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Per una rete di coordinamento 
e di servizi nel terzo settore

 

Cos’è Azione Sociale

 

Azione Sociale è una federazione di associazioni, nasce dalla volontà di costruire un percorso comune, di offrire servizi e mettere in rete le diverse realtà del volontariato, cooperative sociali, imprese del privato sociale e ONG che non trovano rappresentanza e non s’identificano nelle "grandi centrali del volontariato".

Azione Sociale rappresenta uno strumento utilizzabile da tutti gli associati, in grado di offrire risposte e soluzioni a problematiche comuni, e capace di segnalare, in tempo reale, informazioni e notizie che permettano a tutti gli associati di usufruire di tutte le opportunità che possano favorirne la crescita.

Azione Sociale si prefigge i seguenti obiettivi:

  • agevolare la conoscenza delle questioni relative agli affari ed ai servizi sociali attraverso lo strumento della solidarietà;

  • favorire l’informazione, la sensibilizzazione, la formazione e l’aggiornamento degli associati e degli operatori (pubblici e privati) mediante attività seminariali, corsi, convegni, dibattiti, forum ed ogni genere di manifestazioni sul territorio nazionale ed estero;

  • consentire la conoscenza della composita realtà locale, provinciale e nazionale, favorendo la conoscenza dell’organizzazione pubblica e l’accesso a fondi comunali, provinciali, regionali, statali e comunitari.

Il composito quadro delle associazioni già aderenti ad Azione Sociale, alcune molto piccole o estremamente giovani, altre importanti e con una lunga esperienza, permette ed obbliga "Azione Sociale" a svolgere il proprio ruolo tenendo conto delle diverse esigenze, favorendo l’interscambio di esperienze nonché agevolando la creazione di Ati tra gli associati, finalizzate alla realizzazione di specifici progetti.

Azione Sociale svolgerà le seguenti azioni:

  • trasferimento ed attuazione delle politiche e della programmazione sociale da enti pubblici territoriali verso il terzo settore

  • sostegno alla crescita delle associazioni, in particolare per quanto attiene la programmazione europea

  • formazione di quadri direttivi delle associazioni

  • garanzia di partecipazione di associazioni che hanno tra le proprie finalità statutarie quelle dello sviluppo di attuazione di politiche e progetti di genere (in particolare le associazioni che hanno sviluppato progetti nazionali ed internazionali).

Il quadro di riferimento 


Il Terzo Settore sta attraversando un momento di grande fervore, operativo e creativo.

Se si dovesse scegliere un verbo per indicare un obiettivo da non mancare, sceglieremmo Aggregarsi: è un verbo che dobbiamo imparare a coniugare con convinzione e diffonderlo al nostro interno, fino alla sua concreta realizzazione.

In tutta Italia il mondo del "no profit" è diventato un soggetto importante sotto il profilo economico, sociale e culturale; tuttavia la situazione è estremamente diversificata: al Nord troviamo un terzo settore fortemente organizzato e integrato, capace di alta progettualità (fino alla fondazione di banche etiche) e riconosciuto ufficialmente nel suo ruolo; nel Centro e nel Sud invece abbiamo una situazione ancora arretrata dove, in un contesto di diffusa polverizzazione, si cominciano a muovere solo i primi passi in direzione di forme organizzative più ampie.

Si tratta comunque quasi sempre di accorpamenti motivati da necessità contingenti e con obiettivi limitati; è carente, da parte degli operatori del terzo settore, una visione complessiva del proprio mondo ed una consapevolezza della propria identità, forza e potenzialità.

Manca, insomma, una visione condivisa di obiettivi comuni.

Un elemento di cambiamento è stato introdotto con l’avvio della legge 285/97 che ha rappresentato una spinta per l’avviamento del motore imballato del Terzo Settore.

Gli Enti che lavorano nei servizi per l’infanzia e l’adolescenza (nei diversi settori dell’educazione, delle attività ludiche o didattiche, nel sostegno ai disabili, nella prevenzione del disagio, nell’assistenza, nella promozione della cultura e delle arti, nella difesa dell’ambiente e via dicendo) hanno percepito, in quell’occasione, che la strada della cooperazione diventava l’unica percorribile per governare la realizzazione dei progetti sul territorio.

Anche nel futuro prossimo dovremo sforzarci di coniugare il verbo "aggregare" in "modi" nuovi e costruttivi perché abbiamo la lucida consapevolezza che i tentativi di aggregazione all’interno del Terzo Settore rischiano sempre di presentarsi come il lavoro di Sisifo, faticosi e condannati a ripartire da zero.

La grande molteplicità degli Enti, la ricchezza delle iniziative e delle proposte, la variegata diversità nelle ispirazioni e nelle finalità, hanno sempre accompagnato una storia di separazione, isolamento, diffidenze, gelosie, con una sostanziale difficoltà a concepire e attuare forme di collaborazione protratte nel tempo e chi opera da tempo nel non profit porta con sé la percezione della debolezza del non essere visibili, del non essere fortemente rappresentati, del non essere considerati in maniera adeguata.

Alcuni interessanti tentativi degli ultimi anni sulla strada della aggregazione hanno dimostrato che i raggruppamenti che sono riusciti a tenere lontani i motivi di conflitto hanno potuto accumulare e valorizzare diverse competenze professionali, collocando ciascun ente che ne faceva parte, alcuni gradini più in alto rispetto alla posizione di partenza e salvaguardando l’autonomia e l’iniziativa di ciascun componente del gruppo, elementi che rappresentano beni essenziali a cui giustamente nessuno vuole rinunciare.

Oggi la scommessa più impegnativa sembra essere quella del Forum Nazionale del Terzo Settore, organismo-contenitore con il quale la maggior parte degli Enti, per convinzione o per convenienza, sarà portata inevitabilmente a confrontarsi per affrontare le diverse problematiche del settore. 
E’ facile però osservare che mentre le organizzazione più grandi, che operano su scala nazionale, dispongono degli strumenti necessari per intervenire con efficacia, le piccole associazioni che si muovono in un ambito territoriale locale incontrano numerosi ostacoli già nel reperimento delle informazioni necessarie allo svolgimento della loro attività.

Ci poniamo dunque la domanda di come fare per tenere insieme questa importante porzione del "non profit": quella che trova le motivazioni al proprio impegno e al proprio lavoro nei vari tipi di servizi alla persona e che è costituita da enti di diversa natura giuridica, di diversa ispirazione ideale, di diversa grandezza, di diversa qualità professionale e di diverse intenzioni rispetto al mettersi e al restare insieme. 
In quale prospettiva dunque si collocano le azioni e gli interventi che questa parte del Terzo Settore deve disegnare per sviluppare al proprio interno un sistema coordinato, efficiente e qualificato, pur nel rispetto delle specifiche differenze e autonomie?

 

Imprenditorialità

 

L’azione più importante è certamente quella di favorire l’evoluzione in senso imprenditoriale di ampi settori di questo mondo che ancora si muovono in ambiti di natura erogatoria.  Deve essere chiaro che solo quella parte che si riqualificherà in modo netto e deciso sarà capace di creare nuova occupazione. Gli altri resteranno necessariamente in una situazione di pubblico impiego mascherato, precario e poco pagato.

Per consolidare ed espandere l’imprenditoria sociale è necessario lavorare in diverse direzioni.

Sul piano giuridico è opportuno arrivare a definire nuove forme di impresa sociale: oggi l’unica riconosciuta è quella della cooperativa sociale, ma è lecito ipotizzare srl sociali, sas sociali, associazioni sociali, in modo che le diverse esigenze di controllo e di operatività si possano coniugare ad una specifica e vincolante finalità di interesse generale.

E’ poi necessario un ripensamento profondo dei rapporti di lavoro nel nostro universo e individuare un quadro normativo per una figura di un lavoratore associato che sia distinto dal lavoratore dipendente e da quello autonomo, con elementi di flessibilità autogestita indispensabile per operare nei servizi alla persona. Insomma, il popolo della ritenuta d’acconto ha bisogno di riferimenti legislativi più chiari e nuovi.

Lo sviluppo delle associazioni con valenza sociale va poi sostenuto con forme specifiche di sostegno. Poiché negli ultimi anni si sono moltiplicate senza particolari aiuti e da sole hanno cominciato ad integrarsi in rete tra di loro e con altre realtà, una politica nei loro confronti si dovrebbe fondare su varie forme di sostegno :

  • piani di sviluppo di reti già operanti o da costituirsi;

  • orientamento nell’utilizzazione delle risorse comunitarie;

  • interventi formativi per dirigenti e operatori, che sono sempre "lavoratori atipici";

  • predisposizione di strutture di servizio.

 

Autonomia economica


Un secondo obiettivo capitale è l’autonomia (e la dignità) economica:

  • Innanzi tutto c’è da compiere un passaggio culturale:

Bisogna superare l’idea, ancor oggi diffusa anche a livello istituzionale, che la dimensione della solidarietà sia incompatibile con l’attività economica e commerciale. (Anche la legge sulle ONLUS riconduce tutto nell’ambito degli enti non commerciali, fatta esclusione per le cooperative sociali).
Ancor oggi si incontra nella Pubblica Amministrazione chi confonde "no profit" con volontariato, senza fine di lucro con assenza di utili di gestione.

  • La ricerca dell’autonomia economica passa anche attraverso l’incremento della reciproca fiducia tra le Associazioni e la disponibilità ad investire comunitariamente una parte delle proprie risorse economiche, anche se scarse, per raggiungere una disponibilità finanziaria che consenta di affrontare impegni che rimarrebbero irraggiungibili dalle singole associazioni. Solo strutture solide e funzionali consentono di fare impresa e convincono i partecipanti ad investire capitali.

  • Da tempo il Terzo Settore ha cominciato a misurarsi timidamente con il mercato privato. Dovrà farlo con più coraggio perché il campo dei servizi alla persona e alle comunità locali è in continua espansione e trasformazione e lo sarà ancora di più nel futuro, una volta esaurita la presenza dominante della pubblica amministrazione.

  • Infine una riflessione sulla ricerca di finanziamenti.

La legge sulle fondazioni bancarie ha aperto interessanti prospettive per l’apertura di linee di finanziamenti privati. Si parla di un patrimonio di 50-60 mila miliardi i cui proventi devono essere destinati a progetti con valenza sociale.

Il quadro è molto complesso ma questa è una partita che il Terzo Settore deve giocare unito, con i vari Enti capaci di resistere alla tentazione di raccogliere individualmente i bocconi appetitosi lanciati per dividere, e deve giocarla in tandem con l’Ente Locale.

 

Rapporto con gli Enti Locali

 

Il Terzo settore ambisce ad ottenere un ruolo di partnership nei rapporti con gli Enti Locali. Questo però non è un diritto sancito dalla Costituzione e andrà conquistato sul campo.

Per prima cosa il no profit deve proseguire un processo di cambiamento di mentalità, già in atto ma non adeguatamente sostenuto al suo interno, dove vi sono ancora organizzazioni abbarbicate ad una visione sempre più  erogatoria che lascia il terzo settore in posizione subordinata rispetto al settore pubblico e non lo aiuta ad affrontare la sua evoluzione e il suo sviluppo.

Solo dopo esserci liberati da questa subordinazione sarà lecito rivendicare una voce e un ruolo nella pianificazione degli interventi.

In secondo luogo la costruzione di nuove forme di collaborazione con gli Enti Locali non dovrà fermarsi al livello dei politici e degli alti dirigenti ma passare attraverso ampi strati del personale amministrativo. Infatti che senso ha elaborare risposte mirate ai nuovi problemi, deliberare interventi innovativi, progettare servizi d’avanguardia, se poi la loro concreta applicazione viene distorta, ritardata, resa inefficace o addirittura impedita da un apparato a tutt’oggi incapace di cogliere la valenza sociale dei propri atti e della routine amministrativa ?

Qualcuno ha calcolato che circa il 30% delle energie e dei costi di un progetto vengono dedicati alla rimozione (o all’aggiramento) degli ostacoli frapposti dalla burocrazia dello stesso Ente Pubblico che li ha assegnati in gestione.

L’impatto di queste resistenze amministrative è così destruente nei confronti dell’applicazione delle politiche educative e sociali, che il Terzo Settore non può rimanere inerte o fermarsi alle lamentazioni. Occorre, assumere una visione più ampia, capire le difficoltà e cominciare a costruire i presupposti per un cambiamento.

 

Formazione

 

E’ banale sostenere la necessità di interventi formativi per il Terzo Settore.

Tuttavia è opportuno ribadire alcuni punti certi e verificati:

  • l’autoformazione, ossia quella realizzata all’interno dei singoli Enti, non è più sufficiente a garantire percorsi formativi di alto profilo;

  • i tecnici provenienti dall’esterno garantiscono la qualità su specifici progetti ma spesso mancano di visuali più ampie;

  • le scuole o i corsi per il Terzo Settore sono stati attivati quasi tutti al nord o in altre regioni del centro;

  • la formazione di un management specifico, ad alta professionalità, cresciuto all’interno dei nostri Enti, è diventata una necessità e quindi un nuovo obiettivo da perseguire.

Da perseguire con celerità, rimboccandoci le maniche e individuando le opportunità migliori

 

Operatività e obiettivi concreti

Cosa possiamo fare nell’immediato?

Ecco un primo elenco di ipotesi di lavoro:

  1. strutturarsi in una rete capace di scambiarsi informazioni e servizi;

  2. cooperare con altri coordinamenti di associazioni già esistenti per dare forza alle azioni intraprese;

  3. gestire insieme iniziative e servizi di scala superiore a quella di ogni singola associazione;

  4. accedere ai canali della formazione regionale;

  5. collaborare per la preparazione di progetti europei;

  6. acquisire la certificazione della qualità dei servizi erogati;

  7. lavorare per modificare l’accesso al credito per le associazioni e le condizioni applicate;

 

Sembrano questi i primi passaggi necessari per dare vita ad una struttura collettiva capace di tutelare gli enti che ne fanno parte, di dialogare con le amministrazioni locali, di fornire un contributo per la definizione delle politiche sociali ed educative.

 

In conclusione

 

La complessità degli interventi sociali è stata finora affrontata dal "no profit"  con la ricchezza che scaturiva dalla grande diversità dei suoi organismi e della loro storia.

Oggi un esercito di monadi non è più sufficiente.

Abbiamo tutti un disperato bisogno di accelerare i processi di avvicinamento, di attrazione reciproca, con modelli diversi e su scale di diversa grandezza, a seconda dei protagonisti, ma sempre con l’intento di raggiungere una massa critica di livello superiore.

Non facciamoci frenare dai timori di egemonia e di condizionamento: ne abbiamo già fin troppi oggi, di condizionamenti, dai quali possiamo affrancarci solo imboccando con determinazione la strada della stretta collaborazione.

Gli spazi operativi e gli spazi di crescita si allargheranno in maniera direttamente proporzionale alla nostra coesione ed Enti grandi e piccoli saranno in grado di fornire i rispettivi e insostituibili contributi per la costruzione e il governo di un sistema di servizi e di azioni per l’infanzia più complesso, più vitale, più incisivo.

 

Aree Tematiche

  • Accoglienza residenziale: qualità e certificazione


A partire dagli anni settanta, con la messa in crisi del modello di istituzionalizzazione dei minori e la crescita di una consapevolezza culturale e sociale dei diritti dell'infanzia, in varie regioni si è avviata una intensa attività di sperimentazione di nuovi modelli di accoglienza residenziale più rispettosi del minore, ispirati quindi al modello della comunità familiare, con percorsi individuali educativi, di recupero e reinserimento.

In assenza di normative nazionali specifiche, variegate sono state le esperienze locali.

Con l'approvazione della Legge 328/2000 sul riordino dei servizi assistenziali,  tali principi sono stati finalmente codificati e razionalizzati. Infatti si ribadisce come i minori allontanati dal nucleo familiare d'origine per inadeguatezza, trascuratezza o anche problematiche di maggiore gravità, debbano obbligatoriamente, qualora sia impossibile avviare l'iter adottivo o di affidamento eterofamiliare, essere inseriti in strutture di tipo familiare, escludendo quindi il permanere dei minori nei cosiddetti istituti educativo-assistenziali, che dovranno adeguarsi qualitativamente e quantitativamente ai parametri fissati a livello regionale e comunale.

Criteri di qualità sono stati recentemente codificati dall'UNITER, l'organismo ufficiale di certificazione italiana all'uopo incaricato dal Dipartimento degli affari sociali della Presidenza del Consiglio. 
Tale normativa, la 10928/2000, è stata emanata dopo un attento lavoro di un apposito gruppo tecnico, di cui hanno fatto parte varie realtà pubbliche e private.

La norma stabilisce i requisiti previsti per gli operatori delle strutture, la loro formazione ed aggiornamento permanente, i criteri logistici cui deve rispondere la struttura residenziale (vicinanza ai servizi socio-sanitari e culturali etc.) l'adozione di norme per la tutela della privacy, l'accesso e l'archiviazione della documentazione, la verifica dell'efficacia dell'intervento e il grado di soddisfacimento dell'utenza rispetto al servizio.

 

  • Il decentramento dei servizi socio-educativo-assistenziali

 

A seguito dell'approvazione della delibera del Consiglio Comunale sulla istituzione dei Municipi e dell'Area Metropolitana, i Municipi saranno chiamati a svolgere un ruolo fondamentale anche nei servizi sociali e di assistenza sociale, nonché in quelli scolastici ed educativi per l'infanzia.

Ciò impone una meditata e profonda riforma dell'assetto del V Dipartimento.

La gestione dei servizi alla persona, sia se erogati direttamente da strutture pubbliche che se svolti mediante affidamento a terzi, sarà infatti di pertinenza dei Municipi.

Al riguardo si sottolinea come l'espandersi delle competenze assegnate alle circoscrizioni in materia di servizi sociali renda necessaria la ridefinizione delle funzioni dei dirigenti delle cosiddette U.O.S.E.C.S., ovvero le unità di dirigenza delle Circoscrizioni, che si occupano contemporaneamente di servizi sociali, cultura, sport, scuola ed educazione. 
Ciò già oggi non consente spesso, e a maggior ragione non consentirà nel futuro, di occuparsi in maniera approfondita dei servizi sociali. Sarebbe quindi necessario arrivare a definire una unità di dirigenza specifica dei servizi sociali, in modo da intervenire anche con progetti di formazione specifica ed approfondita in materia.

 

  • Asili nido e dintorni

 

L’emergenza Asili Nido è ormai sotto gli occhi di tutti.

Una ipotesi di lavoro che potrebbe rilanciare il servizio, assicurandone efficacia ed efficienza oltreché una snellezza negli adempimenti burocratici può essere quella della creazione di una istituzione dei servizi socio-educativi per l'infanzia, secondo quanto previsto dalla legge 142/90.

Ciò, pur garantendo il carattere pubblico del servizio, in quanto l'istituzione è un ente strumentale del Comune, consentirebbe di operare in maniera adeguata sul territorio. Alla istituzione afferirebbero anche i patrimoni delle IPAB del settore dell'infanzia estinte (attualmente i patrimoni vanno al comune). Lo statuto dell'istituzione potrebbe anche prevedere la partecipazione attiva del terzo settore. Infine l'istituzione assolverebbe anche alle necessarie funzioni di formazione e aggiornamento degli operatori del settore, di centro studi e documentazione (un esempio di istituzione già operante è quello delle ex biblioteche comunali).

 

 

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