3) Gli aspetti problematici riguardano in primo luogo il rapporto, come detto tra vecchia e nuova normativa e la corretta applicazione della pur rilevante clausola di automaticità. Se infatti, sul piano teorico la normativa è sufficientemente chiara, sul piano pratico restano alcuni problemi.

4) La recente circolare ministeriale in materia Onlus, ha infatti chiarito e chiaramente interpretato alcune norme. Le associazioni di volontariato possono scegliere, senza alcuna comunicazione preventiva all'anagrafe tributaria le norme più convenienti in un confronto tra l'art.8 della legge 266/91 e il Decreto Legislativo 460/97. Come ribadito dalla circolare, tale scelta avviene tranquillamente sulla base di un criterio di convenienza da valutare in relazione alla posizione e alla attività della singola associazione. Tuttavia, là dove la normativa risulta completamente alternativa si pongono i più rilevanti problemi. Come la stessa circolare illustra, il problema maggiore è quello relativo all'imposta sul valore aggiunto, poiché le due fonti prevedono sistemi alternativi ed opposti:

1. L'art.8 della legge 266/'91 pone "fuori campo" IVA le operazioni delle associazioni iscritte nei registri regionali;

2. Il decreto 460 considera imponibili le operazioni delle Onlus, alcune delle quali in base al tipo di operazione, hanno la normale esenzione ai sensi dell'art.10 decreto IVA

Poiché la normativa dell' IVA sugli acquisti è rimasta inalterata e pur con le incertezze di alcune interpretazioni ministeriali, il sistema è in sostanza basato sull'applicazione piena dell'imposta agli enti di volontariato, non è affatto detto che il regime della legge quadro risulti più vantaggioso di quello nuovo. Infatti, tale regime, ponendo fuori campo di imposta le operazioni attive, non permette il recupero dell' IVA sugli acquisti.

Il problema nasce dal fatto che la già citata circolare, impone una scelta complessiva tra i due sistemi, nel senso che il regime scelto deve essere applicato per l'insieme delle operazioni attive.

Tra l'altro non è del tutto chiaro se la scelta deve essere effettuata per tutte le operazioni in generale svolte dall'ente, oppure per gruppi di stesse operazioni.

In sostanza, la disciplina IVA per gli enti di volontariato iscritti ai registri regionali (ONLUS di diritto e automaticamente) esce dalla riforma del settore estremamente complessa e molto spesso non vantaggiosa per gli stessi, specialmente in caso di dimensioni ridotte o di scarsa attività commerciale.

Altro aspetto piuttosto delicato riguarda alcune conseguenze della clausola di automaticità, quella cioè che rende gli enti iscritti automaticamente e in ogni caso "ONLUS".

Può accadere nella realtà che alcuni enti di volontariato svolgano attività non strettamente rientranti in uno dei settori di attività di cui all' art. 10 del decreto ONLUS, che abbiano natura di tipo commerciale. Sorge quindi il dubbio se tali attività siano più compatibili che non 1o stato di ONLUS e più in generale di ente di volontariato ed eventualmente come siano trattate tali attività dal punto di vista della agevolazione ai fini dell'imposizione diretta. Ci si chiede se siamo di fronte ad una ONLUS parziale, come avviene per altri enti per esempio religiosi) per cui tali attività sono compatibili anche se non agevolate fiscalmente.

2.e Le conseguenze della nuova legislazione sull'associazionismo di promozione sociale.

La legge sull'associazionismo di promozione sociale è attesa da tempo: è il pilastro che manca per completare il quadro dei soggetti del terzo settore. Ora che vi è una proposta di legge di largo consenso in Parlamento e un'adeguata copertura finanziaria proposta dal Governo, finalmente è possibile sperare in una concreta e positiva conclusione di un iter parlamentare lunghissimo e assai travagliato. La legge deve poter indurre i seguenti effetti positivi:

a) deve poter ulteriormente selezionare tra gli Enti non commerciali quelli che per finalità statutarie, natura della rappresentanza democratica e radicamento nel territorio, sviluppano una reale azione di promozione della partecipazione e dei diritti della cittadinanza. Deve quindi premiare la natura democratica e l'azione sociale di questi organismi. In base a ciò vanno definiti albi locali e nazionali che possano monitorare e verificare la rispondenza dei requisiti dei soggetti;

b) le associazioni di promozione sociale vanno riconosciute nella loro capacità di associare i cittadini, di rivolgere un servizio ai soci e di consentire ai soci associati di svolgere un servizio verso la collettività. Questi tre momenti sono l'identità del soggetto.

Ciò che consente alle associazioni di promozione sociale quando svolgono attività nella forma codificata per le ONLUS di beneficiare della normativa prevista nella fattispecie;

c) la legge deve valorizzare insieme l'associazionismo locale e l'associazionismo a carattere nazionale. Deve assicurare la continuità al valore storico della grande tradizione democratica del nostro Paese e favorire la capacità di autogoverno e di autodisciplina dell'associazionismo a livello locale;

d) le associazioni di promozione sociale per la natura e il valore sociale che le caratterizzano debbono poter usufruire al pari di altri soggetti del regime di agevolazione delle donazioni, del convenzionamento con gli Enti pubblici, dell'accesso alle risorse Comunitarie, dell'accesso agevolato al credito.

3. Le riforme per un Welfare

che allarghi l'inclusione sociale e l'area della cittadinanza.

3.a

Appare di fondamentale importanza sviluppare una forte politica della comunicazione per aumentare il grado di conoscenza del volontariato, come pure per combattere stereotipi e pregiudizi sul "buon samaritano" o sull'eroismo dei volontari.

Occorre inserire nei percorsi e nei curricula scolastici esperienze di volontariato, cosi come esperienze di lavoro: entrambe debbono consentire l'acquisizione di "crediti educativi" o di "bonus" da spendere nel sistema formativo nazionale ed europeo.

Occorre prevedere nei contratti collettivi di lavoro, così come nella legislazione lavoristica la possibilità di periodi "sabbatici" per esperienze di volontariato, (oltre che per esperienze di studio legate alla formazione e/o all'aggiornamento).

All'interno della comunità locale di riferimento appare necessario attivare tutti gli strumenti possibili (da piccoli sussidi alla messa a disposizione di strutture, ad offerte formative) per favorire e promuovere l'associazionismo ed il coinvolgimento dei singoli cittadini, anche su piccoli progetti.

3.b

Nello schema di disegno di legge "Disposizioni per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali", approvato recentemente (giugno 1998) dal Consiglio dei Ministri, c'è un importantissimo richiamo nell'articolo 1, comma 4, sulla pluralità dei soggetti che "provvedono all'offerta dei servizi": "soggetti pubblici e soggetti privati, organismi di utilità sociale non lucrativi, organismi di cooperazione, associazioni di volontariato, comprese quelle delle famiglie, fondazioni, cooperative sociali, enti di patronato, quali soggetti attivi nella progettazione e della realizzazione degli interventi". Nulla di preciso viene poi sviluppato negli articoli successivi.

Si tratta, quindi, di costruire una proposta politica che possa collocare i diversi soggetti del volontariato all'interno della rete dei servizi e del sistema di welfare: formazione, politiche fiscali, nuove regole per la collaborazione con i soggetti pubblici, rafforzamento della capacità della società civile di autotutela e autoprotezione sociale, raccordo fra i diversi attori del terzo settore; sono solo alcuni elementi che dovrebbero essere sviluppati all'interno della proposta da costruire con la Conferenza.

 

4. Innovazione, tecnologia e formazione

4.a

Nell'ambito sociale e sanitario anche le associazioni di volontariato, per dare risposta a determinati bisogni, hanno iniziato a fare uso delle nuove tecnologie o, più precisamente, delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione.

Le esperienze di più vecchia data si riferiscono ai servizi telefonici - le cosiddette social lines - ovvero a servizi informativi, di ascolto, di sostegno psicologico o di consulenza rivolti a diverse fasce di popolazione con particolari problemi od in situazione di emergenza.

Tra le prime esperienze vi è quella di Telefono amico, risalente alla metà degli anni '60.

Bisogna attendere però gli anni '80 per vedere un vero e proprio fiorire di iniziative, sia pubbliche che di terzo settore.

Un secondo esempio è dato dalle esperienze di gestione di servizi di telesoccorso o teleassistenza.

Se già nel caso delle social lines diventa evidente che le reti telecomunicative divengono il supporto di ampie reti sociali, nel caso della teleassistenza si apre l'opportunità non solo di erogare, tramite le nuove tecnologie, un nuovo servizio, ma anche quella di utilizzare la rete telecomunicativa come veicolo del coordinamento di un intervento di assistenza organizzato secondo il modello della rete. La teleassistenza viene cosi a configurarsi come un dispositivo essenziale perché si sviluppi, nella cura degli anziani e dei disabili, un sistema d'azione integrato, ovvero caratterizzato dall'attivazione concertata di servizi pubblici e privati, socio-assistenziali e sanitari (territoriali, domiciliari e residenziali), e delle reti informali di solidarietà ("arentali, amicali, di vicinato e di terzo settore), in grado di cogliere in tempo reale l'insorgere del bisogno e permettere, irine, l'intervento personalizzato degli stessi.

Qui il volontariato entra in gioco in una duplice veste: nelle esperienze più avanzate si presenta come nodo della rete di assistenza organizzata attorno all’utente ed attivabile da una centrale operativa sulla base delle condizioni di salute e dei bisogni degli utenti rilevanti dall'attività di monitoraggio (telecontrollo); in altri casi il volontariato si presenta come gestore del servizio (si tratta in genere di associazioni di volontariato già impegnate nelle attività di emergenza sanitaria).

Se ci spostiamo ulteriormente verso il settore sanitario troviamo altre esperienze particolarmente significative di utilizzo delle nuove tecnologie. Ed è il caso, ad esempio, dell'attività di ospedalizzazione domiciliare oncologica condotta dall'Associazione Nazionale Tumori (ANT) di Bologna a favore di ammalati terminali.

Le reti telecomunicative e telematiche sono anche l'infrastruttura portante dei sistemi provinciali e regionali dell'emergenza sanitaria riorganizzati in seguito al D.P.R. del 27 marzo 1992. I1 coinvolgimento di tutte le richieste di soccorso alla centrale operativa del 118 (in genere a base provinciale) ha richiesto l'organizzazione a rete di tutte le risorse disponibili sul territorio, in larga parte a carattere volontario (Pubbliche Assistenze, Misericordie, ecc.).

Anche in questo caso la rete telecomunicativa e telematica supporta una rete socio-organizzativa di cui fanno parte soggetti pubblici e dei terzo settore.

Il rapporto delle associazioni di volontariato con le nuove tecnologie non finisce però qui. E' noto che il fenomeno tecnologico per eccellenza degli ultimi anni è lo sviluppo di Internet.

Non è un caso dunque. che la rete delle reti sia diventata uno strumento per l'erogazione di nuovi servizi o per il supporto dell'attività associativa anche da parte del volontariato (accesso a fonti informative, comunicazione interorganizzativa, offerta di informazioni ai propri associati quando dispersi su ampi territori, ecc.). Come risulta chiaro da questa prima presentazione, le nuove tecnologie, se correttamente impiegate, possono dispiegare effetti positivi in termini di innovazione nel sistema dei servizi di welfare, spesso anche grazie alle esperienze che vedono partecipe il volontariato. Dal punto di vista dei destinatari di questi servizi preme mettere in luce come si tratti oramai di una gamma assai ampia che va dagli anziani agli ammalati terminali o agli ammalati in dismissione protetta, dai disabili ai minori ecc..

Altri aspetti possono essere evidenziati se si adotta un punto di vista sostanziale. Innanzitutto l'opportunità che le nuove tecnologie offrono in termini di veicolazione di nuove forme di erogazione di servizi, ora sempre più accessibili a distanza. In secondo luogo c'è la valenza anche organizzativa delle nuove tecnologie. La riorganizzazione a rete tra i servizi, con anche la partecipazione del volontariato, viene indubbiamente facilitare laddove è supportata da un'adeguata innovazione tecnologica. Questa risulta assai utile nella misura in cui consente di innalzare la soglia di complessità sostenibile in una rete di cooperazione, ovvero nella misura in cui, riducendo i costi di transazione, rende più facile agli attori comunicare, scambiare informazioni, coordinarsi. In terzo luogo vi è l'esigenza di una forte mediazione sociale e culturale che tali tecnologie richiedono per venire diffuse ed utilizzate, specie nel caso i destinatari siano soggetti appartenenti a fasce deboli della popolazione. Da questo punto di vista il ruolo giocato dal volontariato sembra poter essere assai importante, da un lato facilitando la diffusione in gruppi altrimenti marginali, dall'altro potendo fungere da intermediari nei confronti delle istituzioni impegnate nella promozione delle nuove tecnologie. Qui le reti sociali possono effettivamente divenire il canale di diffusione dell'innovazione, come è noto ormai da tempo.

Le organizzazioni di volontariato sono presenti all'interno della nostra comunità civile come elemento dinamico, critico ed innovatore, capaci di per se', per la loro caratteristiche e per le attività che svolgono, di contribuire alla crescita della coscienza sociale e dunque al rinnovamento della società.

Consapevoli dell'importanza del loro ruolo dinamico ed attivo, le associazioni di volontariato hanno individuato da tempo nella formazione uno strumento essenziale per la permanente verifica della definizione dei propri compiti e della propria identità: uno "specifico formativo" per garantire e tutelare 16 "specifico del volontariato", al fine di evitare il rischio dell'autoreferenzialità, della perdita di autorevolezza e della conflisione di identità e ruoli all'interno del Terzo settore.

L'uso consapevole della formazione e della ricerca permette al volontariato:

- l'elaborazione di una propria lettura ed analisi della realtà sociale, attraverso la conoscenza critica dei processi economici che regolano la vita della nostra società e determinano la povertà e la marginalittà sociale di fasce della popolazione (di contro: azione volontaria di tipo assistenzialistica, volontariato improvvisato senza capacità progettuale, volontariato isolato e disorganizzato, assenza di progettazione in rete, incapacità di trasformare il proprio intervento e gestire le proprie competenze in base alle esigenze del territorio);

- l 'indicazione di percorsi finalizzati alla rimozione e prevenzione delle cause che provocano quelle situazioni di disagio o quei problemi sociali per le quali è richiesto l'intervento del volontariato (di contro: volontariato fine a se stesso, creazione di processi di dipendenza);

- scelte operative innovative sorrette da competenze d' eccellenza e professionalità in una 'ottica progettuale di lungo periodo e d'insieme (di contro: azione volontaria inefficace ed in alcuni casi controproducente, attività frammentarie ed incostanti nel tempo);

- un 'azione socio-politica tesa, attraverso la conoscenza del contesto, del quadro legislativo e delle politiche sociali, a svolgere una funzione di tutela, controllo e denuncia verso inadempienze, ritardi, sprechi, inefficienza, abusi ed omissioni (di contro: volontariato riparatorio);

- una verifica permanente della propria identità e del proprio ruolo, come risultato delle azioni formative precedenti (di contro: rischio di un volontariato statico che vive in funzione delle attività che ha promosso senza capacità di rinnovamento ed aggiornamento, perdita delle motivazioni dell'essere e del fare, nascita delle "lobby" del volontariato, nascita del "business" del volontariato, volontariato utilizzato strumentalmente da realtà estranee al volontariato ed alla sua cultura, perdita della "cultura del volontariato" all'interno del volontariato stesso, perdita dello "specifico del volontariato" e confusione di ruoli tra volontariato ed associazionismo, assenza della cultura del collegamento).

Questo tipo di formazione non può essere concepita dunque come una trasmissione di conoscenze nell’ambito delle discipline tradizionali, "calata dall'alto", imponendo metodi contenuti decisi altrove. Il processo di formazione richiesto ed adeguato è quello dell' autoformazione, di riflessione critica e creativa a partire dalle esperienze svolte da ciascun gruppo e dai progetti di intervento. E' questa un'esigenza imposta non solo da ragioni di democrazia, perchè in una società complessa occorre una partecipazione intelligente dei singoli soggetti individuali e collettivi. La formazione non è separabile dalla ricerca, deve essere preceduta dalla ricerca e deve essere ricerca e verifica essa stessa, attraverso un 'immersione e un tirocinio nella realtà che si deve affrontare.

La formazione dei volontari è caratterizzata da una elevata complessità che rende improduttivo l'insegnamento cattedratico tradizionale: occorre cioè partire dalle specifiche realtà e problematiche nella quali opera il volontario (formazione in situazione, metodi attivi).

L insieme di questi fattori impone uno stile particolare di "formazione partecipata" in cui ricerca, formazione e operatività sul campo sono strettamente intrecciate in un processo di formazione-azione e ricerca-azione. Qui cioè si attua ai livelli più consapevoli il rapporto educativo, nel quale del resto "ogni scolaro è sempre maestro e ogni maestro è sempre scolaro".

Si tratta quindi anche di attività che hanno un elevato valore innovativo, un laboratorio permanente per la struttura formativa e di verifica sul campo per la ricerca, nel quale un flusso continuo di conoscenze che emergono dal sociale si incontra con le discipline tradizionali.

Occorre una formazione di base. specifica di settore. Permanente, diffusa di inserimento dei "nuovi e di "quadri" e responsabili. che deve essere sia formazione motivazionale (l'essere e il fare volontariato), sia formazione alla cittadinanza attiva (all'interno della quale l'essere volontario assume un significato del tutto peculiare), sia formazione tecnica (tesa a creare concreta capacità di intervento nel proprio settore), sia formazione socioculturale e "Politica" (finalizzata cioè alla conoscenza del contesto sociale e politico nazionale e internazionale, degli altri soggetti sociali e istituzionali, delle politiche sociali e del quadro legislativo ed alla maturazione di una capacità di intervento e indirizzo delle politiche sociali nei settori d'intervento delle associazioni di volontariato).

4.b

E' anche evidente come i fabbisogni formativi appaiano destinati a cambiare in relazione ai ruoli da giocare nel sistema di welfare ed ai modelli organizzativi.

Vanno comunque evidenziati anche percorsi formativi volti ad accrescere le capacità gestionali ed imprenditive da un lato, e la specializzazione professionale dei diversi operatori, dall'altro.

Particolarmente importante è costruire percorsi formativi che consentano di attuare nella maniera meno "costosa" la transizione da una leadership carismatica ad una leadership di tipo manageriale, questione assai rilevante, come è noto, per molte organizzazioni.

5. L 'autorappresentazione del volontariato

5.a

La legge 266/'91 è nata per incentivare e sostenere cammini di sincera collaborazione tra il volontariato e Pubblica Amministrazione; questa collaborazione cosi tanto auspicata dal volontariato, perché era in funzione del progetto di cambiamento e di lotta all'esclusione sociale, che impone un lavoro coordinato, non sempre ha dato in questi anni grandi risultati. Le stesse regioni, che hanno legiferato per recepire la legge 266, hanno spesso prodotto un rapporto Istituzione/volontariato di livello cartaceo burocratico, dimenticando le istanze di programmazione comune.

Oggi nel momento in cui si ridisegna il rapporto tra i soggetti del privato sociale e 1o Stato appare necessario ridisegnare la normativa sul volontariato, perché individui chiaramente il ruolo del volontariato in questo contesto storico. E' necessario inoltre purificare la norma di tutti quegli appesantimenti burocratici che hanno caratterizzato l'attuazione di questi anni.

Lo stesso Osservatorio Nazionale deve trovare un suo ruolo specifico che sia di guida e di sostegno ai molti volontariati e alle Istituzioni regionali. Diviene necessario ripensare alla sua composizione e alla sua operatività.

5.b

"Riflessione" sui progetti ex art. 12- Legge 266/'91

- Riferimenti attuali

In materia di progetti la realtà di oggi è costituita:

1. dall' art 12-comma l/d - della legge n. 266/1991;

2. da una disponibilità di bilancio che ormai si dimostra inadeguata rispetto al flusso numerico e alla consistenza delle domande, come deducibile dalle seguenti cifre

Stanziamenti n. domande Importo domande

1996 2.000.000.000 167 11.195.073.444

1997 2.000.000.000 352 25.000.000.000

Le cifre che precedono vanno lette tenendo presente che la qualità media dei progetti è risultata scarsa dal punto di vista della tecnica di redazione e - soprattutto - non ha rivestito le caratteristiche di innovazione e di risposta alle emergenze sociali che costituiscono l'essenza dell' art. 12/1.d già citato e dei bandi che ne discendono;

3. da una metodologia di assegnazione che vincolata da circostanze obiettive (si veda il limite imposto dallo stanziamento) finisce per dover assumere parametri di giudizio che hanno preponderante contenuto formale;

4. dall'evoluzione del ruolo e degli obiettivi del volontariato (si veda il dibattito sulla attualità della stessa legge-quadro) che deve scontare:

- dell'operatività presente e futura dei Centri di servizio (fondi disponibili sulla base dei consuntivi consolidati al 1996: L.85 miliardi);

- dell'incontro-confronto del volontariato con il secondo e il terzo settore (del quale sono segni sensibili le iniziative parlamentari a livello dileggi, disegni di legge e indagini), con conseguente rischio di supportare progetti che al volontariato sono soltanto paralleli quando non estranei.

- Una prospettiva possibile

In relazione alla premessa senza entrare nel merito di iniziative 'tecniche" che possono migliorare le procedure concorsuali relative ai finanziamenti dei progetti, possono essere valutate alcune soluzioni, in modo combinato o alternativo:

1. la modifica del comma l/d dell'art. 12 citato, nel senso di superare i progetti e destinare il relativo-esiguo plafond ad altri scopi per esempio: un fondo di rotazione a favore dei Centri di servizio meno finanziati o privi di finanziamenti; iniziative regionali particolarmente significative; sostegno alle coperture assicurative obbligatorie delle organizzazioni di volontariato; iniziative editoriali di elevato valore didattico). Ai fini di una eventuale diversa destinazione dei finanziamenti si tenga presente che il numero dei progetti per i quali è stato richiesto il finanziamento esercita scarsa incidenza nell'ambito delle attività svolte dalle sole 10.000 organizzazioni di volontariato sociale e la dimensione del dato statistico è ancora più relativa se si valuta che i progetti sono prevalentemente proposti dalle grandi e medie organizzazioni a carattere nazionale;

2. l'aumento degli stanziamenti annuali, attribuendo loro un "peso risolutivo" nella incentivazione della capacità operativa delle organizzazioni. Questa scelta esige selezioni e controlli rigorosi;

3. l'assunzione, da parte dell'Osservatorio, di opzioni di base, quali la destinazione dei fondi a "oggetti mirati" (anche in relazione ai programmi del Ministero della solidarietà sociale), l'opzione a favore di piccoli gruppi ricchi di risorse umane e poveri di supporti economici;

4. il monitoraggio dei progetti - soprattutto da parte dell'Osservatorio Nazionale – per utilizzarli come "sensori" dell'operatività delle associazioni e trarne materia per l'azione di promozione e sviluppo del volontariato, cosi come prefigurato dall'art. 12 più volte citato e dalla estesissima normativa nazionale e regionale che alla vita della solidarietà si riconnette.

 

GRUPPI Dl LAVORO PREVISTI NELL'AMBITO DELLA CONFERENZA NAZIONALE DEL VOLONTARIATO (Foligno 11,12 ,13 dicembre 1998)

 

1. Le forme organizzative

2. La comunicazione

3. La qualità dei servizi

4. Il contesto europeo

5. La formazione

6. Le innovazioni normative

7. Il decentramento

8. Volontariato e genere

9. Le politiche giovanili

10. Le politiche di rete

11. I centri di servizio

12. Volontariato e mercato

13. I volontariati.

 

 

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