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    Ilenia Zuccaro

 

La  mia esperienza in India

Sono partita per l’India il giorno del mio compleanno, una data importante per un viaggio
importante. Con il cuore in gola, ma stranamente agitata, sono salita sull’aereo che mi
avrebbe portato per un periodo relativamente lungo lontano dai miei genitori, dai miei amici
e dalla mia casa.

La scelta di vivere un’esperienza di volontariato in India mi frullava nella testa ancor prima
di laurearmi, l’insicurezza del futuro e la difficoltà di fare una scelta nel percorso di studi
sono stati la spinta…il resto del lavoro l’ha svolto la mia curiosità e la mia voglia di viaggiare.

L’India è un paese dalle mille tradizioni come dai mille sorrisi, dalle strade piene e caotiche
agli angoli di città vuoti…è quel luogo dove convivono tutte le religioni del mondo e puoi
sentirti a casa…l’India ti rimane nel cuore.

Come nel cuore ho il gruppo dei 16 volontari che iniziavano con me la propria esperienza
(2 italiani, 1 finlandese, 2 giapponesi, 6 francesi, 2 tedeschi, 2 giapponesi e una messicana!!!).
La prima settimana di permanenza è stata molto interessante e divertente…
L’orientation week è una buona occasione per conoscere qualcosa del posto e per far nascere
delle belle amicizie con cui condividere in itinere la propria esperienza, persone con le quali ho
potuto scambiare idee e divertirmi.

 

 

Dicono: la parola d’ordine del volontario è non avere aspettative.
Questa era la frase magica  che FSL- India come Oikos chiedevano al volontario.
Questa è la frase che mi ha accompagnato
fino all’arrivo in India. Il non avere aspettative l’ho interpretato come un non immaginarsi nulla,
essere solo carichi e pronti per vivere quest' esperienza al meglio possibile.
E io di aspettative  non ne ho create ma, dovendo essere sincera, non mi sarei
neanche mai aspettata di trovarmi in quel tipo di situazione.

Il progetto che FSL- India  aveva assegnato a me e a Pia, la ragazza finlandese, era un
nuovo progetto: un lavoro di raccolta dati su i Kunchi Koravaru,  una tribù, che  in realtà non
è tribù,  ma un gruppo di ex-intoccabili ora denominati "scheduled cast" dal governo
indiano perché -si dice- in India le caste non esistono più.

Questo gruppo di 700 persone circa viveva in condizioni essenziali. Le case, in muratura ma
molto piccole, riuscivano a contenere 15-16 persone, da 3 a 4 generazioni  familiari 
dormivano sotto lo stesso tetto in un’unica stanza, senza mobili.

La municipalità indiana aveva costruito per i Kunchi Koravaru una struttura (una stanza)
che fungeva da Anginwadi, una specie di asilo nido per bambini fino a 5 anni dove 
veniva distribuito il cibo ai bambini.  Il pasto consisteva in un piatto di lenticchie, a volte 
l’unico della giornata e il requisito per averlo era che il bambino andasse a scuola.
Ora, lascio immaginare come può essere un bambino piccolo rinchiuso per 4 ore circa
in una stanza, insieme ad altri 40 bambini piccoli: "UNA CACIARA!" dicono nella città
dove abito ( e non solo)

E una caciara era! Io e Pia abbiamo avuto non poche difficoltà nell’organizzare attività
da fare a questi bellissimi e simpaticissimi, ma terribili, bambini

 

   

Nelle altre (poche) attività che ci restavano abbiamo creato una classe di inglese di
12 bambini, dai 6 ai 12 anni. Le lezioni si svolgevano, quotidianamente, in casa
di Sarojia, mamma di 2 bellissime ragazze e di un 14enne molto sveglio.
Abbiamo regalato loro quaderni e penne e con l’aiuto di una lavagnetta e del gesso colorato
hanno imparato a scrivere in inglese, a formulare domande a cui rispondere.
Abbiamo imparato a divertirci insieme, abbiamo ricevuto regali da loro e dalle loro
famiglie e abbiamo fatto indigestione di chai-tea (il tè indiano) nelle loro case.

I nostri bambini e le loro famiglie sono stati la spinta a continuare, vivere giorno per giorno
la stessa vita di altre persone e condividere con loro risate, argomenti e problemi ti riempie
di  una nuova vitalità. Ti fa alzare presto al mattino per l’impazienza di vivere la giornata che sta
per iniziare…

Ci è venuta spesso la voglia di scappare e in realtà lo abbiamo anche fatto, ma i nostri bambini,
i loro occhi e i loro sorrisi, fanno dimenticare tutti i problemi incontrati e le critiche che
ci riservavamo per le associazioni coinvolte.

Nonostante i vari ostacoli che si sono presentati nel far avviare il progetto, credo
che un’esperienza di volontariato in una terra così lontana e diversa dalla propria sia
un’ottimo insegnamento e la giusta strada per comprendere culture diverse dalle proprie.

Mi rendo conto che il mondo del volontariato non è un mondo facile né perfetto e so anche
che essere volontari non è sinonimo di grandi gesta, ma sono consapevole che il “piccolo”
lavoro fatto dal volontario contribuisce a formare il mare delle grandi gesta.
E’ una gocciolina nel mare, ma una gocciolina importante
.

 

 

 

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