Il cappello
rosso di Jai Kumar
Il cappello rosso di Jai
Kumar è già rotto in più punti, è passata appena una settimana da quando abbiamo
comprato un cappello per tutti i bambini e quasi tutti sono del tutto o almeno
un po' rovinati, prima di andare a dormire Jai Kumar lo appoggia per terra, di
fianco alla stuoia che serve da letto. Si stende a fianco di Kishore, sembrano
fratelli, potrebbero esserlo. Mi fermo ad osservarli a lungo mentre prendono
sonno. Ne approfitto per respirare e gustare questo importante momento della
giornata che raramente ho potuto condividere con loro. Infatti da quando, due
mesi fa, ho iniziato a fare il volontario in questo centro per bambini disabili
nel sud dell' India è la prima volta che trascorro una notte qui.
Io e due mie amiche
volontarie, Anna e Julia, la prima francese, la seconda tedesca, abbiamo
deciso di fermarci per una notte nel centro per stare un po' di più insieme ai
bambini e vedere cosa succede dopo le 15.30, ora in cui solitamente prendiamo
l'autobus per fare ritorno in città.
Japthi (questo è il nome del centro)
è infatti situato in aperta campagna, a 15 chilometri da un città di 30 mila
abitanti che si chiama Kundapura, nello Stato di Karnataka, nella parte
sud-occidentale della penisola indiana.
Una decina di famiglie qui residenti
ospitano una ventina di volontari provenienti da molti paesi europei ma anche da
Corea, Giappone e Stati Uniti.
A lavorare a Japthi siamo in 4 o 5, a seconda dei
momenti il numero può cambiare, ci sono spesso partenze e arrivi fra i
volontari. Ci alziamo verso le 7 e mezza, prendiamo l'autobus tutti insieme e
dopo mezz'ora siamo al centro dove ogni mattina ci accolgono festanti i 2 o 3
bambini più estroversi.
All'arrivo eseguiamo un rapido controllo per verificare
le condizioni fisiche di ognuno dopo la notte, segue il lavaggio dei denti, la
doccia all'aria aperta e il cambio di vestiti per tutti. Alcuni si lavano quasi
da soli, altri vanno letteralmente trascinati sotto il getto d'acqua e
trattenuti per l'insaponatura.
La mattina è divisa
in due parti, una prima metà composta da pseudo-yoga, canti e ginnastica in
gruppo, la seconda da attività varie come colorare, disegnare, "suonare" uno
strumento, giocare a Memory oppure a calcio e cricket.
Verso l'una si
inizia a sentire un grido dalla cucina: " Uta! Uta! " (in
lingua kannada, parlata in questo Stato significa cibo). Le due donne di
servizio, Sudjata e Ratna, ci avvisano che il pranzo è pronto,
raccogliamo i bambini e laviamo loro le mani, successivamente le due donne
nutrono i voraci bimbi, noi ci ritiriamo nella stanza a fianco per consumare lo
stesso pasto, solitamente riso bollito e verdure insaporite con spezie locali
con la possibilità di aggiungere yogurt fatto in casa. Una piccola pausa ci
vuole. Fuori si arriva a 35 gradi con una umidità nell'aria che toglie ogni
energia. Verso le due si ricomincia, si esce all'aperto se il tempo è buono. Il
passatempo preferito da molti é andare in altalena. Una volta a settimana si
raccolgono le immondizie e ogni tanto c'è qualche evento speciale, magari una
gita al mare o una festa con tutti gli altri volontari normalmente impegnati in
altri progetti.
Verso le 3 e 20 si inizia la fase dei saluti, stanchi e sudati
andiamo a prendere l'autobus che ci porterà verso la città ma soprattutto verso
il quotidiano e meritato gelato.
I due mesi che ho trascorso con questi 12 fantastici bambini sono stati davvero
intensi ed emozionanti, il rapporto instaurato con loro (ma anche con gli altri
volontari) è stato straordinario. Ho scoperto che ognuno di loro è unico, che va
trattato diversamente, con rispetto. Ognuno di questi bambini speciali ha i
propri disturbi mentali come ritardi di vario tipo, traumi infantili o autismo.
Alcuni hanno limiti fisici dovuti a cause genetiche o a errate cure mediche
durante i primi mesi di vita. Alcuni sono portatori di sindrome di Down, altri
di più leggeri deficit di attenzione o sindrome da iperattività. Alcuni si
affezionano immediatamente e dimostrano più apertamente i loro sentimenti con
sorrisi, abbracci, premure e coccole nei nostri confronti. Altri hanno bisogno
di più tempo per fidarsi.
La comunicazione non è per niente facile, solo uno di
loro parla la lingua locale. Pochi riescono a capire le poche parole che noi
abbiamo imparato. Per il resto tutto è affidato al tono della voce, ai gesti, ai
sorrisi, ai tantissimi abbracci e al gioco preferito da quasi tutti: il
solletico, un ottimo modo per interagire, rompere il ghiaccio e riuscire a
trasmettere un po' di calore umano anche ai più chiusi e ai più diffidenti come Suhan, il minuscolo bimbo autistico che si scatena quando sente della buona
musica e balla come il John Travolta dei tempi d'oro. A Japthi si trovano
tutti bambini molto soli, che vedono i genitori un paio di volte all'anno quando
va bene. Per la società rurale indiana sono errori, mostri da nascondere che non
hanno pari dignità a quella di tutti gli altri bambini.
Noi pensiamo che
invece ce l'abbiano e che a volte possano saper dare addirittura di più in
termini affettivi dei nostri bambini ipernutriti e iperprotetti.
Per questo li
portiamo in giro per la città con fierezza e proviamo a farli interagire anche
con bambini "normali". Per questo vogliamo il meglio delle cure mediche
possibili, come se fossero nostri fratelli, nostri figli. Dopo 2 mesi
credo che un po' lo siano diventati.
Le nostre
responsabilità nel centro sono tante, a partire dalle piccole medicazioni fino
ad accompagnare i bambini dal dentista o dal dottore quando i problemi sono più
seri, l'impegno che ci mettiamo è molto, anche se non siamo molto preparati.
Cerchiamo di tenere la casa in ordine e in condizioni d'igiene sufficienti ma
gli standard indiani sono ben diversi dalle condizioni di vita che vorremo per i
"nostri" bambini. La considerazione del bambino disabile in India è notevolmente
differente dalla nostra e questo spesso ci porta a scontri, a volte anche aspri,
con il responsabile di questo centro, incline a imporre la disciplina anche con
la violenza. Noi non ci troviamo d'accordo e glielo facciamo notare. Lui
sostiene che è così che ci si fa rispettare, ma noi crediamo che quello non sia
rispetto, sia semplice paura, una paura che si coglie negli sguardi di
questi bambini quando questo uomo ignorante è nelle vicinanze. Noi crediamo che
i bambini rispettino noi che parliamo una lingua più dolce e rispettosa dei loro
diritti, primo fra tutti quello di essere bambini e quindi giocare, ridere e far
chiasso. Certo a volte ci fanno disperare e sfidano la nostra pazienza, a volte
anche noi ci arrabbiamo e sbuffiamo, vorremmo mollare tutto e tornare a casa.
Se ora mi trovo qua, tuttavia, e accarezzo la testa di Jai Kumar significa che noi non
molliamo, finché possiamo stare con i "nostri" bambini diamo il massimo per il
loro benessere.
Con il dito indice percorro i solchi delle vecchie cicatrici sul cranio di Jai
Kumar. Le cadute a causa degli attacchi di epilessia lasciano dei brutti segni
all'esterno della sua testa, ma probabilmente i danni maggiori sono dentro, le
crisi sono frequenti e anche i farmaci sembrano non fare nessun effetto.
Tenere
fra le proprie braccia un bimbo in preda a una crisi epilettica è un'esperienza
difficile da dimenticare: quel corpo che sembra impazzito, fuori controllo, a
volte di legno. Di solito le crisi di Jai Kumar durano un paio di minuti ma
rimane intontito per ore, quello sguardo solitamente piuttosto assente a causa
dei danni cerebrali pregressi si fa ancora più lontano e vuoto, reagisce poco
agli stimoli e tutto quello che possiamo fare e dargli da bere un po' d'acqua,
un gesto forse inutile e banale ma davvero non si può far altro. Certo, dalle
nostre parti verrebbe portato dai migliori medici e curato in pochi giorni ma
non qua, non quando hai un quoziente intellettivo di 37 (la soglia per essere
considerati nella norma è 70) e sei figlio di una serva che vive a 2 ore
d'autobus e non vedi da 3 mesi, non quando vivi in India fra campi di riso e
alberi di banane, non quando vivi in un paese dove la sanità è quasi totalmente
a pagamento e le analisi per l'epilessia corrispondono a 13 mesi di stipendio
di un operaio, cioè circa 450 euro. Jai Kumar, o JK come lo abbiamo
soprannominato, capisce abbastanza ed è forse il bambino con cui è più facile
comunicare verbalmente ma spesso vorrei entrare nella sua mente per sapere
cosa pensa di noi, vorrei entrare nei suoi sogni per capire cosa può sognare un
bambino senza futuro, senza la possibilità di crescere e vivere una vita
felice, vorrei che almeno per una notte riuscisse a sentirsi al sicuro,
protetto, amato. E' per questo che stanotte siamo qua.
Vorrei che si sentisse
come io mi sentivo da bambino quando mi infilavo sotto il piumone nel mio
morbido, pulito e caldo letto, credo che lo meriti, credo che tutti i bambini di
Japthi lo meritino. Non sono bambini disabili, non sono bambini indiani, sono
bambini e basta, con pari dignità e diritti di tutti gli altri, ed è così che
cerchiamo di trattarli.
Stai tranquillo
Jai Kumar, questa notte nessuno ti ruberà il tuo cappello rosso. Promesso.