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PER UNA STRATEGIA COMUNICATIVA DEL VOLONTARIATO

 di
Maria Teresa Rosito

Conferenza nazionale del volontariato
"Il volontariato per la coesione sociale verso un nuovo Welfare".

Foligno 11- 12 - 13 dicembre 1998

 

Media e volontariato: un rapporto difficile

Il rapporto tra volontariato e mezzi di comunicazione di massa è generalmente difficile, spesso contraddittorio, qualche volta apertamente polemico.

Da una parte, il volontariato conosce e riconosce la forza dei mass media, la loro capacità di penetrazione tra la gente, di formare l’opinione pubblica. Sa, dunque, di avere in qualche modo bisogno dei media, per due motivi diversi, anche se a volte correlati: il primo è che i media possono far conoscere le situazioni di povertà, denunciare i diritti negati, creare sensibilità nei confronti degli esclusi. Possono essere, cioè, utili strumenti di denuncia dell’ingiustizia sociale e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Il secondo è che il volontariato ha bisogno di farsi conoscere, di far sapere al grande pubblico - cioè agli "inclusi" - che c’è qualcuno che lavora accanto agli "esclusi", che altri possono farlo e che, soprattutto, molti possono sostenere con le parole e con i fatti il lavoro dei volontari.

Dall’altra parte, i media sanno che il volontariato è una realtà diffusa e, soprattutto, radicata nel territorio, proprio in quella parte di esso, oltre tutto, che è per molti versi più difficile da esplorare e da raccontare. Sanno, dunque, che il volontariato è una fonte di idee, di storie, di progetti che non è sostituibile da nessun’altra realtà sociale, e che rappresenta un punto di vista originale, talvolta complementare e talvolta alternativo a quello di altre fonti "ufficiali", ma comunque diverso.

Se questi sono i presupposti, sarebbe lecito aspettarsi un rapporto di stretta e costruttiva collaborazione. Così non è: si tratta piuttosto di un rapporto burrascoso, fatto di reciproci rimproveri che vanno a costellare un continuo cercarsi che sembra destinato a non sfociare mai in un incontro definitivo.

Le accuse del volontariato ai media

Le accuse che vengono più spesso rivolte ai media sono cinque.

1. La superficialità. I ritmi di produzione delle notizie, l’esiguità degli spazi a disposizione, i pochi mezzi economici investiti per l’informazione che riguarda il sociale, fanno sì che non si riesca quasi mai ad andare oltre la cronaca spicciola. Le notizie, che riguardano temi assai complessi, non vengono mai contestualizzate, approfondite, spiegate con chiarezza: si finisce col dire sempre le stesse cose che in genere confermano l’opinione pubblica nei propri pregiudizi.

2. La scarsa conoscenza della varietà delle fonti. In genere i giornalisti si rivolgono sempre alle stesse: a quelle istituzionali, come è ovvio, e a quelle che sono comunque vicine ai centri di potere. Anche per quanto riguarda la galassia del volontariato, inoltre, riproducono lo stesso meccanismo: scelgono alcune organizzazioni o, più spesso, alcune persone e si rivolgono sempre a quelle. Questo fa sì che la grande maggioranza delle organizzazioni di volontariato - e con esse interi ambiti in cui esso si impegna - non siano mai prese in considerazione come fonti e non abbiano mai voce. Il messaggio che arriva alla gente è che il volontariato è fatto da poche figure carismatiche o semplicemente telegeniche e dai loro seguaci.

3. La preparazione non specialistica dei giornalisti. Chi deve occuparsi del sociale? Fino a non molto tempo fa era diffusa la figura del "redattore sociale", che in genere era una donna, o l’ultimo arrivato o quello con meno aspirazioni di carriera. Oggi la figura del redattore sociale tende a sparire (e d’altra parte, in che cosa dovrebbe essere specializzato?), ma i cronisti che si trovano a "coprire" le notizie spesso hanno scarsa conoscenza dell’argomento e non hanno il tempo di approfondire.

4. L’incostanza. Ci sono intere aree tematiche che i media non riescono o non vogliono seguire perché le ritengono di scarsa presa sul pubblico, mentre per il volontariato sono importanti e sarebbe doveroso proporle anche al vasto pubblico. È il caso dell’informazione sui Paesi in via di sviluppo, che è intermittente e vaga, legata di solito al verificarsi di qualche tragedia naturale (terremoti, cicloni, inquinamento…) o umana che sia (guerre, colpi di Stato, ondate migratorie…) e sostanzialmente insufficiente. Ma è anche il caso di molte altre problematiche "di casa nostra", di cui ci si occupa intensamente per un certo periodo - anche in questo caso sull’onda di uno o più fatti di cronaca emotivamente coinvolgenti - per rimuoverle totalmente per lungi periodi.

5. Lo sfruttamento. Giornalisti e programmisti si rivolgono spesso alle organizzazioni di volontariato per avere, più che informazioni, le cosiddette "storie": persone che hanno vissuto esperienze particolarmente intense o dolorose e che si desidera portare in trasmissione perché possano raccontarle. Al di là del fatto che queste testimonianze possono effettivamente servire per un’informazione più completa o possono invece essere usate in modi molto scorretti, resta nei volontari la sensazione di essere usati (le "storie" contribuiscono ad alzare l’audience) senza che venga loro data la possibilità di entrare in un dibattito e di esprimere un punto di vista.

Le accuse dei media al volontariato

A loro volta, gli operatori dei media rivolgono alcune critiche al mondo volontariato.

1. La scarsa conoscenza dei media. La comunicazione ha le proprie leggi, che sono complesse e richiedono un’alta professionalità da parte dei comunicatori, e si servono di linguaggi che hanno propri codici che bisogna padroneggiare. Queste leggi e queste regole linguistiche non possono essere accantonate né ignorate, né considerate con insofferenza, come invece spesso fanno i volontari, che antepongono la loro "urgenza di dire" ad ogni altra esigenza produttiva, creativa e anche critica.

2. La tentazione di imporsi. Spesso il mondo del volontariato dà l’impressione che, se potesse, salterebbe volentieri ogni mediazione giornalistica, considerandola inutile e, anzi, controproducente. Vorrebbe sempre avere il microfono o la penna in mano per dire quello che vuole e come vuole, senza l’intervento delle varie professionalità (giornalisti, conduttori, registi…) che "fanno" la comunicazione. E, soprattutto, fatica ad accettare che se ne possa parlare criticamente.

3. La mancanza del senso della notizia. Il volontariato non sa discernere che cosa, fra quello che vorrebbe comunicare, fa notizia e che cosa non può avere interesse al di fuori della ristretta cerchia di coloro che ne sono coinvolti. Non sa raccontarsi, non sa rendersi "notiziabile". Di conseguenza non aiuta, anzi, a volte intralcia il lavoro dei giornalisti.

4. La frammentazione. Quello del volontariato è un mondo molto complesso, come complesse sono le problematiche di cui si occupa. Ma quando la complessità diventa frammentazione in una miriade di piccole realtà spesso in concorrenza tra loro, è oggettivamente difficile per l’operatore dell’informazione orientarsi e discernere. Diventa così quasi inevitabile rivolgersi alle realtà più grandi e conosciute, anche se non rappresentano interamente la ricchezza e la varietà della cultura e dell’agire del volontariato.

La necessità di comunicare

Il volontariato ha radici che affondano molto lontano nella storia del nostro Paese, ma nella forma in cui lo conosciamo noi attualmente - cioè come l’impegno libero e gratuito dei cittadini che si organizzano per rendere più efficace la loro solidarietà con gli ultimi e per rimuovere le cause della esclusione sociale - possiamo dire che si è diffuso da persona a persona, da gruppo a gruppo, attraverso la testimonianza personale e l’attivismo delle organizzazioni che ne figliavano altre e crescevano esse stesse. È cresciuto quindi dal basso e nel silenzio, finché ad un certo punto i mezzi di comunicazione si sono accorti che era una fenomeno non solo nuovo, ma soprattutto diffuso e che stava acquistando un peso politico. E così hanno cominciato ad indagarlo, a parlarne, a farlo conoscere

Nello stesso tempo anche il volontariato, proprio perché era cresciuto sotto tutti i punti di vista, compreso quello politico, aveva un maggior bisogno di comunicare, di coinvolgere sempre più gente, di incidere sul modo di pensare comune1. Anche se l’agire del volontariato si basa sostanzialmente sui rapporti interpersonali (tra il volontario e gli esclusi con i quali lavora, ma anche tra i volontari stessi, e tra loro e gli altri componenti della società), non si può negare che esso cresce meglio e diventa più incisivo là dove riesce a comunicare efficacemente, oltre che al proprio interno, anche all’esterno, e soprattutto in due direzioni: verso gli inclusi da una parte, e verso le istituzioni, le strutture pubbliche, le persone e i luoghi in cui si consumano le scelte politiche dall’altra.

Ma mentre la comunicazione in direzione istituzionale/politica si avvale di una serie di strumenti e canali specifici (elaborazione di documenti, libri bianchi, progetti, interventi pubblici, incontri, dibattiti ecc.), come far sì che la voce degli esclusi giunga agli inclusi, se non attraverso i mezzi di comunicazione che quotidianamente entrano nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro? Ma, nello stesso tempo, come ignorare che quegli stessi mezzi di comunicazione sono i maggiori diffusori di una cultura del successo personale più che del benessere sociale, di uno stile di vita basato sul consumismo più che sulla condivisione, di un atteggiamento di difesa dei privilegi acquisti più che di rivendicazione dei diritti di tutti?

Cambiare i media o cambiare se stessi?

Il mondo del volontariato si è così trovato davanti due strade:

cambiare i media, svolgendo un continuo ruolo critico nel loro confronti e contemporaneamente formando giornalisti e operatori dell’informazione sensibili e motivati;

costruire una comunicazione alternativa, cioè investire risorse economiche, umane e culturali per creare mezzi di comunicazione propri.

Per ciò che riguarda il primo punto, si può dire che da sempre il mondo del volontariato ha fatto sentire la propria voce critica denunciando le manchevolezze, gli errori e talvolta gli orrori di un’informazione che non rispetta, ad esempio, i diritti dei minori, che crea allarme attorno ai problemi sociali invece di aiutare a capirli, che sfrutta il dolore delle persone per fare spettacolo. E questa sua opera di critica si è appoggiata ad analisi e studi che hanno coinvolto centri di ricerca e università, a livello locale come a livello nazionale e si è espressa, oltre che sugli stessi media, anche in pubblicazioni e convegni.

Ad esempio il centro culturale Francesco Luigi Ferrari di Modena tra il gennaio e il giugno 1997 ha censito oltre 15.000 articoli di cronaca locale di tre quotidiani: "Carlino Modena", "Gazzetta di Modena" e "Modena Mattina". La ricerca ha confermato che fonte privilegiata, anche per quanto riguarda le tematiche sociali, sono le istituzioni (Regione, Provincia ed Enti locali); che il volontariato e il Terzo settore non "bucano", ottengono poco spazio e mai in prima pagina; che gli argomenti non vengono mai approfonditi2.

A livello, nazionale, invece, vale la pena citare uno studio condotto dall’Osservatorio sulla comunicazione dell’Università Cattolica di Milano per conto del Centro Ambrosiano e della Caritas Ambrosiana in collaborazione con l’UCSI (Unione cattolica Stampa Italiana). È un’analisi delle pagine di sette quotidiani ("Avvenire", "Correre della sera", "Giornale Nuovo", "Il Giorno", "Il Manifesto", "La Repubblica" e "L’Unità").condotta per 30 giorni, dal 3 aprile al 3 maggio, su cinque temi tra i più significativi: immigrazione, tossicodipendenza, prostituzione, nomadi e senza dimora. È emerso che delle tematiche in esame i quotidiani parlano in maniera abbastanza costante, ma soprattutto in cronaca nera: ne deriva che il sociale è soprattutto appannaggio del cronista specializzato in reati e delitti; che offre una rappresentazione tendenzialmente negativa del disagio, spesso rafforzando i luoghi comuni già largamente diffusi dall’opinione pubblica. Il taglio cronachistico, inoltre, va inevitabilmente a discapito delle possibili forme di approfondimento e privilegia un’informazione povera di cosiddetti "elementi di quadro", quelle informazioni cioè che aiutano a collocare la notizia in un contesto e a interpretarla3.

Un’indagine che parte dagli stessi presupposti e svolta con gli stessi strumenti di rilevazione verrà inoltre presentata nei giorni della Conferenza di Foligno. È stata realizzata dal settimanale "Vita", che ha studiato come il tema immigrazione è stato trattato in un periodo di emergenza quale quello della scorsa estate. Ciò permetterà di fare un confronto su come i giornali trattano la medesima tematica in un periodo di normalità e in uno di emergenza.

Tra le iniziative invece volte a formare i giornalisti che nelle redazioni si occupano di sociale, bisogna ricordare il corso per redattori sociali che ogni anno il CNCA organizza a Capodarco, e che è ormai arrivato alla sua quinta edizione: un appuntamento, dunque, diventato ormai tradizionale, che ha suscitato un crescente interesse, tanto che le ultime edizioni sono state realizzate con la collaborazione della Federazione Nazionale della stampa e dell’USIGRAI.

Non mancano infine le testimonianze dell’importanza data dalle stesse organizzazioni di volontariato alla formazione dei propri operatori di comunicazione: basti ricordare il corso realizzato dalla Federazione regionale Lazio del MOVI su "Comunicazione sociale perché e come" nel febbraio-marzo ‘97; il convegno sulla comunicazione sociale organizzato dall’ANPAS a Viareggio nel febbraio scorso; il corso di formazione per operatore della comunicazione della Comunità Emmanuel di Lecce; quello organizzato per la fine del luglio 1998 a Malosco dall’Associazione Amici dei lebbrosi di Raoul Follerau; quello ancora in corso a Roma dell’Archivio dell’immigrazione e di Formin’ su "Diritti umani e comunicazione sociale".

Anche i Centri di servizio si sono occupati di questo problema fin dall’inizio, basti citare il convegno da loro organizzato nel maggio scorso a Bologna su "Informazione e volontariato - Linguaggio, nuove tecnologie, forme di tutela".

Per ciò che riguarda il secondo punto, bisogna dire che il volontariato è sempre stato quantitativamente assai prolifico nel produrre strumenti di comunicazione. Da quanto emerge dalla Banca Dati della Fondazione Italiana per il Volontariato, un terzo delle organizzazioni si colloca ad un livello medio alto di attenzione alla comunicazione per le sue attività di sensibilizzazione, animazione, reclutamento e ricerca dei fondi.

Le riviste prodotte dal volontariato, del resto, sono centinaia: nel 1990 il Centro Nazionale per il Volontariato di Lucca ha realizzato un primo studio censendone un campione4. Attualmente è in corso un aggiornamento del censimento con relativa analisi qualitativa, ricerca che verrà presentata durante i lavori della Conferenza di Foligno.

Ma sarebbe interessante censire anche le pubblicazioni di libri, fascicoli, dépliant, materiali di vario tipo. E negli ultimi anni si è andata diffondendo la produzione di CD rom e soprattutto di video cassette, tanto che Comunità Aperta, che ogni anno assegna il premio giornalistico televisivo "Ilaria Alpi", ha organizzato a Riccione il primo Festival Video del volontariato (giugno ‘98). Sono infatti ormai migliaia le produzioni audiovisive edite dal volontariato in Italia, tanto da costituire un microsistema informativo che, pur non reperibile nei "normali" canali di distribuzione, ha comunque una sua dignità e la sua importanza proprio per i temi che vengono trattati. Per questo Comunità Aperta ha anche dato vita a Riccione a una videoteca che mette a disposizione degli interessati questi prodotti5. In occasione della Conferenza di Foligno ha inoltre realizzato un video che raccoglie i principali prodotti realizzati dal volontariato.

Un discorso a parte richiederebbero le numerose mostre e i festival del volontariato e del Terzo settore che negli ultimi anni si sono moltiplicati, a partire dalla Prima "Settimana nazionale del volontariato", realizzata dalla Fondazione Italiana per il Volontariato nel 1993 a Bari, fino ad arrivare all’edizione 1998 di Civitas, all’interno della quale, il 18 aprile a Padova, si è svolta la I Convention della solidarietà sul tema "Mi riguarda - il futuro del paese nelle mani dei cittadini": in quella occasione il presidente del Consiglio Romano Prodi ha firmato un "Patto per la solidarietà" col Forum del Terzo Settore.

Il moltiplicarsi di questo tipo di manifestazioni risponde a una duplice esigenza: dare l’opportunità alle organizzazioni presenti sul medesimo territorio di incontrarsi e di scambiarsi esperienze e, nello stesso tempo, riuscire a comunicare direttamente con il territorio in cui si opera, facendosi "scoprire" dalle persone con cui altrimenti non si entra in contatto. Sono dunque anche queste occasioni per stabilire nuovi rapporti di comunicazione.

Le organizzazioni di volontariato, infine, mostrano molto interesse anche per la comunicazione via Internet, che ha costi relativamente bassi e nello stesso tempo permette di far circolare ampiamente notizie e informazioni: tanto è vero che sono ormai molte quelle che hanno un proprio sito. Allo stato attuale, però, questa presenza del volontariato in Internet mostra molti limiti: i siti non sono collegati fra loro, anzi, a volte sono addirittura in concorrenza l’uno con l’altro; manca un coordinamento e appare evidente una ricerca a volte esasperata della visibilità fine a se stessa6.

…Eppure non basta

È possibile fare un bilancio di tutto questo fervore di iniziative, di tutto questo investimento di energie? Probabilmente no, o almeno non in generale (è già difficile per ogni organizzazione fare il proprio), ma si possono almeno azzardare alcune considerazioni per mettere in luce i limiti fino ad ora riscontrabili in entrambe le strategie.

La prima, infatti, risulta indebolita da un dato di fatto molto concreto e da una considerazione più generale. Il dato di fatto è che, pur criticando anche profondamente i mezzi di comunicazione di massa, le organizzazioni di volontariato hanno continuato a coprire spazi in essi, non disdegnando quelli che venivano offerti, e spesso sollecitandoli quando non c’erano. Un atteggiamento, questo, dettato a volte dalla necessità di non perdere occasioni importanti (per raccogliere fondi o per lanciare una campagna), a volte dalla sincera convinzione che esistono anche nei media trasmissioni condotte con correttezza e serietà. Un atteggiamento che comunque lascia un’impressione di contradditorietà.

La considerazione più generale è che l’idea di riuscire a cambiare un sistema complesso come quello dei mezzi di comunicazione di massa, che risponde ad esigenze e ad interessi (legittimi e non) tanto diversi, sembra essere a volte più una pretesa che una strategia realisticamente perseguibile. Anche se alcuni passi avanti in questa direzione sono stati fatti, come per esempio il "Patto di fiducia tra Rai, Terzo settore e Cittadini" dell’aprile scorso, e con la creazione, da parte della Rai, di un Segretariato sociale che ha il compito delle relazioni con i soggetti del terzo settore e con i soggetti speciali o in particolari condizioni di svantaggio. Anche altri media hanno mostrato interesse e disponibilità nei confronti dell’informazione sociale e in particolare del volontariato. Nel 1992, ad esempio, l’agenzia di stampa ASCA ha inaugurato una rete dedicata solo al volontariato e al Terzo settore. Meno fortuna hanno incontrato le pagine dedicate specificamente al volontariato da alcuni quotidiani, come "Il Messaggero", "L’Unità" (con l’inserto "Mattina"), la "Gazzetta di Modena", "Il Resto del Carlino", "Il Tirreno", solo per citarne alcuni. Queste esperienze hanno avuto breve vita, a dimostrazione del fatto che un’informazione ghettizzata non paga.

Una strategia di "riforma" del sistema dei media richiede comunque tempi talmente lunghi da far sentire la necessità di essere affiancata da altre tattiche a breve-mediotermine.

Con questo non si vuole, ovviamente, sottostimare o ridimensionare la capacità critica del volontariato nel campo della comunicazione, anzi, semmai si vuol dire che occorre trovare i modi per rendere questa capacità sempre più incisiva.

La seconda strategia, quella dell’attivare propri canali di comunicazione, ha portato di fatto ad una moltiplicazione di testate, iniziative, strutture, che danno però l’impressione di disperdere in mille rivoli un potenziale comunicativo enorme. Questi mille rivoli arrivano senza dubbio in molti angoli del territorio, ma talmente assottigliati da essere ben poco visibili. Di conseguenza, hanno in realtà poca capacità di "fare opinione", di avere un peso paragonabile a quello di altri mezzi di comunicazione.

I prodotti comunicativi del volontariato, inoltre, sono spesso di scarsa qualità: non tanto o non solo per ciò che riguarda i contenuti, quanto per come sono elaborati e confezionati, come evidenziato dall’indagine già citata dal Centro nazionale del Volontariato di Lucca. Spesso, infatti, i mezzi economici a disposizione sono molto limitati, e quindi si rinuncia all’apporto di professionisti, si riduce al massimo tutto ciò che comporta spese o ulteriore lavoro (la carta, le immagini, l’impaginazione…). Tutto ciò fa sì che questi prodotti comunicativi "funzionino" solo per un target molto limitato, quello costituito da chi fa già parte dell’organizzazione e da chi la conosce direttamente e in qualche modo le è vicino, ma suscitino ben poco interesse in tutti gli altri. Che rischino, cioè, di essere autoreferenziali, e soprattutto che non riescano, ancora una volta, a parlare agli inclusi.

L’impressione, quindi è che quello del volontariato sia un grande sforzo produttivo in cui però i risultati effettivamente raggiunti non sono proporzionali alle energie investite.

Imparare a comunicare

È arrivato dunque il momento di fare un salto di qualità: il volontariato deve imparare a comunicare, secondo due prospettive:

1. deve imparare a migliorare i propri prodotti comunicativi. Ogni testata può essere migliorata: anche il bollettino fatto con i mezzi più economici, anche il dépliant stampato una tantum. A volte il mondo del volontariato è talmente convinto che la propria comunicazione sia alternativa rispetto al sistema dei media, contemporaneamente che la professionalità costi troppo, da lasciare la propria comunicazione in mano alla buona volontà di persone disponibili ma assai poco competenti, e senza mezzi a disposizione. Devono esistere all’interno di ogni organizzazione o federazione persone addette alla comunicazione che abbiano alle spalle una formazione seria e competenze specifiche. Ove questo non sia possibile sarà necessario studiare forme di collaborazione tra gruppi per ciò che riguarda questa specifica problematica.

2. deve imparare a "pensarsi come una fonte" cui i mezzi di comunicazione di massa possono, anzi, devono ricorrere se vogliono fare un’informazione corretta e completa. Il volontariato possiede esperienze, ma anche conoscenza diretta, "sul campo" di tanti problemi; possiede dati, informazioni, elementi interpretativi. A livello locale soprattutto, ma anche a livello nazionale, il volontariato sa molte cose. È dunque una fonte primaria di informazione. Inoltre, possiede una visione del mondo, uno schema interpretativo originale: quindi ha anche delle opinioni, può fornire letture dei problemi e delle situazioni, parlando non solo a nome dei volontari, ma anche e soprattutto a nome dei tanti che non hanno voce perché poveri, esclusi, invisibili. Due buoni motivi - l’essere fonte di informazioni, il rappresentare un punto di vista chiaro - per proporsi ai media con serietà e dignità.

Ancora una volta, queste due prospettive sono strettamente connesse anche perché, per realizzarsi, richiedono un fondamentale salto di qualità.

Strategie comunicative di ampio respiro

Un salto di qualità che si basa essenzialmente su una presa di coscienza: che il problema non è quello di occupare spazi più o meno ampi in televisione o sui giornali per parlare di sé, per pubblicizzare un progetto o per raccogliere fondi. Troppo spesso il volontariato cade nelle tentazioni narcisistiche che colgono tutti coloro che ottengono finalmente "ascolto" dai media: parlare di sé e soltanto di sé. Il problema è far sì che attraverso i media si diffonda una cultura della solidarietà, che la voce degli ultimi sia ascoltata e rispettata. Che è cosa ben diversa dal parlare della propria organizzazione

Se il volontariato si mettesse in questo ordine di idee, riuscirebbe ad individuare strategie comunicative di ampio respiro. Ma un salto di qualità di questo genere implica che ogni organizzazione faccia scelte chiare su tre piani: sul piano culturale, su quello formativo e su quello organizzativo.

Come in altri campi, anche in quello della comunicazione è importante che il volontariato superi la propria frammentarietà e si dia delle forme di coordinamento necessarie per elaborare e attuare una strategia che guardi lontano. Un esempio è proprio quello di Internet, cui si è già accennato. Se non si trova la volontà di cooperare e di coordinarsi, la rete di comunicazione "grande come il mondo" rischia infatti di essere sotto utilizzata o usata per creare altra confusione invece che per creare integrazione (una ricerca su come il volontariato sta usando Internet e su quali prospettive questo strumento può aprire è in corso di elaborazione: la sta curando Andrea Volterrani dell’Università di Firenze e sarà presentata alla Conferenza di Foligno).

Per altri versi, sulla strada del coordinamento e della cooperazione alcuni passi sono stati fatti. Gli addetti stampa di 40 organismi e federazioni di volontariato, in un incontro che si è tenuto il 2 luglio corso presso la Federazione Nazionale della Stampa hanno discusso proprio della necessità di creare una strategia comune. Tra i punti su cui potrebbe appoggiarsi questa strategia c’è

la costituzione di un coordinamento tra gli uffici stampa stessi (iniziativa per altro già avviata);

la creazione di un’agenzia di stampa del volontariato, che raccolga e diffonda tutte le notizie che produce;

la formazione di un osservatorio permanente sulle grandi testate nazionali.

Credendo in questo lavoro la Federazione Nazionale della Stampa ha intanto messo a disposizione delle organizzazioni del Terzo settore un sito al quale è possibile inviare le informazioni che si desidera mettere in rete.

Accanto a queste iniziative, tese a organizzare e diffondere le informazioni, resta fondamentale, come abbiamo detto, il lavoro formativo nei confronti degli operatori. Come sopra accennato, alcuni Centri di Servizio si sono già posti il problema e hanno preso iniziative in questo senso, mentre vanno avanti anche quelle prese dalle singole organizzazioni. È comunque importante che questo lavoro formativo raggiunga anche i gruppi piccoli, più isolati e con meno mezzi a disposizione.

Proprio per l’importanza attribuita al tema della comunicazione, i Centri di servizio hanno sentito l’esigenza di coordinarsi per affrontarlo più efficacemente (il loro coordinamento ha chiesto e ottenuto un riconoscimento al Ministro degli Affari Sociali). Inoltre, per far sì che il proprio lavoro sia più aderente alle reali necessità delle organizzazioni, alcuni centri di servizio hanno avviato un’indagine insieme alla Banca Dati della Fondazione Italiana per il Volontariato, per conoscere quali mezzi di comunicazione usano effettivamente, in che modo, con quali risultati e di quali figure professionali si avvalgono. L’indagine sarà conclusa nel maggio del 1999, ma una anticipazione sarà offerta alla Conferenza di Foligno.

Accanto alla formazione degli operatori di comunicazione interni al mondo del volontariato, resta fondamentale la formazione degli operatori dei grandi media. A tal fine è auspicabile che direttori e dirigenti della grandi testate televisive, radiofoniche e della carta stampata prendano iniziative di aggiornamento e formazione dei loro operatori, eventualmente in collaborazione con le organizzazioni di volontariato e con i centri di studio e di ricerca ad essi legati.

Tutto questo non è finalizzato alla creazione di un "redattore sociale" tout court, quanto alla formazione al sociale dei giornalisti e degli operatori che si occupano anche di economia, cultura, politica, cronaca, esteri… Problemi come quello della povertà, dell’esclusione sociale, dell’immigrazione, dello sviluppo compatibile, della riforma del Welfare, dell’ambiente, della famiglia e così via sono trasversali e possono riguardare ogni giornalista, in qualunque redazione lavori. Non esiste, infatti, un "sociale" staccato da un "politico" o da un "economico" e così via. Questo tanto più in un momento in cui sotto l’etichetta di "sociale" si infilano gli argomenti più diversi: cronaca rosa, salute, e metereologia comprese.

Se dunque ha un senso che ci siano trasmissioni e spazi "specializzati", dedicati ai problemi dell’immigrazione o dei portatori di handicap o degli anziani e così via, è fondamentale che una strategia della comunicazione sociale punti a un duplice obiettivo: che i temi che la riguardano siano trattati con professionalità e attenzione, e che non siano ghettizzati in spazi magari secondari, ma siano trasversali a tutta l’informazione.

1 Luciano Tavazza, Il volontariato nella transizione, Fondazione italiana per il volontariato, 1998.

2 Centro culturale Luigi Ferrari, Osservatorio sulla stampa locale - elaborazione dati gennaio-giugno ‘97, Modena 1997

3 Osservatorio sulla Comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, La rappresentazione delle tematiche sociali del disagio. Ricerca coordinata da Alberto Bourlot, Milano, maggio ‘98. Una sintesi è stata presentata nell’articolo di Paolo Lambruschi, Sbatti il disagio in cronaca, in "Farsi Prossimo’, giugno-luglio 1998.

4 Ruggero Valentini, Il villaggio solidale, Quaderni del Centro Nazionale per il Volontariato, Lucca 1990.

5 Videoteca del premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi, Catalogo, Riccione 1998.

6 Andrea Volterrani, Reti reali, reti virtuali, in "Rivista del Volontariato", n. 10, 1998.

 

 

 

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