Il progetto a cui ho lavorato si inserisce
in un duplice quadro, quello del sistema educativo da un lato,
e quello dell’ empowerment femminile dall’altro.
E’ ormai dai
più condivisa la tesi secondo cui il livello di sviluppo di un Paese
sia strettamente collegato al grado di istruzione o più propriamente
al capitale umano che ne deriva. Se poi a essere considerati sono i
risultati conseguiti nell'istruzione da parte delle donne, questi si
ripercuotono anche sulla definizione del loro status sociale ed
economico e del loro comportamento demografico.
Un progetto di empowerment femminile nelle
scuole si propone dunque di pensare e lavorare per il superamento di
quelle disuguaglianze e discriminazioni di genere, molte delle quali
teoricamente superate dalla legge ma ancora radicate nella realtà, che
caratterizzano la delicata condizione della donna in India.
Concentrandosi su un’analisi più specifica
della situazione in cui il progetto dell’Istituto tecnico di Vijai
Mary, a pochi chilometri dalla città di Mangalore, si
inserisce, deve essere in primo luogo messa in luce una prima
articolazione fra le sue due principali componenti: quella delle
bambine provenienti da famiglie estremamente povere a cui offre
alloggio e istruzione primaria adeguata, a fronte di una spesa
comparativamente molto più bassa rispetto ad alternative che le
famiglie non potrebbero permettersi di pagare o in alcuni casi quote
simboliche integrate da fondi provenienti da donazioni private, e
quella dei corsi professionalizzanti di due anni per ragazze dai 17 ai
21 anni, al fine di permettere a giovani donne con limitate
possibilità economiche di raggiungere un buon livello di
qualificazione, necessaria al fine di una dignitosa occupazione
futura.
La componente su cui si è incentrato il mio
lavoro è stata la seconda; gli obiettivi che l’ONG si proponeva con il
mio operato era in primo luogo quello di migliorare la conoscenza
della lingua Inglese, visto che i corsi erano integralmente tenuti in
Inglese ma solo poche ragazze avevano un’adeguata conoscenza della
lingua per poter seguire le lezioni. In secondo luogo, non meno
rilevanti a mio avviso e, dopo qualche incontro circa gli obiettivi
del progetto, neppure agli occhi della coordinatrice dell’ istituto,
una serie di attività volte a promuovere l’intercultura, la
costruzione di una consapevolezza di sé e del mondo attraverso lo
stimolo in riflessioni su diverse tematiche personali e
socio-culturali, l’elaborazione di una spesso assente autostima, di
autodeterminazione e motivazioni attraverso diversi metodi di
comunicazione ed espressione della propria persona. Infine momenti
ricreativi per divertirsi, condividere, costruire relazioni. Se
inizialmente la richiesta è stata principalmente quella
dell’insegnamento dell’inglese, l’apporto che insieme all’altra
volontaria ho contribuito a promuovere è stato soprattutto su questo
tipo di attività.
Senza sottovalutare le lezioni di
grammatica di cui il corso aveva bisogno, considerando anche l’assenza
di un regolare insegnante di lingua, abbiamo scritto un programma
settimanale combinando il puro insegnamento a diverse attività,
comunque in inglese, che potrà essere utilizzato come spunto anche dai
futuri volontari, in modo da rispondere in parte a quella mancanza di
sostenibilità degli interventi dei volontari che a volte si presenta.
La parte più impegnativa ma anche
interessante del lavoro è stata dunque inizialmente la ricerca
creativa di idee da trasformare in attività, e di strumenti per
cercare di individuare direttamente dalle ragazze le tematiche cui
sarebbero state più interessate e cercare di rispondere quanto più ai
loro bisogni e alle loro curiosità. Il tutto tramite un lavoro di
“gruppo”, anche se eravamo solo due volontarie, in Inglese, cosa che
inizialmente non è stato facile neppure per noi dato che non era la
nostra lingua madre. In secondo luogo abbiamo iniziato la ricerca del
materiale e la strutturazione delle attività: se la pianificazione
generale è stata portata a termine nella prima settimana di lavoro, la
fase di preparazione delle lezioni nel dettaglio non si è mai
conclusa, rispondendo alle nuove idee e necessità che giorno dopo
giorno si presentavano.
Procedendo con la descrizione dettagliata
delle attività, oltre alle lezioni di grammatica come già detto,
abbiamo organizzato lezioni di ascolto e comprensione di storie e
libri che poi discutevamo, ogni ragazza ha costruito un proprio “libro
su di sé”, dove ogni settimana scriveva le proprie opinioni e pensieri
sulla tematica che affrontavamo, inizialmente personali (dalla
famiglia, ai sogni per il proprio futuro…) poi allargando la visione
al proprio Paese (sviluppo dell’India, condizione della donna in
India, questione ambientale, su quali aspetti e con quali mezzi
immaginare un cambiamento nella propria condizione e nel proprio
paese…) e poi al mondo (sguardo d’insieme sull’attualità, sul gap fra
paesi ricchi e poveri…).
Se inizialmente le difficoltà
nell’esprimersi in inglese ha rischiato di bloccare questa attività,
presto la curiosità e l’interesse hanno avuto la meglio e la
partecipazione delle ragazze è stata davvero la risposta più bella che
potessimo aspettarci. Le stesse tematiche sono state a volte
presentate a partire da conoscenze pregresse delle volontarie, per le
quali le conoscenze acquisite nel mio corso di studi si sono rivelate
molto utili, ma anche in seguito a ricerche operate sul campo,
attraverso conversazioni e domande a responsabili e collaboratori nel
progetto o anche studi personali ad esempio su testi universitari
locali sulla società e lo sviluppo economico indiano. Spesso la
lezione frontale è stata abbandonata a favore di sempre diverse
modalità di interscambio, dalla discussione aperta, alla costruzione
di alberi dei problemi e degli obiettivi, a giochi di ruolo,
all’utilizzo di tecniche di teatro come innovativa forma di
espressione e gli spunti trovati in questi momenti ci sono poi serviti
per ulteriori ricerche personali o tematiche da affrontare insieme.
Se inizialmente il cambio del progetto
rispetto alle mie aspettative prima della partenza e l’attività di
insegnamento mi hanno lasciata un po’ disorientata e più volte mi sono
chiesta il senso del mio ruolo e il reale valore del mio tirocinio
universitario, credo che l’esperienza nel suo complesso si sia infine
rivelata molto costruttiva.
Usando le parole di Sen
che mi hanno guidato in questo percorso ritengo di aver
lavorato non in una dimensione economica dello sviluppo ma “ad un particolare approccio
allo sviluppo, inteso come processo di espansione delle libertà
sostanziali godute dagli esseri umani”.
Uno degli obiettivi di fondo
entro cui il progetto si inseriva era la sfida così attuale nel
rendere le giovani generazioni di donne indiane persone consapevoli
delle proprie scelte, delle proprie possibilità e dei propri diritti,
nella speranza che un giorno costruiscano su queste basi la propria
libertà di scelta, oggi per molte di loro un obiettivo quasi
irraggiungibile nelle loro vite quotidiane. Nel rispetto della cultura
e della tradizione, forse il nostro lavoro avrà gettato solo alcuni
semi che oggi è difficile valutare se germoglieranno nel corso delle
loro vite.
E’ dunque difficile valutare l’efficacia
del progetto nei suoi obiettivi generali; se però consideriamo quelli
più specifici di miglioramento dell’Inglese o dell’autostima, credo di
poter dire che alcuni di essi siano stati raggiunti. Seppur in due
mesi sia impossibile imparare una lingua e non siano stati raggiunti
elevati livelli di grammatica, l’interesse degli argomenti, la
curiosità di conoscersi e la voglia di costruire relazioni ha sempre
stimolato la conversazione. Inizialmente sono state ricercate forme
alternative di comunicazione per superare la barriera della lingua,
abbiamo imparato qualche parola di lingua kannada e alcune
delle ragazze che parlavano un Inglese migliore provavano a mediare la
comunicazione traducendo per noi; successivamente l’impegno è stato
mirato ad allargare la comprensione e la partecipazione di tutte le
ragazze, tenendo conto dei diversi livelli di conoscenza presenti, ed
è stato raggiunto l’obiettivo se si considera che nelle ultime
settimane ogni ragazza riusciva a partecipare alle attività seppur con
semplici vocaboli e frasi non sempre corrette; dall’altro forse grazie
anche a momenti di aggregazione e svago attraverso la musica e la
danza che sono stati utili a superare il blocco dell’ iniziale
timidezza, è stato bello vedere pian piano le ragazze prendere
gradualmente la parola, esprimere anche con semplici frasi la propria
opinione, parlare di fronte a un gruppo, cosa che inizialmente
sembrava possibile solo per pochissime.
Per quanto riguarda la mia esperienza
personale è stata una bella sfida trovarmi da sola, senza poter mai
usare la mia lingua, a dover ideare e realizzare questo tipo di
attività. Creatività, impegno, sensibilità e capacità di
organizzazione sono state indispensabili. Lo scambio con la
volontaria che ha lavorato con me è stato costruttivo e reciprocamente ci ha arricchito. Per
quanto riguarda il rapporto con il coordinatore dell’istituto, grande
è stata la libertà che ci è stata lasciata nel decidere e attuare le
attività ma il continuo feedback che da subito abbiamo richiesto, si è
rivelato importante: seppur non chiara e diretta, come era impossibile
aspettarsi una volta conosciuta un po’ la cultura indiana, siamo
riuscite a sviluppare una qualche forma di cooperazione non solo
nell’individuazione degli obiettivi ma anche nell’elaborazione delle
attività. La valutazione del nostro lavoro doveva essere sempre
stimolata, ma alla fine si è rivelata importante. Credo dunque che
senza dubbio umanamente ma anche professionalmente l’esperienza sia
stata costruttiva e formativa.