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  Valentina Pretolani

Il progetto a cui ho lavorato si inserisce in un duplice quadro, quello del sistema educativo da un lato, e quello dell’ empowerment femminile dall’altro.
E’ ormai dai più condivisa la tesi secondo cui il livello di sviluppo di un Paese sia strettamente collegato al grado di istruzione o più propriamente al capitale umano che ne deriva. Se poi a essere considerati sono i risultati conseguiti nell'istruzione da parte delle donne, questi si ripercuotono anche sulla definizione del loro status sociale ed economico e del loro comportamento demografico.   

Un progetto di empowerment femminile nelle scuole si propone dunque di pensare e lavorare per il superamento di quelle disuguaglianze e discriminazioni di genere, molte delle quali teoricamente superate dalla legge ma ancora radicate nella realtà, che caratterizzano la delicata condizione della donna in India.

Concentrandosi su un’analisi più specifica della situazione in cui il progetto dell’Istituto tecnico di Vijai Mary, a pochi chilometri dalla città di Mangalore, si inserisce, deve essere in primo luogo messa in luce una prima articolazione fra le sue due principali componenti: quella delle bambine provenienti da famiglie estremamente povere a cui offre alloggio e istruzione primaria adeguata, a fronte di una spesa comparativamente molto più bassa rispetto ad alternative che le famiglie non potrebbero permettersi di pagare o in alcuni casi quote simboliche integrate da fondi provenienti da donazioni private, e quella dei corsi professionalizzanti di due anni per ragazze dai 17 ai 21 anni, al fine di permettere a giovani donne con limitate possibilità economiche di raggiungere un buon livello di qualificazione, necessaria al fine di una dignitosa occupazione futura.

La componente su cui si è incentrato il mio lavoro è stata la seconda; gli obiettivi che l’ONG si proponeva con il mio operato era in primo luogo quello di migliorare la conoscenza della lingua Inglese, visto che i corsi erano integralmente tenuti in Inglese ma solo poche ragazze avevano un’adeguata conoscenza della lingua per poter seguire le lezioni. In secondo luogo, non meno rilevanti a mio avviso e, dopo qualche incontro circa gli obiettivi del progetto, neppure agli occhi della coordinatrice dell’ istituto, una serie di attività volte a promuovere l’intercultura, la costruzione di una consapevolezza di sé e del mondo attraverso lo stimolo in riflessioni su diverse tematiche personali e socio-culturali, l’elaborazione di una spesso assente autostima, di autodeterminazione e motivazioni attraverso diversi metodi di comunicazione ed espressione della propria persona. Infine momenti ricreativi per divertirsi, condividere, costruire relazioni. Se inizialmente la richiesta è stata principalmente quella dell’insegnamento dell’inglese, l’apporto che insieme all’altra volontaria ho contribuito a promuovere è stato soprattutto su questo tipo di attività.

Senza sottovalutare le lezioni di grammatica di cui il corso aveva bisogno, considerando anche l’assenza di un regolare insegnante di lingua, abbiamo scritto un programma settimanale combinando il puro insegnamento a diverse attività, comunque in inglese, che potrà essere utilizzato come spunto anche dai futuri volontari, in modo da rispondere in parte a quella mancanza di sostenibilità degli interventi dei volontari che a volte si presenta.

La parte più impegnativa ma anche interessante del lavoro è stata dunque inizialmente la ricerca creativa di idee da trasformare in attività, e di strumenti per cercare di individuare direttamente dalle ragazze le tematiche cui sarebbero state più interessate e cercare di rispondere quanto più ai loro bisogni e alle loro curiosità. Il tutto tramite un lavoro di “gruppo”, anche se eravamo solo due volontarie, in Inglese, cosa che inizialmente non è stato facile neppure per noi dato che non era la nostra lingua madre. In secondo luogo abbiamo iniziato la ricerca del materiale e la strutturazione delle attività: se la pianificazione generale è stata portata a termine nella prima settimana di lavoro, la fase di preparazione delle lezioni nel dettaglio non si è mai conclusa, rispondendo alle nuove idee e necessità che giorno dopo giorno si presentavano.

Procedendo con la descrizione dettagliata delle attività, oltre alle lezioni di grammatica come già detto, abbiamo organizzato lezioni di ascolto e comprensione di storie e libri che poi discutevamo, ogni ragazza ha costruito un proprio “libro su di sé”, dove ogni settimana scriveva le proprie opinioni e pensieri sulla tematica che affrontavamo, inizialmente personali (dalla famiglia, ai sogni per il proprio futuro…) poi allargando la visione al proprio Paese (sviluppo dell’India, condizione della donna in India, questione ambientale, su quali aspetti e con quali mezzi immaginare un cambiamento nella propria condizione e nel proprio paese…) e poi al mondo (sguardo d’insieme sull’attualità, sul gap fra paesi ricchi e poveri…).

Se inizialmente le difficoltà nell’esprimersi in inglese ha rischiato di bloccare questa attività, presto la curiosità e l’interesse hanno avuto la meglio e la partecipazione delle ragazze è stata davvero la risposta più bella che potessimo aspettarci. Le stesse tematiche sono state a volte presentate a partire da conoscenze pregresse delle volontarie, per le quali le conoscenze acquisite nel mio corso di studi si sono rivelate molto utili, ma anche in seguito a ricerche operate sul campo, attraverso conversazioni e domande a responsabili e collaboratori nel progetto o anche studi personali ad esempio su testi universitari locali sulla società e lo sviluppo economico indiano. Spesso la lezione frontale è stata abbandonata a favore di sempre diverse modalità di interscambio, dalla discussione aperta, alla costruzione di alberi dei problemi e degli obiettivi, a giochi di ruolo, all’utilizzo di tecniche di teatro come innovativa forma di espressione e gli spunti trovati in questi momenti ci sono poi serviti per ulteriori ricerche personali o tematiche da affrontare insieme.

Se inizialmente il cambio del progetto rispetto alle mie aspettative prima della partenza e l’attività di insegnamento mi hanno lasciata un po’ disorientata e più volte mi sono chiesta il senso del mio ruolo e il reale valore del mio tirocinio universitario, credo che l’esperienza nel suo complesso si sia infine rivelata molto costruttiva.

Usando le parole di Sen che mi hanno guidato in questo percorso  ritengo di aver lavorato non in una dimensione economica dello sviluppo ma  “ad un particolare approccio allo sviluppo, inteso come processo di espansione delle libertà sostanziali godute dagli esseri umani”.
Uno degli obiettivi di fondo entro cui il progetto si inseriva era la sfida così attuale nel rendere le giovani generazioni di donne indiane persone consapevoli delle proprie scelte, delle proprie possibilità e dei propri diritti, nella speranza che un giorno costruiscano su queste basi la propria libertà di scelta, oggi per molte di loro un obiettivo quasi irraggiungibile nelle loro vite quotidiane. Nel rispetto della cultura e della tradizione, forse il nostro lavoro avrà gettato solo alcuni semi che oggi è difficile valutare se germoglieranno nel corso delle loro vite.

E’ dunque difficile valutare l’efficacia del progetto nei suoi obiettivi generali; se però consideriamo quelli più specifici di miglioramento dell’Inglese o dell’autostima, credo di poter dire che alcuni di essi siano stati raggiunti. Seppur in due mesi sia impossibile imparare una lingua e non siano stati raggiunti elevati livelli di grammatica, l’interesse degli argomenti, la curiosità di conoscersi e la voglia di costruire relazioni ha  sempre stimolato la conversazione. Inizialmente sono state ricercate forme alternative di comunicazione per superare la barriera della lingua, abbiamo imparato qualche parola di lingua kannada e alcune delle ragazze che parlavano un Inglese migliore provavano a mediare la comunicazione traducendo per noi; successivamente l’impegno è stato mirato ad allargare la comprensione e la partecipazione di tutte le ragazze, tenendo conto dei diversi livelli di conoscenza presenti, ed è stato raggiunto l’obiettivo se si considera che nelle ultime settimane ogni ragazza riusciva a partecipare alle attività seppur con semplici vocaboli e frasi non sempre corrette; dall’altro forse grazie anche a momenti di aggregazione e svago attraverso la musica e la danza che sono stati utili a superare il blocco dell’ iniziale timidezza, è stato bello vedere pian piano le ragazze prendere gradualmente la parola, esprimere anche con semplici frasi la propria opinione, parlare di fronte a un gruppo, cosa che inizialmente sembrava possibile solo per pochissime.

Per quanto riguarda la mia esperienza personale è stata una bella sfida trovarmi da sola, senza poter mai usare la mia lingua, a dover ideare e realizzare questo tipo di attività. Creatività, impegno, sensibilità e capacità di organizzazione sono state indispensabili. Lo scambio con la  volontaria che ha lavorato con me  è stato costruttivo e reciprocamente ci ha arricchito. Per quanto riguarda il rapporto con il coordinatore dell’istituto, grande è stata la libertà che ci è stata lasciata nel decidere e attuare le attività ma il continuo feedback che da subito abbiamo richiesto, si è rivelato importante: seppur non chiara e diretta, come era impossibile aspettarsi una volta conosciuta un po’ la cultura indiana, siamo riuscite a sviluppare una qualche forma di cooperazione non solo nell’individuazione degli obiettivi ma anche nell’elaborazione delle attività. La valutazione del nostro lavoro doveva essere sempre stimolata, ma alla fine si è rivelata importante. Credo dunque che senza dubbio umanamente ma anche professionalmente l’esperienza sia stata costruttiva e formativa.

  

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