Un certo disagio lo avvertivamo da tempo,
sebbene non propriamente coscienti delle subsidenze che muovevano
le prime pesanti zolle nella regioni oscure del cuore, quelle del guazzabuglio,
tanto per intendersi, giacché spesso in tutt’altre
faccende affaccendati, per restare in tema.
Ma poi è successo l’inevitabile. Così,
svegliandoci un grigio mattino di bassa pressione, dopo una notte
agitata dagli affanni e dalle turbolenze di quel guazzabuglio,
tutto è, di colpo, apparso in maniera tanto chiara da non potersi
oltre sottrarre allo stupore. Ci spieghiamo.
Da alcuni anni svolgiamo presso l’ ITC
"Lucio Lombardo Radice" di Roma, in qualità di
insegnanti referenti, un progetto di educazione interculturale
mirato alla rappresentazione dell’offerta specifica della
culture zingare e allo studio delle possibilità di integrazione
tra zingari e gagé nella comune metropoli, ormai postmoderna,
postindustriale, virtualmente globale, internettizzata. Una
metropoli dove, storia di far west o di lower east side
nostrano, zingari e gagé erano spettatori frontalieri
dei reciproci destini, sul filo d’una frontiera allarmata, d’un
limes entro il quale i gagè si baloccavano in
attesa della conversione omologante degli zingari, transfughi per
eccellenza che sperano furbamente di restare immobili proprio
perché itineranti. Avete capito bene: il tempo imperfetto del
modo indicativo non è un errore. E proprio qui sta la natura dell’incognita.
Il problema é questo: gli zingari sono scomparsi da questa
frontiera, fatta salva qualche rara eccezione in via di partenza o
di mimetizzazione avanzata, memorizzati in qualche regione
nascosta dell’hardware universale, scaricati da un file
cittadino troppo pieno di gente che va e che viene, ministri,
diplomatici, commessi viaggiatori, turisti, pellegrini,
missionari. La loro esistenza in vita é certa perché certificata
su migliaia di documenti archiviati dall’anagrafe civile dei
nati e dei morti, dai commissariati PS e CC, dai Ministero degli
Interni, dalle patrie galere, dall’Ufficio Immigrazione del
Comune, dalle scuole dell’obbligo, persino dal tritacarne dei
contribuenti e dalla zelante informatizzazione dei sacramentati
parrocchiali, in grazie dell’8/ooo nazionale. Eppure noi non li
vediamo più, il loro girovagare di quartiere in quartiere, onesto
e disonesto che fosse, é ridotto al passo veloce di poche
formiche sbandate, sopravvissute alla distruzione crudele del
proprio formicaio. Per gioco. All’improvviso. Il fuoco. E poi :
a lavarsi le mani, tesoro, che é ora di cena. lì mistero Romano
é questo: esserci senza essere, in barda alla città
imperiale, cosmopolita, cattolica, transnazionale. In una riserva
virtuale, inuit d’oltre Atlantico in casa nostra, che prima di
smettere l’igloo hanno smesso di farsi vedere (quelli che
sono rimasti). Così, ci troviamo avviluppati nel trame di un
progetto che si fa, come un ectoplasma o uno scarafaggio della
curiosa famiglia dei Samsa, quasi thriller mozzafiato,
una storia che, nonostante il rischio di innescare pericolosi
quanto scandalosi equivoci semantici, continuiamo a titolare
"RomaRom ". Siamo nel pieno di un mistero ed il nostro
lavoro acquista ogni giorno di più un sapore esoterico, agli
occhi dei nostri giovani ascoltatori, per i quali sarà più
facile veder passare un cammello attraverso la cruna di un ago,
durante quest’era giubilare, che accogliere uno zingaro dal
Divino Amore.
Più ancora ci rattrista pensare che la scienza
viva del quotidiano affanno lentamente si avvii ad un processo di
fossilizzazione, anche perché i titoli per parlare da scienziati
della morta bava che l’evoluzione umana ha secreto ci mancano
ed, onestamente, in età ancora di paternità, in atto o in
potenza, preferiamo raccontare le fatiche di una giostra.
Difficile è vederla, E in questo turbinio di
mutante identità, tarda l’ora del pomeriggio, seduti in
riunione disciplinare di programmazione per l’anno della
prossima odissea, stentiamo a capire il perché ed a trovare il percome
del radioso avvenire sognato per quella poca creatura
progettuale che, in altri anni, ha avuto il piccolo vanto di
dispute calcistiche-interculturalì, in accampamenti situati alle
porte della città, tra topi e rottami da riciclo clandestino, e
la vertigine della musica tzigana nei corridoi d’una quieta
scuola multidisciplinare di periferia urbana, lanciata nello
spazio multimediale, cibernetico e telematico.
Propriamente non eravamo preparati all’archeologia
sociale, né francamente interessati ad essa in maniera diretta.
Avevamo (ed abbiamo) solo amici zingari e ci piaceva che quella
frontiera fosse un po’ più meticcia e colorata.