Media e volontariato: un rapporto
difficile
Il rapporto tra volontariato e mezzi di
comunicazione di massa è generalmente difficile, spesso
contraddittorio, qualche volta apertamente polemico.
Da una parte, il volontariato conosce e
riconosce la forza dei mass media, la loro capacità di
penetrazione tra la gente, di formare lopinione
pubblica. Sa, dunque, di avere in qualche modo bisogno dei
media, per due motivi diversi, anche se a volte correlati: il
primo è che i media possono far conoscere le situazioni di
povertà, denunciare i diritti negati, creare sensibilità
nei confronti degli esclusi. Possono essere, cioè, utili
strumenti di denuncia dellingiustizia sociale e di
sensibilizzazione dellopinione pubblica. Il secondo è
che il volontariato ha bisogno di farsi conoscere, di far
sapere al grande pubblico - cioè agli "inclusi" -
che cè qualcuno che lavora accanto agli
"esclusi", che altri possono farlo e che,
soprattutto, molti possono sostenere con le parole e con i
fatti il lavoro dei volontari.
Dallaltra parte, i media sanno che il
volontariato è una realtà diffusa e, soprattutto, radicata
nel territorio, proprio in quella parte di esso, oltre tutto,
che è per molti versi più difficile da esplorare e da
raccontare. Sanno, dunque, che il volontariato è una fonte
di idee, di storie, di progetti che non è sostituibile da
nessunaltra realtà sociale, e che rappresenta un punto
di vista originale, talvolta complementare e talvolta
alternativo a quello di altre fonti "ufficiali", ma
comunque diverso.
Se questi sono i presupposti, sarebbe
lecito aspettarsi un rapporto di stretta e costruttiva
collaborazione. Così non è: si tratta piuttosto di un
rapporto burrascoso, fatto di reciproci rimproveri che vanno
a costellare un continuo cercarsi che sembra destinato a non
sfociare mai in un incontro definitivo.
Le accuse del volontariato ai media
Le accuse che vengono più spesso rivolte
ai media sono cinque.
1. La superficialità. I
ritmi di produzione delle notizie, lesiguità degli
spazi a disposizione, i pochi mezzi economici investiti per
linformazione che riguarda il sociale, fanno sì che
non si riesca quasi mai ad andare oltre la cronaca spicciola.
Le notizie, che riguardano temi assai complessi, non vengono
mai contestualizzate, approfondite, spiegate con chiarezza:
si finisce col dire sempre le stesse cose che in genere
confermano lopinione pubblica nei propri pregiudizi.
2. La scarsa conoscenza della
varietà delle fonti. In genere i giornalisti si
rivolgono sempre alle stesse: a quelle istituzionali, come è
ovvio, e a quelle che sono comunque vicine ai centri di
potere. Anche per quanto riguarda la galassia del
volontariato, inoltre, riproducono lo stesso meccanismo:
scelgono alcune organizzazioni o, più spesso, alcune persone
e si rivolgono sempre a quelle. Questo fa sì che la grande
maggioranza delle organizzazioni di volontariato - e con esse
interi ambiti in cui esso si impegna - non siano mai prese in
considerazione come fonti e non abbiano mai voce. Il
messaggio che arriva alla gente è che il volontariato è
fatto da poche figure carismatiche o semplicemente
telegeniche e dai loro seguaci.
3. La preparazione non
specialistica dei giornalisti. Chi deve occuparsi del
sociale? Fino a non molto tempo fa era diffusa la figura del
"redattore sociale", che in genere era una donna, o
lultimo arrivato o quello con meno aspirazioni di
carriera. Oggi la figura del redattore sociale tende a
sparire (e daltra parte, in che cosa dovrebbe essere
specializzato?), ma i cronisti che si trovano a
"coprire" le notizie spesso hanno scarsa conoscenza
dellargomento e non hanno il tempo di approfondire.
4. Lincostanza. Ci sono
intere aree tematiche che i media non riescono o non vogliono
seguire perché le ritengono di scarsa presa sul pubblico,
mentre per il volontariato sono importanti e sarebbe doveroso
proporle anche al vasto pubblico. È il caso
dellinformazione sui Paesi in via di sviluppo, che è
intermittente e vaga, legata di solito al verificarsi di
qualche tragedia naturale (terremoti, cicloni,
inquinamento
) o umana che sia (guerre, colpi di Stato,
ondate migratorie
) e sostanzialmente insufficiente. Ma
è anche il caso di molte altre problematiche "di casa
nostra", di cui ci si occupa intensamente per un certo
periodo - anche in questo caso sullonda di uno o più
fatti di cronaca emotivamente coinvolgenti - per rimuoverle
totalmente per lungi periodi.
5. Lo sfruttamento.
Giornalisti e programmisti si rivolgono spesso alle
organizzazioni di volontariato per avere, più che
informazioni, le cosiddette "storie": persone che
hanno vissuto esperienze particolarmente intense o dolorose e
che si desidera portare in trasmissione perché possano
raccontarle. Al di là del fatto che queste testimonianze
possono effettivamente servire per uninformazione più
completa o possono invece essere usate in modi molto
scorretti, resta nei volontari la sensazione di essere usati
(le "storie" contribuiscono ad alzare
laudience) senza che venga loro data la possibilità di
entrare in un dibattito e di esprimere un punto di vista.
Le accuse dei media al volontariato
A loro volta, gli operatori dei media
rivolgono alcune critiche al mondo volontariato.
1. La scarsa conoscenza dei
media. La comunicazione ha le proprie leggi, che sono
complesse e richiedono unalta professionalità da parte
dei comunicatori, e si servono di linguaggi che hanno propri
codici che bisogna padroneggiare. Queste leggi e queste
regole linguistiche non possono essere accantonate né
ignorate, né considerate con insofferenza, come invece
spesso fanno i volontari, che antepongono la loro
"urgenza di dire" ad ogni altra esigenza
produttiva, creativa e anche critica.
2. La tentazione di imporsi.
Spesso il mondo del volontariato dà limpressione che,
se potesse, salterebbe volentieri ogni mediazione
giornalistica, considerandola inutile e, anzi,
controproducente. Vorrebbe sempre avere il microfono o la
penna in mano per dire quello che vuole e come vuole, senza
lintervento delle varie professionalità (giornalisti,
conduttori, registi
) che "fanno" la
comunicazione. E, soprattutto, fatica ad accettare che se ne
possa parlare criticamente.
3. La mancanza del senso della
notizia. Il volontariato non sa discernere che cosa, fra
quello che vorrebbe comunicare, fa notizia e che cosa non
può avere interesse al di fuori della ristretta cerchia di
coloro che ne sono coinvolti. Non sa raccontarsi, non sa
rendersi "notiziabile". Di conseguenza non aiuta,
anzi, a volte intralcia il lavoro dei giornalisti.
4. La frammentazione. Quello
del volontariato è un mondo molto complesso, come complesse
sono le problematiche di cui si occupa. Ma quando la
complessità diventa frammentazione in una miriade di piccole
realtà spesso in concorrenza tra loro, è oggettivamente
difficile per loperatore dellinformazione
orientarsi e discernere. Diventa così quasi inevitabile
rivolgersi alle realtà più grandi e conosciute, anche se
non rappresentano interamente la ricchezza e la varietà
della cultura e dellagire del volontariato.
La necessità di comunicare
Il volontariato ha radici che affondano
molto lontano nella storia del nostro Paese, ma nella forma
in cui lo conosciamo noi attualmente - cioè come
limpegno libero e gratuito dei cittadini che si
organizzano per rendere più efficace la loro solidarietà
con gli ultimi e per rimuovere le cause della esclusione
sociale - possiamo dire che si è diffuso da persona a
persona, da gruppo a gruppo, attraverso la testimonianza
personale e lattivismo delle organizzazioni che ne
figliavano altre e crescevano esse stesse. È cresciuto
quindi dal basso e nel silenzio, finché ad un certo punto i
mezzi di comunicazione si sono accorti che era una fenomeno
non solo nuovo, ma soprattutto diffuso e che stava
acquistando un peso politico. E così hanno cominciato ad
indagarlo, a parlarne, a farlo conoscere
Nello stesso tempo anche il volontariato,
proprio perché era cresciuto sotto tutti i punti di vista,
compreso quello politico, aveva un maggior bisogno di
comunicare, di coinvolgere sempre più gente, di incidere sul
modo di pensare comune1. Anche se lagire del
volontariato si basa sostanzialmente sui rapporti
interpersonali (tra il volontario e gli esclusi con i quali
lavora, ma anche tra i volontari stessi, e tra loro e gli
altri componenti della società), non si può negare che esso
cresce meglio e diventa più incisivo là dove riesce a
comunicare efficacemente, oltre che al proprio interno, anche
allesterno, e soprattutto in due direzioni: verso gli
inclusi da una parte, e verso le istituzioni, le strutture
pubbliche, le persone e i luoghi in cui si consumano le
scelte politiche dallaltra.
Ma mentre la comunicazione in direzione
istituzionale/politica si avvale di una serie di strumenti e
canali specifici (elaborazione di documenti, libri bianchi,
progetti, interventi pubblici, incontri, dibattiti ecc.),
come far sì che la voce degli esclusi giunga agli inclusi,
se non attraverso i mezzi di comunicazione che
quotidianamente entrano nelle case, nelle scuole, nei luoghi
di lavoro? Ma, nello stesso tempo, come ignorare che quegli
stessi mezzi di comunicazione sono i maggiori diffusori di
una cultura del successo personale più che del benessere
sociale, di uno stile di vita basato sul consumismo più che
sulla condivisione, di un atteggiamento di difesa dei
privilegi acquisti più che di rivendicazione dei diritti di
tutti?
Cambiare i media o cambiare se stessi?
Il mondo del volontariato si è così
trovato davanti due strade:
cambiare i media, svolgendo un
continuo ruolo critico nel loro confronti e
contemporaneamente formando giornalisti e operatori
dellinformazione sensibili e motivati;
costruire una comunicazione alternativa,
cioè investire risorse economiche, umane e culturali per
creare mezzi di comunicazione propri.
Per ciò che riguarda il primo punto, si
può dire che da sempre il mondo del volontariato ha fatto
sentire la propria voce critica denunciando le manchevolezze,
gli errori e talvolta gli orrori di uninformazione che
non rispetta, ad esempio, i diritti dei minori, che crea
allarme attorno ai problemi sociali invece di aiutare a
capirli, che sfrutta il dolore delle persone per fare
spettacolo. E questa sua opera di critica si è appoggiata ad
analisi e studi che hanno coinvolto centri di ricerca e
università, a livello locale come a livello nazionale e si
è espressa, oltre che sugli stessi media, anche in
pubblicazioni e convegni.
Ad esempio il centro culturale Francesco
Luigi Ferrari di Modena tra il gennaio e il giugno 1997 ha
censito oltre 15.000 articoli di cronaca locale di tre
quotidiani: "Carlino Modena", "Gazzetta di
Modena" e "Modena Mattina". La ricerca ha
confermato che fonte privilegiata, anche per quanto riguarda
le tematiche sociali, sono le istituzioni (Regione, Provincia
ed Enti locali); che il volontariato e il Terzo settore non
"bucano", ottengono poco spazio e mai in prima
pagina; che gli argomenti non vengono mai approfonditi2.
A livello, nazionale, invece, vale la pena
citare uno studio condotto dallOsservatorio sulla
comunicazione dellUniversità Cattolica di Milano per
conto del Centro Ambrosiano e della Caritas Ambrosiana in
collaborazione con lUCSI (Unione cattolica Stampa
Italiana). È unanalisi delle pagine di sette
quotidiani ("Avvenire", "Correre della
sera", "Giornale Nuovo", "Il
Giorno", "Il Manifesto", "La
Repubblica" e "LUnità").condotta per 30
giorni, dal 3 aprile al 3 maggio, su cinque temi tra i più
significativi: immigrazione, tossicodipendenza,
prostituzione, nomadi e senza dimora. È emerso che delle
tematiche in esame i quotidiani parlano in maniera abbastanza
costante, ma soprattutto in cronaca nera: ne deriva che il
sociale è soprattutto appannaggio del cronista specializzato
in reati e delitti; che offre una rappresentazione
tendenzialmente negativa del disagio, spesso rafforzando i
luoghi comuni già largamente diffusi dallopinione
pubblica. Il taglio cronachistico, inoltre, va
inevitabilmente a discapito delle possibili forme di
approfondimento e privilegia uninformazione povera di
cosiddetti "elementi di quadro", quelle
informazioni cioè che aiutano a collocare la notizia in un
contesto e a interpretarla3.
Unindagine che parte dagli stessi
presupposti e svolta con gli stessi strumenti di rilevazione
verrà inoltre presentata nei giorni della Conferenza di
Foligno. È stata realizzata dal settimanale
"Vita", che ha studiato come il tema immigrazione
è stato trattato in un periodo di emergenza quale quello
della scorsa estate. Ciò permetterà di fare un confronto su
come i giornali trattano la medesima tematica in un periodo
di normalità e in uno di emergenza.
Tra le iniziative invece volte a formare i
giornalisti che nelle redazioni si occupano di sociale,
bisogna ricordare il corso per redattori sociali che ogni
anno il CNCA organizza a Capodarco, e che è ormai arrivato
alla sua quinta edizione: un appuntamento, dunque, diventato
ormai tradizionale, che ha suscitato un crescente interesse,
tanto che le ultime edizioni sono state realizzate con la
collaborazione della Federazione Nazionale della stampa e
dellUSIGRAI.
Non mancano infine le testimonianze
dellimportanza data dalle stesse organizzazioni di
volontariato alla formazione dei propri operatori di
comunicazione: basti ricordare il corso realizzato dalla
Federazione regionale Lazio del MOVI su "Comunicazione
sociale perché e come" nel febbraio-marzo 97; il
convegno sulla comunicazione sociale organizzato
dallANPAS a Viareggio nel febbraio scorso; il corso di
formazione per operatore della comunicazione della Comunità
Emmanuel di Lecce; quello organizzato per la fine del luglio
1998 a Malosco dallAssociazione Amici dei lebbrosi di
Raoul Follerau; quello ancora in corso a Roma
dellArchivio dellimmigrazione e di Formin
su "Diritti umani e comunicazione sociale".
Anche i Centri di servizio si sono occupati
di questo problema fin dallinizio, basti citare il
convegno da loro organizzato nel maggio scorso a Bologna su
"Informazione e volontariato - Linguaggio, nuove
tecnologie, forme di tutela".
Per ciò che riguarda il secondo punto,
bisogna dire che il volontariato è sempre stato
quantitativamente assai prolifico nel produrre strumenti di
comunicazione. Da quanto emerge dalla Banca Dati della
Fondazione Italiana per il Volontariato, un terzo delle
organizzazioni si colloca ad un livello medio alto di
attenzione alla comunicazione per le sue attività di
sensibilizzazione, animazione, reclutamento e ricerca dei
fondi.
Le riviste prodotte dal volontariato, del
resto, sono centinaia: nel 1990 il Centro Nazionale per il
Volontariato di Lucca ha realizzato un primo studio
censendone un campione4. Attualmente è in corso
un aggiornamento del censimento con relativa analisi
qualitativa, ricerca che verrà presentata durante i lavori
della Conferenza di Foligno.
Ma sarebbe interessante censire anche le
pubblicazioni di libri, fascicoli, dépliant, materiali di
vario tipo. E negli ultimi anni si è andata diffondendo la
produzione di CD rom e soprattutto di video cassette, tanto
che Comunità Aperta, che ogni anno assegna il premio
giornalistico televisivo "Ilaria Alpi", ha
organizzato a Riccione il primo Festival Video del
volontariato (giugno 98). Sono infatti ormai migliaia
le produzioni audiovisive edite dal volontariato in Italia,
tanto da costituire un microsistema informativo che, pur non
reperibile nei "normali" canali di distribuzione,
ha comunque una sua dignità e la sua importanza proprio per
i temi che vengono trattati. Per questo Comunità Aperta ha
anche dato vita a Riccione a una videoteca che mette a
disposizione degli interessati questi prodotti5.
In occasione della Conferenza di Foligno ha inoltre
realizzato un video che raccoglie i principali prodotti
realizzati dal volontariato.
Un discorso a parte richiederebbero le
numerose mostre e i festival del volontariato e del Terzo
settore che negli ultimi anni si sono moltiplicati, a partire
dalla Prima "Settimana nazionale del volontariato",
realizzata dalla Fondazione Italiana per il Volontariato nel
1993 a Bari, fino ad arrivare alledizione 1998 di
Civitas, allinterno della quale, il 18 aprile a Padova,
si è svolta la I Convention della solidarietà sul
tema "Mi riguarda - il futuro del paese nelle mani dei
cittadini": in quella occasione il presidente del
Consiglio Romano Prodi ha firmato un "Patto per la
solidarietà" col Forum del Terzo Settore.
Il moltiplicarsi di questo tipo di
manifestazioni risponde a una duplice esigenza: dare
lopportunità alle organizzazioni presenti sul medesimo
territorio di incontrarsi e di scambiarsi esperienze e, nello
stesso tempo, riuscire a comunicare direttamente con il
territorio in cui si opera, facendosi "scoprire"
dalle persone con cui altrimenti non si entra in contatto.
Sono dunque anche queste occasioni per stabilire nuovi
rapporti di comunicazione.
Le organizzazioni di volontariato, infine,
mostrano molto interesse anche per la comunicazione via
Internet, che ha costi relativamente bassi e nello stesso
tempo permette di far circolare ampiamente notizie e
informazioni: tanto è vero che sono ormai molte quelle che
hanno un proprio sito. Allo stato attuale, però, questa
presenza del volontariato in Internet mostra molti limiti: i
siti non sono collegati fra loro, anzi, a volte sono
addirittura in concorrenza luno con laltro; manca
un coordinamento e appare evidente una ricerca a volte
esasperata della visibilità fine a se stessa6.
Eppure non basta
È possibile fare un bilancio di tutto
questo fervore di iniziative, di tutto questo investimento di
energie? Probabilmente no, o almeno non in generale (è già
difficile per ogni organizzazione fare il proprio), ma si
possono almeno azzardare alcune considerazioni per mettere in
luce i limiti fino ad ora riscontrabili in entrambe le
strategie.
La prima, infatti, risulta
indebolita da un dato di fatto molto concreto e da una
considerazione più generale. Il dato di fatto è che, pur
criticando anche profondamente i mezzi di comunicazione di
massa, le organizzazioni di volontariato hanno continuato a
coprire spazi in essi, non disdegnando quelli che venivano
offerti, e spesso sollecitandoli quando non cerano. Un
atteggiamento, questo, dettato a volte dalla necessità di
non perdere occasioni importanti (per raccogliere fondi o per
lanciare una campagna), a volte dalla sincera convinzione che
esistono anche nei media trasmissioni condotte con
correttezza e serietà. Un atteggiamento che comunque lascia
unimpressione di contradditorietà.
La considerazione più generale è che
lidea di riuscire a cambiare un sistema complesso come
quello dei mezzi di comunicazione di massa, che risponde ad
esigenze e ad interessi (legittimi e non) tanto diversi,
sembra essere a volte più una pretesa che una strategia
realisticamente perseguibile. Anche se alcuni passi avanti in
questa direzione sono stati fatti, come per esempio il
"Patto di fiducia tra Rai, Terzo settore e
Cittadini" dellaprile scorso, e con la creazione,
da parte della Rai, di un Segretariato sociale che ha il
compito delle relazioni con i soggetti del terzo settore e
con i soggetti speciali o in particolari condizioni di
svantaggio. Anche altri media hanno mostrato interesse e
disponibilità nei confronti dellinformazione sociale e
in particolare del volontariato. Nel 1992, ad esempio,
lagenzia di stampa ASCA ha inaugurato una rete dedicata
solo al volontariato e al Terzo settore. Meno fortuna hanno
incontrato le pagine dedicate specificamente al volontariato
da alcuni quotidiani, come "Il Messaggero",
"LUnità" (con linserto
"Mattina"), la "Gazzetta di Modena",
"Il Resto del Carlino", "Il Tirreno",
solo per citarne alcuni. Queste esperienze hanno avuto breve
vita, a dimostrazione del fatto che uninformazione
ghettizzata non paga.
Una strategia di "riforma" del
sistema dei media richiede comunque tempi talmente lunghi da
far sentire la necessità di essere affiancata da altre
tattiche a breve-mediotermine.
Con questo non si vuole, ovviamente,
sottostimare o ridimensionare la capacità critica del
volontariato nel campo della comunicazione, anzi, semmai si
vuol dire che occorre trovare i modi per rendere questa
capacità sempre più incisiva.
La seconda strategia, quella
dellattivare propri canali di comunicazione, ha portato
di fatto ad una moltiplicazione di testate, iniziative,
strutture, che danno però limpressione di disperdere
in mille rivoli un potenziale comunicativo enorme. Questi
mille rivoli arrivano senza dubbio in molti angoli del
territorio, ma talmente assottigliati da essere ben poco
visibili. Di conseguenza, hanno in realtà poca capacità di
"fare opinione", di avere un peso paragonabile a
quello di altri mezzi di comunicazione.
I prodotti comunicativi del volontariato,
inoltre, sono spesso di scarsa qualità: non tanto o non solo
per ciò che riguarda i contenuti, quanto per come sono
elaborati e confezionati, come evidenziato dallindagine
già citata dal Centro nazionale del Volontariato di Lucca.
Spesso, infatti, i mezzi economici a disposizione sono molto
limitati, e quindi si rinuncia allapporto di
professionisti, si riduce al massimo tutto ciò che comporta
spese o ulteriore lavoro (la carta, le immagini,
limpaginazione
). Tutto ciò fa sì che questi
prodotti comunicativi "funzionino" solo per un
target molto limitato, quello costituito da chi fa già parte
dellorganizzazione e da chi la conosce direttamente e
in qualche modo le è vicino, ma suscitino ben poco interesse
in tutti gli altri. Che rischino, cioè, di essere
autoreferenziali, e soprattutto che non riescano, ancora una
volta, a parlare agli inclusi.
Limpressione, quindi è che quello
del volontariato sia un grande sforzo produttivo in cui però
i risultati effettivamente raggiunti non sono proporzionali
alle energie investite.
Imparare a comunicare
È arrivato dunque il momento di fare un
salto di qualità: il volontariato deve imparare a
comunicare, secondo due prospettive:
1. deve imparare a
migliorare i propri prodotti comunicativi. Ogni testata
può essere migliorata: anche il bollettino fatto con i mezzi
più economici, anche il dépliant stampato una tantum. A
volte il mondo del volontariato è talmente convinto che la
propria comunicazione sia alternativa rispetto al sistema dei
media, contemporaneamente che la professionalità costi
troppo, da lasciare la propria comunicazione in mano alla
buona volontà di persone disponibili ma assai poco
competenti, e senza mezzi a disposizione. Devono esistere
allinterno di ogni organizzazione o federazione persone
addette alla comunicazione che abbiano alle spalle una
formazione seria e competenze specifiche. Ove questo non sia
possibile sarà necessario studiare forme di collaborazione
tra gruppi per ciò che riguarda questa specifica
problematica.
2. deve imparare a
"pensarsi come una fonte" cui i mezzi di
comunicazione di massa possono, anzi, devono ricorrere se
vogliono fare uninformazione corretta e completa. Il
volontariato possiede esperienze, ma anche conoscenza
diretta, "sul campo" di tanti problemi; possiede
dati, informazioni, elementi interpretativi. A livello locale
soprattutto, ma anche a livello nazionale, il volontariato sa
molte cose. È dunque una fonte primaria di
informazione. Inoltre, possiede una visione del mondo, uno
schema interpretativo originale: quindi ha anche delle
opinioni, può fornire letture dei problemi e delle
situazioni, parlando non solo a nome dei volontari, ma anche
e soprattutto a nome dei tanti che non hanno voce perché
poveri, esclusi, invisibili. Due buoni motivi - lessere
fonte di informazioni, il rappresentare un punto di vista
chiaro - per proporsi ai media con serietà e dignità.
Ancora una volta, queste due prospettive
sono strettamente connesse anche perché, per realizzarsi,
richiedono un fondamentale salto di qualità.
Strategie comunicative di ampio respiro
Un salto di qualità che si basa
essenzialmente su una presa di coscienza: che il problema non
è quello di occupare spazi più o meno ampi in televisione o
sui giornali per parlare di sé, per pubblicizzare un
progetto o per raccogliere fondi. Troppo spesso il
volontariato cade nelle tentazioni narcisistiche che colgono
tutti coloro che ottengono finalmente "ascolto" dai
media: parlare di sé e soltanto di sé. Il problema è far
sì che attraverso i media si diffonda una cultura della
solidarietà, che la voce degli ultimi sia ascoltata e
rispettata. Che è cosa ben diversa dal parlare della propria
organizzazione
Se il volontariato si mettesse in questo
ordine di idee, riuscirebbe ad individuare strategie
comunicative di ampio respiro. Ma un salto di qualità di
questo genere implica che ogni organizzazione faccia scelte
chiare su tre piani: sul piano culturale, su quello formativo
e su quello organizzativo.
Come in altri campi, anche in quello della
comunicazione è importante che il volontariato superi la
propria frammentarietà e si dia delle forme di coordinamento
necessarie per elaborare e attuare una strategia che guardi
lontano. Un esempio è proprio quello di Internet, cui si è
già accennato. Se non si trova la volontà di cooperare e di
coordinarsi, la rete di comunicazione "grande come il
mondo" rischia infatti di essere sotto utilizzata o
usata per creare altra confusione invece che per creare
integrazione (una ricerca su come il volontariato sta usando
Internet e su quali prospettive questo strumento può aprire
è in corso di elaborazione: la sta curando Andrea Volterrani
dellUniversità di Firenze e sarà presentata alla
Conferenza di Foligno).
Per altri versi, sulla strada del
coordinamento e della cooperazione alcuni passi sono stati
fatti. Gli addetti stampa di 40 organismi e federazioni di
volontariato, in un incontro che si è tenuto il 2 luglio
corso presso la Federazione Nazionale della Stampa hanno
discusso proprio della necessità di creare una strategia
comune. Tra i punti su cui potrebbe appoggiarsi questa
strategia cè
la costituzione di un coordinamento tra gli
uffici stampa stessi (iniziativa per altro già avviata);
la creazione di unagenzia di stampa
del volontariato, che raccolga e diffonda tutte le notizie
che produce;
la formazione di un osservatorio permanente
sulle grandi testate nazionali.
Credendo in questo lavoro la Federazione
Nazionale della Stampa ha intanto messo a disposizione delle
organizzazioni del Terzo settore un sito al quale è
possibile inviare le informazioni che si desidera mettere in
rete.
Accanto a queste iniziative, tese a
organizzare e diffondere le informazioni, resta fondamentale,
come abbiamo detto, il lavoro formativo nei confronti degli
operatori. Come sopra accennato, alcuni Centri di Servizio si
sono già posti il problema e hanno preso iniziative in
questo senso, mentre vanno avanti anche quelle prese dalle
singole organizzazioni. È comunque importante che questo
lavoro formativo raggiunga anche i gruppi piccoli, più
isolati e con meno mezzi a disposizione.
Proprio per limportanza attribuita al
tema della comunicazione, i Centri di servizio hanno sentito
lesigenza di coordinarsi per affrontarlo più
efficacemente (il loro coordinamento ha chiesto e ottenuto un
riconoscimento al Ministro degli Affari Sociali). Inoltre,
per far sì che il proprio lavoro sia più aderente alle
reali necessità delle organizzazioni, alcuni centri di
servizio hanno avviato unindagine insieme alla Banca
Dati della Fondazione Italiana per il Volontariato, per
conoscere quali mezzi di comunicazione usano effettivamente,
in che modo, con quali risultati e di quali figure
professionali si avvalgono. Lindagine sarà conclusa
nel maggio del 1999, ma una anticipazione sarà offerta alla
Conferenza di Foligno.
Accanto alla formazione degli operatori di
comunicazione interni al mondo del volontariato, resta
fondamentale la formazione degli operatori dei grandi media.
A tal fine è auspicabile che direttori e dirigenti della
grandi testate televisive, radiofoniche e della carta
stampata prendano iniziative di aggiornamento e formazione
dei loro operatori, eventualmente in collaborazione con le
organizzazioni di volontariato e con i centri di studio e di
ricerca ad essi legati.
Tutto questo non è finalizzato alla
creazione di un "redattore sociale" tout court,
quanto alla formazione al sociale dei giornalisti e degli
operatori che si occupano anche di economia, cultura,
politica, cronaca, esteri
Problemi come quello della
povertà, dellesclusione sociale,
dellimmigrazione, dello sviluppo compatibile, della
riforma del Welfare, dellambiente, della famiglia e
così via sono trasversali e possono riguardare ogni
giornalista, in qualunque redazione lavori. Non esiste,
infatti, un "sociale" staccato da un
"politico" o da un "economico" e così
via. Questo tanto più in un momento in cui sotto
letichetta di "sociale" si infilano gli
argomenti più diversi: cronaca rosa, salute, e metereologia
comprese.
Se dunque ha un senso che ci siano
trasmissioni e spazi "specializzati", dedicati ai
problemi dellimmigrazione o dei portatori di handicap o
degli anziani e così via, è fondamentale che una strategia
della comunicazione sociale punti a un duplice obiettivo: che
i temi che la riguardano siano trattati con professionalità
e attenzione, e che non siano ghettizzati in spazi magari
secondari, ma siano trasversali a tutta linformazione.
1 Luciano Tavazza, Il
volontariato nella transizione, Fondazione italiana per
il volontariato, 1998.
2 Centro culturale Luigi Ferrari, Osservatorio
sulla stampa locale - elaborazione dati gennaio-giugno
97, Modena 1997
3 Osservatorio sulla Comunicazione
dellUniversità Cattolica del Sacro Cuore, La
rappresentazione delle tematiche sociali del disagio.
Ricerca coordinata da Alberto Bourlot, Milano,
maggio 98. Una sintesi è stata presentata
nellarticolo di Paolo Lambruschi, Sbatti il
disagio in cronaca, in "Farsi Prossimo,
giugno-luglio 1998.
4 Ruggero Valentini, Il villaggio
solidale, Quaderni del Centro Nazionale per il
Volontariato, Lucca 1990.
5 Videoteca del premio giornalistico
televisivo Ilaria Alpi, Catalogo, Riccione 1998.
6 Andrea Volterrani,
Reti reali, reti virtuali, in "Rivista del
Volontariato", n. 10, 1998.
BACK