MISTERO ROM

 

Fabrizio Vece
Alfonso D’Ippolito

docenti SMS

coordinatori "Progetto RomaRom" ITC "Lucio Lombardo Radice" - ROMA

 

Un certo disagio lo avvertivamo da tempo, sebbene non propriamente coscienti delle subsidenze che muovevano le prime pesanti zolle nella regioni oscure del cuore, quelle del guazzabuglio, tanto per intendersi, giacché spesso in tutt’altre faccende affaccendati, per restare in tema.

Ma poi è successo l’inevitabile. Così, svegliandoci un grigio mattino di bassa pressione, dopo una notte agitata dagli affanni e dalle turbolenze di quel guazzabuglio, tutto è, di colpo, apparso in maniera tanto chiara da non potersi oltre sottrarre allo stupore. Ci spieghiamo.

Da alcuni anni svolgiamo presso l’ ITC "Lucio Lombardo Radice" di Roma, in qualità di insegnanti referenti, un progetto di educazione interculturale mirato alla rappresentazione dell’offerta specifica della culture zingare e allo studio delle possibilità di integrazione tra zingari e gagé nella comune metropoli, ormai postmoderna, postindustriale, virtualmente globale, internettizzata. Una metropoli dove, storia di far west o di lower east side nostrano, zingari e gagé erano spettatori frontalieri dei reciproci destini, sul filo d’una frontiera allarmata, d’un limes entro il quale i gagè si baloccavano in attesa della conversione omologante degli zingari, transfughi per eccellenza che sperano furbamente di restare immobili proprio perché itineranti. Avete capito bene: il tempo imperfetto del modo indicativo non è un errore. E proprio qui sta la natura dell’incognita. Il problema é questo: gli zingari sono scomparsi da questa frontiera, fatta salva qualche rara eccezione in via di partenza o di mimetizzazione avanzata, memorizzati in qualche regione nascosta dell’hardware universale, scaricati da un file cittadino troppo pieno di gente che va e che viene, ministri, diplomatici, commessi viaggiatori, turisti, pellegrini, missionari. La loro esistenza in vita é certa perché certificata su migliaia di documenti archiviati dall’anagrafe civile dei nati e dei morti, dai commissariati PS e CC, dai Ministero degli Interni, dalle patrie galere, dall’Ufficio Immigrazione del Comune, dalle scuole dell’obbligo, persino dal tritacarne dei contribuenti e dalla zelante informatizzazione dei sacramentati parrocchiali, in grazie dell’8/ooo nazionale. Eppure noi non li vediamo più, il loro girovagare di quartiere in quartiere, onesto e disonesto che fosse, é ridotto al passo veloce di poche formiche sbandate, sopravvissute alla distruzione crudele del proprio formicaio. Per gioco. All’improvviso. Il fuoco. E poi : a lavarsi le mani, tesoro, che é ora di cena. lì mistero Romano é questo: esserci senza essere, in barda alla città imperiale, cosmopolita, cattolica, transnazionale. In una riserva virtuale, inuit d’oltre Atlantico in casa nostra, che prima di smettere l’igloo hanno smesso di farsi vedere (quelli che sono rimasti). Così, ci troviamo avviluppati nel trame di un progetto che si fa, come un ectoplasma o uno scarafaggio della curiosa famiglia dei Samsa, quasi thriller mozzafiato, una storia che, nonostante il rischio di innescare pericolosi quanto scandalosi equivoci semantici, continuiamo a titolare "RomaRom ". Siamo nel pieno di un mistero ed il nostro lavoro acquista ogni giorno di più un sapore esoterico, agli occhi dei nostri giovani ascoltatori, per i quali sarà più facile veder passare un cammello attraverso la cruna di un ago, durante quest’era giubilare, che accogliere uno zingaro dal Divino Amore.

Più ancora ci rattrista pensare che la scienza viva del quotidiano affanno lentamente si avvii ad un processo di fossilizzazione, anche perché i titoli per parlare da scienziati della morta bava che l’evoluzione umana ha secreto ci mancano ed, onestamente, in età ancora di paternità, in atto o in potenza, preferiamo raccontare le fatiche di una giostra.

Difficile è vederla, E in questo turbinio di mutante identità, tarda l’ora del pomeriggio, seduti in riunione disciplinare di programmazione per l’anno della prossima odissea, stentiamo a capire il perché ed a trovare il percome del radioso avvenire sognato per quella poca creatura progettuale che, in altri anni, ha avuto il piccolo vanto di dispute calcistiche-interculturalì, in accampamenti situati alle porte della città, tra topi e rottami da riciclo clandestino, e la vertigine della musica tzigana nei corridoi d’una quieta scuola multidisciplinare di periferia urbana, lanciata nello spazio multimediale, cibernetico e telematico.

Propriamente non eravamo preparati all’archeologia sociale, né francamente interessati ad essa in maniera diretta. Avevamo (ed abbiamo) solo amici zingari e ci piaceva che quella frontiera fosse un po’ più meticcia e colorata.

 

 

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