La Regione ha presentato alla
Conferenza Regionale del Volontariato del Lazio lo "schema di Piano socio
- assistenziale regionale 2002-2003". Le dimensioni del volume e l’obiettivo
di realizzare un ampia consultazione hanno consigliato l’Assessorato di
offrire per la consultazione una sintesi del documento. La Presidenza della
Conferenza con il supporto dei Centri di servizio ha distribuito la sintesi
alle associazioni del volontariato. Sembra quindi utile svolgere alcune
riflessioni sul Piano prendendo a base la sintesi in quanto ampiamente
diffusa. Il documento si articola in due paragrafi che, con un chiaro richiamo
alla cultura d’impresa, illustrano le proprietà politiche e i principali
risultati attesi. Tre le priorità politiche: perseguire un offerta di servizi
flessibile e non standard, capace di aderire alle caratteristiche di un
territorio segnato da una notevole articolazione interna sociale ed economica;
legare gli interventi alle analisi del bisogno, alla valorizzazione e
integrazione delle risorse pubbliche e private. Alla costruzione di reti per
una risposta globale; concepire il piano come strumento essenzialmente
operativo. Una guida fondamentale per l’innovazione. La linea politica
sviluppata si muove avendo chiara la peculiarità del territorio laziale
caratterizzato dell’area metropolitana di Roma che da sola raccoglie quasi
la metà dei distretti regionali. Una realtà che si differenzia
sensibilmente, per quantità e qualità, delle risorse disponibili e che
presenta segmenti di territorio in ritardo rispetto ad una moderna cultura del
welfare. Una situazione dove l’addensamento delle iniziative di solidarietà
non mostra alcun accettabile rapporto d’incidenza sul numero delle persone
in stato di necessità. Il Piano intende dare una risposta flessibile. Il
territorio metropolitano resta interessato in prevalenza da interventi
strutturali monitorati per livelli di qualità e di efficienza. Il territorio
non metropolitano avrà l’assistenza necessaria a sviluppare un azione
rigorosa, non dispersiva, strettamente legata ai bisogni. Un azione che non
sarà più frutto di improvvisazione ma sarà confortata da un adeguata
strumentazione, da nuove procedure, seguita da controlli per chiamare alla
responsabilità e al buon uso delle risorse impegnate. Il Piano individua, in
modo preciso, le linee di gestione degli interventi e dei progetti, per un
modello nuovo di gestione del welfare. Stop agli interventi a pioggia e ai
progetti virtuali. Le diversità porteranno a risposte articolate e
flessibili. Ma tutto questo dovrà avvenire in un contesto di certezze per
tutti, nel rigore delle cifre e nell’applicazione di parametri uguali per l’intero
territorio regionale. I risultati attesi: la messa a regime della
programmazione a livello di Distretto; le priorità operative comuni, a
garanzia dei livelli essenziali di assistenza; l’integrazione delle risorse
e la messa di rete dei servizi ;l’attivazione degli sportelli "informa
famiglia";il potenziamento dei percorsi di inserimento lavorativo dei
soggetti svantaggiati; la realizzazione del " Sistema Informativo
Sociale"; la verifica stringente della realizzazione dei progetti e la
valutazione dei risultati.
L’obiettivo è dunque la
costruzione del sistema di governo del welfare regionale. Programmazione,
coordinamento delle priorità, messa in rete, sistema informativo, verifica e
valutazione dei risultati sono tutti momenti in una stessa procedura che si
suppone idonea a favorire la " governance " regionale. In sostanza
le "attese " mirano ad essere il punto di consolidamento del sistema
tracciato dalla legge 328 e pertanto vanno a qualificare il Piano come norma
di attuazione della legge quadro nazionale. La prospettiva dunque è di
portare progressivamente il sistema ad assumere livelli di qualità e di
efficienza nel governo del welfare regionale. Un esempio esplicito a questo
riguardo è contenuto nel paragrafo dedicato al Terzo settore dove accanto all’esigenza
di stimolarne l’integrazione preme l’importanza di acquisire la
rappresentanza e la rappresentatività. E ancor più l’intento si chiarisce
quando a riferire la soluzione del problema vengono chiamati i Centri di
servizio per costruire un sistema di referenti attivi, a realizzare una rete
di rapporti e relazioni con tutti i soggetti del terzo settore per cercare
forme innovative di concentrazione e progettazione. Il Piano regionale
promuove dei progetti rivolti in particolare alle persone disabili e alle
famiglie: il potenziamento dei percorsi di inserimento lavorativo per le
persone svantaggiate e la istituzione dello sportello "informa
famiglia". Un iniziativa in attuazione della normativa vigente. Entrambe
le categorie, infatti, figurano comprese nel capo terzo della legge 328 "
Disposizioni per la realizzazione di particolari interventi di integrazione e
sostegno sociale". Al termine di questa lettura analitica del Piano
sembra possibile e doverose svolgere alcune considerazioni critiche. La legge
328 nasce essenzialmente per integrare gli interventi socio- sanitari nel
sistema delle assistenze sociali. Troppo debole è il richiamo nella procedura
di concertazione dei piani di zona alla compartecipazione delle Asl. Non è
produttivo ritenere l’Azienda sanitaria un soggetto terzo nel dialogo tra
regione e istituzione locale. E non può neanche ritenersi residuale il
conferimento delle risorse da parte del sistema sanitario. La Regione deve
attribuire alle istituzioni locali e alle Asl una responsabilità in solido.
Nel Piano, la Regione dichiara di
voler sostenere con suggerimenti " buone prassi" tutta la procedura
di programmazione e gestione dei piani di zona; a questo fine vengono
sollecitate le province e promuovere iniziative di formazione e di sostegno
tecnico ai quadri delle amministrazioni locali. Il richiamo nel Piano al ruolo
dei Centri di servizio per i soggetti attivi nel terzo settore copre la
domanda di formazione dell’altro protagonista della concentrazione. Sarebbe
interessante unificare i tavoli, almeno per alcuni percorsi, in una fase nella
quale si cerca di contribuire ad elaborare una comune cultura. Spesso durante
la fase sperimentale di applicazione della legge 328 il volontariato ha
dichiarato di avere avvertito la mancanza di una sede arbitrale alla quale
fare riferimento per ottenere il pieno riconoscimento del proprio ruolo e la
garanzia del buon fine per le iniziative concertate. Questa problema può
essere risolto con la linea di rigore nella gestione del sistema che viene
messa in evidenza nel Piano.
Un altro sportello " informa
famiglia". Il Segretariato sociale potrebbe far fronte alla necessità di
accompagnare le famiglie nella soluzione dei propri problemi senza bisogno di
inventare una nuova linea di uffici.
Tra i risultati attesi non figura
alcun cenno alla ricerca di nuove soluzioni per il welfare regionale. L
innovazione non può limitarsi alla corretta attuazione della legge 328. Un
richiamo alla fantasia degli operatori sociali e di tutti i cittadini
sostenuto dalla destinazione di fondi regionali per finanziare validi progetti
innovativi sarebbe l’unica vera attesa desiderabile del " Piano socio
– assistenziale regionale 2002-2004".