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  Danilo Gullotto

 

Nel periodo compreso tra il 9 Febbraio e il 19 Luglio 2007 ho condotto un’esperienza di volontariato a scopo umanitario per conto della Pamoja International Voluntary Service (PIVS), un’organizzazione umanitaria avente sede a Nairobi e gestita esclusivamente da volontari africani che vivono in Kenya. La destinazione che ho prescelto al fine di prendere parte all’attività è situata nella zona a sud ovest del Kenya, in una città chiamata Kisumu, sulle sponde del famoso lago di Vittoria e facente parte della provincia di Nyanza. Il compito che mi è stato assegnato era conforme ai miei requisiti professionali e prevedeva la copertura di un posto di analista all’interno del New Nyanza General Hospital, uno dei rari ospedali pubblici dotato di infrastrutture e capace di offrire un ampio ventaglio di servizi sanitari agli indigenti.

Una volta atterrato all’aeroporto di Nairobi vengo immediatamente in contatto con il vice capo dell’organizzazione, il quale mi trattiene in città per circa 2 giorni al fine di darmi alcune delucidazioni sulle mansioni che avrei dovuto svolgere e su quello che mi avrebbe atteso. Trascorso questo breve training formativo vengo aiutato a prenotare il biglietto della linea di trasporto che collega la città di Nairobi a quella di Kisumu, dove giungo a destinazione dopo circa 8 ore di viaggio. Trovatomi finalmente a Kisumu, vengo in contatto con altri due membri dell’organizzazione, aventi il compito di accogliermi e di indirizzarmi verso l’alloggio che mi era stato riservato. Diversamente da Nairobi, che rappresenta il centro di smistamento politico, economico e finanziario del Kenya e che per tale ragione possiede una parvenza grossolanamente paragonabile a quella delle nostre città occidentali, Kisumu appare praticamente  priva di infrastrutture se non per quanto concerne la zona del centro cittadino. La città si presenta come un informe conglomerato di piccole baracche e di bungalow in mattoni, circondati da strade non asfaltate, per la maggior parte prive di reti fognarie, di condutture idriche per l’acqua potabile e di pali per l’illuminazione. Si comprende pertanto come il tenore di vita della popolazione che vive in quei luoghi sia estremamente povero, al punto da non garantire nemmeno le più elementari misure per la sicurezza pubblica e per la profilassi sanitaria, specie in materia di acqua potabile e di alimentazione. Scoprirò più tardi che la principale fonte di sostentamento per la gente proviene dal lavoro nelle vastissime e numerose piantagioni di tè, dalla pesca, dalla vendita di frutta e ortaggi, ma anche dai numerosi e caotici servizi di trasporto pubblico, tutti in concorrenza tra loro e privi di tabelle orarie, che comprendono le innumerevoli biciclette taxi (bota-bota) fino ai piccoli furgoni a 13 posti (Matatu), guidati spesso da giovani spericolati che assomigliano vagamente ai ragazzi gangster dei ghetti metropolitani newyorkesi. In ogni caso, il guadagno medio giornaliero che la gente porta a casa si aggira sui 300-400 shellini (circa 3 o 4 euro).

L’abitazione che mi viene assegnata è di fatto un bungalow fatiscente, avente come uniche componenti d’arredo un letto, un piccolo fornellino da campeggio e alcune taniche di plastica necessarie per le scorte d’acqua. E’ stato in oltre obbligatorio dotarmi di una zanzariera per la notte, poiché Nyanza è una delle province a rischio endemico di malaria. Inutile tra l’altro l’utilizzo di insetticidi o di veleni a causa dell’elevato numero di insetti e topi, principalmente dovuto alla mancata cementificazione delle aree urbane nonché all’assenza di aree preposte allo stoccaggio dei rifiuti domestici. L’impatto con questa nuova realtà ha quindi cagionato nei i primi giorni di permanenza un grosso problema di adattamento a causa della persistenza di quelle condizioni che sono state ormai quasi del tutto dimenticate nei paesi occidentali, ma che nelle aree depresse del mondo rappresentano la regola più che l’eccezione. Tali ostacoli  possono tuttavia venire superati se affrontati con un corretto spirito di determinazione e di volontà, ma anche grazie al sostegno caloroso della gente che vive in quei luoghi e che accetta con riconoscenza e rispetto la presenza di uomini bianchi venuti a scopo umanitario e pronti a condividere con loro i problemi e le difficoltà.

 Dopo appena pochi giorni dal mio arrivo a Kisumu vengo presentato allo staff dell’ospedale dove sono trattenuto per un breve colloquio volto a definire la migliore mansione da svolgere in accordo con i miei requisiti e con le esigenze dell’ospedale. Vengo pertanto condotto nel laboratorio di analisi, dove inizio la mia attività nella sezione dedicata alle malattie infettive di origine microbiologica. All’interno della struttura mi trovo a collaborare con due medici del luogo (uno dei quali paralizzato a entrambi gli arti inferiori), che scoprirò essere particolarmente preparati e competenti e dai quali riuscirò a trarre preziosi insegnamenti di carattere pratico. Col passare dei giorni mi accorgerò che anche le apparecchiature e gli strumenti del laboratorio risultano piuttosto obsoleti rispetto alle continue necessitudini dei malati bisognosi di assistenza, tutto a causa della mancanza di risorse adeguate da parte del governo del Kenya, nonché della corruzione dilagante che colpisce praticamente tutte le sfere della vita economica, politica e sociale della nazione. Per fortuna gran parte di queste lacune vengono colmate dall’alto livello di risorse umane qualificate di cui dispone l’ospedale, se pur a prezzo di orari di lavoro estenuanti e del continuo ricorrere a piccoli espedienti che devono da un lato garantire una corretta assistenza ai pazienti e dall’altro salvaguardare la salute e la sicurezza degli operatori.

 Il mio servizio presso l’ospedale mi ha posto nella posizione privilegiata di conoscere alcuni aspetti che riguardano l’incidenza, le cause e la distribuzione delle principali malattie infettive che affliggono la popolazione di Kisumu e le sue zone limitrofe. Uno dei problemi principali del Kenya, come è già noto, riguarda l’elevatissimo numero di persone affette dal virus dell’immunodeficienza. A questo si aggiunge la diffusione sempre crescente di malattie ormai endemiche come la tubercolosi, il tifo e la malaria. Inoltre accade spesso che, una volta diagnosticata la malattia, risulti difficile ricorrere ad una terapia antibiotica efficace, sia perché molti microorganismi hanno acquisito nel corso degli anni una resistenza alle più comuni classi di chemoterapici, sia anche perché il decorso della malattia da parte di pazienti sieropositivi, e quindi immunosoppressi, risulta particolarmente difficile da gestire. In particolare, sembra che i dati di quest’anno sulla diffusione del Mycobacterium tubercolosis siano piuttosto allarmanti, malgrado gli aumentati sforzi di intervento da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si ritiene che una delle cause principali del dilagare dell’infezione sia dovuta alla mancanza di monitoraggio nelle aree rurali del Paese, dove spesso la gente è persino ignara di essere portatrice del germe ed è quindi una potenziale fonte di contagio per gli altri.

 In data 10 Maggio 2007, il nostro laboratorio riceve un’allarmante notizia: secondo il bollettino della Croce Rossa Internazionale è scoppiata una pericolosa epidemia di colera a causa di alcune sorgenti d’acqua fortemente contaminate. L’ultima epidemia risale al 1993 e da allora sembrava che il pericolo di future contaminazioni potesse venire per sempre scongiurato. L’ospedale di Nyanza si fa carico di ricevere più di 60 pazienti sospettati di colera, ma ancora una volta ci troviamo in condizioni di difficoltà per affrontare l’emergenza. Viene quindi scritta una lettera al Ministero della Sanità allo scopo di chiedere alcune attrezzature necessarie a condurre le analisi per la diagnosi della malattia e finalmente riusciamo ad ottenerle dopo una settimana. Ci aspetta un periodo di lavoro particolarmente estenuante, nel quale ci troviamo a sacrificare il nostro tempo libero, compresi i sabati e le domeniche, ma dopo circa un mese e mezzo sembra che l’epidemia sia stata ridimensionata. Purtroppo, da quanto ascoltato in questi ultimi giorni, pare che una nuova recidiva dell’epidemia sia riapparsa a causa di alcuni focolai infettivi di cui si sta ancora accertando la provenienza.  

Per quanto riguarda le mie personali impressioni su questa esperienza di volontariato, posso dire di aver  imparato a conoscere la popolazione di Kisumu come una comunità contrassegnata da forti legami sociali e conviviali, che si ispirano al principio di solidarietà e di assistenza reciproca. Il modello dominante in seno all’istituzione familiare è ancora quello del nucleo allargato, dove i componenti che ne fanno parte intervengono, ognuno coi propri sforzi, al mantenimento dell’equilibrio e dell’armonia familiare. Paradossalmente, è proprio lo stato di indigenza in cui versa la maggior parte della gente, a mantenere saldi quei valori di fratellanza e di mutuo soccorso che cementano i rapporti sociali, sebbene la corruzione sul piano economico sia una piaga che si rafforza sempre di più a causa dei bisogni non soddisfatti. Suppongo che un così alto grado di umanità e di rispetto, oltre che derivare da fattori che riguardano la tradizione culturale di questi popoli, scaturisca proprio dalla povertà, la quale, facendo venir meno quelle differenze basate sull’idea di proprietà e di possesso, permette di rifuggire da uno stato di alienazione che possa portare all’isolamento e faccia scoprire l’importanza dello stare insieme come condivisione di un orizzonte che è più vicino a quel teorico principio di umanità che fa riscoprire nell’"altro" il valore  della ricchezza. Inoltre, questa gente sembra spinta e motivata da un più forte senso cristiano che la porta con meno difficoltà a seguire i precetti del Vangelo, sebbene la stessa Chiesa che opera in quel territorio si trovi talvolta ad escogitare azioni dalle quali ricavare profitti strettamente egoistici e personali. In ogni caso penso che tale esperienza sia stata per me proficua non solo allo scopo di riconoscere il proprio piccolo contributo apportato in un contesto di gente che soffre, ma anche per rimettere in discussione i propri valori personali, aiutandoci a trovare una dimensione più autentica e luminosa persino nel nostro mondo occidentale fatto di opulenza e di reciproca indifferenza.

 

 

 

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