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LE LEGGI SUL VOLONTARIATO

 

UN’ANALISI DELLE DIVERSE DEFINIZIONI DI VOLONTARIATO NELLA LEGISLAZIONE ITALIANA*

Alcuni provvedimenti legislativi hanno iniziato a trattare del volontariato prima ancora di attribuire ad esso un contenuto e un significato specifico. Valga per tutti l'esempio della legge 833/78 sulla riforma sanitaria che parla delle associazioni di volontariato senza dare alcuna indicazione.

Con il tempo sono state identificate, con quattro leggi, quattro diverse figure di volontario chiarire, tali leggi hanno portato notevole confusione, giacché, con la stessa denominazione di "volontario", hanno disciplinato soggetti con caratteristiche profondamente diverse fra loro.

Allo scopo di indicare al meglio le differenze intercorrenti fra i volontari indicati nelle richiamate quattro leggi, si ritiene opportuno identificare ciascun tipo di volontario, facendo ricorso a quattro elementi: il fine che il volontario è previsto debba conseguire; le attività che lo stesso deve svolgere per raggiungere tale fine; i modi con cui dette attività devono essere svolte; il rapporto economico che viene ad instaurarsi fra il volontario e l’organismo di appartenenza.

Per fare ciò, è il caso di parlare, in ordine cronologico, di ciascuna delle leggi citate.

 

ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE

Un primo provvedimento si ha con la legge 26 febbraio 1987, n. 49. (Nuova disciplina della cooperazione dell’Italia con i Paesi in via di sviluppo).

Tale legge dispone che venga considerato volontario il cittadino italiano maggiorenne, in possesso delle conoscenze tecniche e delle qualità personali necessarie per rispondere alle esigenze dei Paesi in via di sviluppo.

Il fine da conseguire viene individuato nella ricerca prioritaria dei valori della solidarietà e della cooperazione internazionale.

Le attività devono essere dirette alla realizzazione di programmi di cooperazione con organizzazioni non governative riconosciute idonee, nell’ambito di programmi riscontrati conformi alle finalità disposte dalla legge.

Per il modo è previsto che esso debba prescindere dal fine di lucro.

Per quanto riguarda il rapporto economico, occorre un impegno contrattuale di cooperazione nei Paesi in via di sviluppo, della durata di almeno due anni, nel quale deve essere inserito il trattamento economico, previdenziale, assicurativo e assistenziale da corrispondere al volontario.

Questo viene iscritto, a carico della Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo, alle assicurazioni per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti nonché, limitatamente alle prestazioni sanitarie, all’assicurazione per le malattie.

 

ORGANIZZAZIONI DI VOLONTARIATO

Un secondo intervento si ha con la legge 11 agosto 1991, n. 266. (Legge quadro sul volontariato).

Detta legge stabilisce che il volontario può seguire corsi di formazione, qualificazione e aggiornamento professionale svolti o promossi dalle regioni, dalle province autonome e dagli enti locali in settori di diretto intervento delle organizzazioni stesse.

Esso può, inoltre, fruire delle forme di flessibilità dell’orario di lavoro o delle turnazioni, compatibilmente con I ‘organizzazione dell’azienda o dell’amministrazione di appartenenza. 

Il fine da conseguire è indicato

- nelle finalità di carattere sociale, civile e culturale individuate dallo Stato, dalle regioni, dalle province autonome e dagli enti locali; è, inoltre, previsto l’esclusivo perseguimento del fine di solidarietà.

- Per quanto riguarda le attività, c’è soltanto l’indicazione che esse devono essere prestate tramite l’organizzazione di appartenenza.

Relativamente ai modi, viene precisato che la prestazione deve essere spontanea, personale e gratuita, senza fini di lucro anche indiretto.

Sul rapporto economico viene stabilito che il volontario non può essere retribuito in alcun modo nemmeno dal beneficiano.

Viene, inoltre, esclusa qualsiasi forma di rapporto di lavoro autonomo o subordinato e qualsiasi rapporto di contenuto patrimoniale tra il volontario e l’organizzazione di cui esso fa parte. Al volontario possono essere soltanto rimborsate, dall’organizzazione di appartenenza, le spese effettivamente sostenute per l’attività prestata, entro limiti preventivamente stabiliti dalla propria organizzazione.

Il volontario, che presta attività di volontariato, deve essere assicurato, dalla organizzazione di appartenenza, contro gli infortuni e le malattie connessi allo svolgimento dell’attività stessa nonché per la responsabilità civile verso terzi.

 

COOPERATIVE SOCIALI

Una terza disciplina è dettata dalla legge 8 novembre 1991, n. 381. (Disciplina delle cooperative sociali ) .

Tale legge, fra i soci, include anche quelli volontari i quali vanno iscritti in una apposita sezione del libro dei soci ed il loro numero non può superare la metà del numero complessivo di essi.

Il fine che è previsto debba essere e perseguito è l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini e l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

Le attività vengono individuate nella gestione di servizi socio-sanitari ed educativi e nello svolgimento di altre attività quali quelle agricole, industriali, commerciali o di servizi.

Il modo viene stabilito nella sola gratuità delle prestazioni

Per quanto riguarda il rapporto economico tra la cooperativa sociale e il volontariato, viene precisato che a questo non vengono applicati i contratti di lavoro subordinato o autonomo. Ad esso può essere corrisposto soltanto il rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate sulla base di parametri stabilite dalla cooperativa sociale per la totalità dei soci.

Il socio volontario deve essere assicurato contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali; non essendo, però, retribuito, l’importo della retribuzione, da prendere a base del calcolo dei premi e delle prestazioni relative deve essere determinato, deve essere determinato dal Ministero del Lavoro e della previdenza sociali

 

LE ASSOCIAZIONI DI PROTEZIONE CIVILE

Gli ultimi provvedimenti legislativi riguardano la legge 24 febbraio 1992, n. 225 (Istituzione del Servizio nazionale della protezione civile) ed il suo regolamento di attuazione D.P.R 21 settembre 1994, n. 613. (Regolamento recante norme concernenti la partecipazione delle associazioni di volontariato nelle attività di protezione civile).

La legge dispone che, con decreto del Presidente della Repubblica, si provveda a definire i modi e le forme di partecipazione delle associazioni di volontariato nelle attività di protezione civile, in armonia con quanto disposto dalla legge-quadro sul volontariato.

Il fine delle associazioni di protezione civile é quello di tutelare l’integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l'ambiente dai danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi.

Le attività vengono individuate nella previsione e nella prevenzione delle varie ipotesi di rischio, nel soccorso delle popolazioni sinistrate ed in ogni altra attività necessaria ed indifferibile, diretta a superare l’emergenza connessa ad eventi naturali o dipendenti dall’attività dell’uomo.

Circa le modalità con cui vanno prestate tali attività, dette associazioni debbono coordinarsi con le amministrazioni dello Stato, centrali e periferiche, delle regioni, delle province, dei comuni, degli enti pubblici nazionali e territoriali e con ogni altra istituzione ed organizzazione pubblica e privata presente sul territorio nazionale.

Relativamente al rapporto economico, è da rilevare che, a favore del volontario aderente alle associazioni di protezione civile, impiegato in attività, opportunamente autorizzate, di soccorso e di assistenza in occasione di pubbliche calamità, sono previste una serie di agevolazioni.

Entro i limiti delle disponibilità di bilancio e relativamente al periodo di effettivo impiego, che il datore di lavoro è tenuto a consentire per un periodo non superiore a trenta giorni continuativi e fino a novanta giorni nell’anno, viene stabilito:

- il mantenimento del posto di lavoro pubblico o privato;

- il mantenimento del trattamento economico e previdenziale da parte del datore di lavoro pubblico o privato;

- la copertura assicurativa prevista per gli aderenti alle organizzazioni di volontariato.

Qualora si tratti di attività di simulazione, di emergenza e di formazione teorico-pratica, opportunamente autorizzate, i suddetti benefici si applicano per un periodo non superiore a dieci giorni continuativi e fino ad un massimo di trenta giorni nell’anno.

Al datore di lavoro, pubblico o privato, del volontario, che ne faccia richiesta, viene rimborsato l’equivalente degli emolumenti versati al lavoratore.

 

CONSIDERAZIONI

E dunque possibile individuare quattro diverse tipologie di volontariato.

1 - Nella prima possono essere fatte rientrare le associazioni di protezione civile per i cui componenti:

 - E’ previsto il mantenimento del posto di lavoro e del trattamento economico e previdenziale goduto;
- Non è prevista l’assenza del fine di lucro

2 - Nella seconda è possibile ricomprendere le Ong per i cui componenti è prevista:

- la corresponsione della retribuzione
- l’assenza del fine di lucro.

3 - Della terza possono far parte le cooperative sociali per i cui soci volontari:

- è prevista la gratuità delle prestazioni;
- non è prevista l’assenza del fine di lucro.

4 - Alla quarta possono appartenere le organizzazioni di volontariato per i cui aderenti è previsto:

- la gratuità delle prestazioni;
- l’assenza del fine di lucro anche indiretto.

Da tutto questo disordine occorre prendere lo spunto per un suo superamento, in modo da pervenire ad una identificazione e ad un assetto chiaro e risolutivo del volontario e del volontariato.

Occorre fare una prima distinzione fra volontariato retribuito e gratuito.

Nel primo possono essere incluse le associazioni di protezione civile e le organizzazioni non governative, anche se fra di loro è riscontrabile la differenza relativa all’assenza del fine di lucro.

Nel secondo è possibile ricomprendere le cooperative sociali e le organizzazioni di volontariato, anche se pure fra di loro è rilevabile la differenza relativa all’assenza del fine di lucro.

Sarebbe opportuno, però, che venisse trovata, almeno fra i due tipi di volontariato, una diversa e distintiva denominazione.

* di Angelo Poli da  'Rivista del Volontariato' nr 1 gennaio 2000

 

 

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