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Considerazioni sull’utilizzo dei volontari  contemplato nel recente Decreto sulla Sicurezza

  

La nostra organizzazione ha, da alcuni mesi, iniziato una riflessione in merito all’utilizzazione di volontari per dare risposta all’insicurezza che si manifesta in alcune aree del Paese, segnatamente nei luoghi ove appare meno presente l’integrazione tra istituzioni e società civile. Abbiamo intrattenuto conversazioni con gruppi di cittadini, associazioni di base e membri delle forze dell’ordine, elaborando gli elementi emersi con persone qualificate nel campo dell’organizzazione, della sociologia e nella psicologia sistemica, giungendo ad alcune considerazioni che riteniamo di voler portare alla vostra attenzione.

 

1-     I concetti di sicurezza, ordine pubblico e legalità si collocano a livelli logici differenti.

 In campo psicologico, socio politico ed economico, un sistema percepisce un basso livello di sicurezza quando non ha informazioni sufficienti a predire classi di eventi che confermino la propria identità. L’ordine pubblico è caratterizzato dal controllo  dei comportamenti  che possano creare, improvvisamente e per un periodo imprevedibile, una perturbazione  in un determinato sistema. La legalità è la cornice che determina i limiti dei comportamenti all’interno di un sistema.

Nelle società democratiche l’ordine pubblico è affidato a personale fornito di strumenti coercitivi  e dissuasivi, mentre la legalità viene elaborata attraverso gli organismi della democrazia rappresentativa. Alla riduzione dell’insicurezza concorrono tutti i segnali attendibili che forniscono agli individui presenti in un sistema elementi validi a predire ed evitare situazioni di rischio. Quando i ruoli di chi deve gestire ognuno di questi livelli vengono scambiati, sovrapposti o alterati, la percezione di insicurezza  aumenta.

 

2- I fattori che determinano insicurezza sono influenzati da variabili socio-ambientali  e da convinzioni pregresse nel dominio socio-culturale.

Una fascia di popolazione può sentirsi insicura per la presenza di stranieri di cui si ignorano le abitudini, per comportamenti eccentrici dei propri connazionali, per incomprensioni generazionali o per problemi ambientali o sanitari.

Per alcune categorie di cittadini, pure estranee alla criminalità, le forze dell’ordine vengono percepite come minacciose. Altre reagiscono con allarme agli impianti  di telefonia . Il timore delle etnie immigrate varia da una località ad una altra e con il trascorrere del tempo. 

Il livello di insicurezza può accrescere a seguito di campagne mediatiche allarmiste, sfiducia nella pubblica amministrazione, disgregazione sociale.

Le istituzioni, in tutte le loro articolazioni, devono garantire che le paure ingiustificate di alcune minoranze non ledano il benessere della collettività ma, al tempo stesso, devono mostrare ascolto e comprensione valutando l’effettiva validità degli allarmi percepiti. Se i rappresentanti  istituzionali assumono posizioni ideologiche faziose a riguardo o ostentano disinteresse verso il problema, si accentua lo scollamento tra amministratori e cittadini con aumento di confusione, ostilità e tensione sociale.

 

Ciò detto, riteniamo che l’impiego di personale volontario nel controllo della  sicurezza a livello locale possa fornire un contributo prezioso alla soluzione sistemica della percezione dell’insicurezza in quanto:
 

1-     I cittadini che vi partecipano attivamente conoscono le caratteristiche socio economiche e culturali dei luoghi ove si manifesta insicurezza e sono mossi da una visione pragmatica e non ideologica dei problemi da affrontare.

 

2-     Le pubbliche amministrazioni  si confrontano con cittadini che si assumono la responsabilità di segnalare eventi reali e comprovabili e non con visioni idiosincratiche di gruppi minoritari guidati dal pregiudizio, dall’ignoranza o da interessi di parte.

 

3-     Le forze dell’ordine possono sentirsi meno isolate socialmente di quanto, spesso ingiustamente, si trovano ad essere in determinate zone per la difficoltà a stabilire quei contatti collaborativi necessari al controllo capillare del territorio.

 

4-     I cittadini che non svolgono un ruolo attivo possono comunque confidare in un incremento delle energie collettive rivolte al mantenimento dell’ordine e della legalità

 

5-     Simmetricamente al punto 4, chi è aduso a trasgredire, vedrà aumentare il numero di coloro che sono pronti a metterlo di fronte alle proprie responsabilità.

 

6-     Sebbene gli incaricati di pubblico servizio abbiano, comunque l’obbligo di segnalare eventuali reati, per i volontari è prefigurabile un ruolo più elastico nella prassi di ‘chiudere un occhio’ su comportamenti potenzialmente criminosi facendo comunque, ben presente, l’eventualità di ricorso all’intervento delle forze dell’ordine in caso di reiterazione di quanto ritenuto sospetto di illiceità. Un atteggiamento siffatto, può  ridurre il potenziale antagonismo ostile della microcriminalità giovanile senza esporre un pubblico ufficiale allo svilimento delle proprie prerogative.

 

Riteniamo che le stucchevoli polemiche nei confronti dei provvedimenti governativi atti a regolamentare l’utilizzo dei volontari per la sicurezza siano state generate, soprattutto, per ragioni meramente strumentali, ideologiche e a difesa di interessi corporativi. Tuttavia, sebbene inferiori ai benefici, non possiamo nascondere alcuni rischi che devono essere considerati, soprattutto nella fase iniziale dell’applicazione della legge:

 

1-     Se i volontari tendono ad assumere atteggiamenti semiotici, comportamenti e funzioni sovrapponibili o somiglianti a quelli delle forze dell’ordine, questo può generare irritazione, delusione e sfiducia nella pubblica opinione, in quanto un volontario viene percepito positivamente proprio in quanto occupa gli spazi formali e sostanziali lasciati vuoti dall’apparato pubblico. Andrà quindi dissuaso l’uso di uniformi e accessori che rammentino quelli in uso alle forze di polizia o militari e, sebbene per le leggi vigenti qualsiasi cittadino sia autorizzato ad intervenire con la forza in presenza di un reato, le funzioni repressive organizzate in maniera preventiva dovranno essere scoraggiate. Non si può comunque chiedere ai volontari di svolgere l’incarico di assistente sociale, sebbene, in molti casi, questo sia più necessario e fruttuoso di quello del poliziotto. Molte situazioni di degrado sono il risultato di politiche sociali ispirate da ideologie fatiscenti che hanno gettato discredito sui ruoli in esse coinvolti. E’necessario comunque che i volontari vengano orientati a svolgere quei ruoli di mediazione e di rassicurazione guidati da un’attenta vigilanza, sul modello dei principi di ‘polizia di prossimità assai poco attuati in molte aree del Paese.

 

2-     E’altamente probabile che soggetti con convinzioni autoritarie legate all’identità individuale o sociale, con parziali o gravi disturbi del comportamento, possano cercare una soddisfazione delle loro aspirazioni morbose militando tra i volontari. Già nelle organizzazioni di volontariato di protezione civile questo problema si manifesta con una certa ricorrenza e, non sempre, i dirigenti comprendono i rischi potenziali e allontanano i soggetti pericolosi. E’quindi indispensabile che le organizzazioni di reclutamento siano adeguatamente preparate ad una rigorosa selezione del personale in relazione a questo genere di individui problematici. Riteniamo, al contrario, controproducente ed eticamente ingiusto escludere dall’attività persone che abbiano avuto guai con la giustizia. I volontari mostreranno la loro massima utilità in zone in cui il degrado sociale e la microcriminalità connessa rendono frequenti i casi in cui, almeno una volta, si sia incorsi nei rigori della giustizia, magari in giovane età. Pertanto si suggerisce di escludere solo coloro che abbiano ricevuto condanne definitive nei dieci anni precedenti la affiliazione ai gruppi di volontariato.

 

3-     Riteniamo singolare che, taluni, abbiano sostenuto che, tra i volontari, andrebbero privilegiati gli elementi in congedo dalle forze dell’ordine, in quanto il messaggio paradossale che verrebbe generato sarebbe il seguente: “Visto che le forze dell’ordine non bastano a garantire la sicurezza, ci penseranno quei loro membri che, per età, malattia o (?).. altro, sono stati allontanati dalle stesse forze dell’ordine”. Inoltre, proprio perché il problema dell’insicurezza è superordinato rispetto a quello della legalità e dell’ordine pubblico, sarebbe francamente riduttivo privilegiare ex-poliziotti nel compito di affrontarlo. Sarà più opportuno che gli ex appartenenti alle forze dell’ordine in congedo per raggiunti limiti di età o per invalidità fisica, vengano generosamente distribuiti all’interno delle varie organizzazioni che nasceranno al fine di fornire ad esse quel livello adeguato di conoscenza tecnico- legale, operativa  e ‘psicologica’, che solo l’esperienza acquisita sul campo può efficacemente garantire.

 

 

Da ultimo riteniamo che la caratteristica principale delle organizzazioni che recluteranno i volontari per la sicurezza, debba essere quella propria di un occhio vigile e consapevole sui territori di appartenenza  per indirizzare le amministrazioni pubbliche verso interventi strategici risolutivi, privi di pregiudiziali ideologiche o interessi  corporativi, per la ricostituzione di un clima di fiducia e impegno generalizzati e condivisi tra quanti si oppongono alla violenza e alla sopraffazione.

Suggeriamo, quindi, che le amministrazioni locali, ove possibile, si facciano promotrici di strumenti di incubazione per le nuove organizzazioni, sostituendo così, all’imposizione di norme rigide e, talvolta poco condivise, un percorso di formazione sistemica dei volontari che li porti ad agire con la massima efficacia. In tal senso siamo disponibili a fornire, in tempi ragionevoli, schemi didattici e suggerimenti formativi inerenti  a tutti coloro che se ne mostrino interessati.

    

Il presidente

(Enzo Minissi)

 

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