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Antonino Truglio

Dentro il Kenya, il Kenya dentro

Una esperienza di vita in Africa,non so cosa vado cercando nè cosa troverò. Non importa, si parte. Arrivo in serata a Nairobi e l'inizio non è  incoraggiante:mi aspetta un taxi per portarmi....dove? L'uomo non conosce il luogo in cui dovrò passare la notte,non ha informazioni sufficienti e giriamo a vuoto per più di un'ora in cerca dell'abitazione. Chiede aiuto col cellulare e rintracciamo infine la famiglia che mi ospiterà. Di J.M., il responsabile dell'organizzazione umanitaria locale che si occuperà del mio progetto,nessuna traccia. Solo 3 giorni dopo il mio arrivo viene a prendermi, accompagnato da A., una collaboratrice. La mia permanenza in Kenya sarà di sei mesi e lui mi propone di diversificare l'esperienza di volontariato: tre mesi presso Omega Children Shelter non distante da Mwingi, e tre mesi nella zona costiera, in Mombasa. Avrò così la possibilità di conoscere luoghi e realtà differenti ed accetto,perciò, con entusiasmo.

Mwingi dista tre ore di bus da Nairobi, circa 200 km. Il bus è vecchio e malridotto. Afferrano il mio ingombrante bagaglio e lo sbattono senza troppi riguardi nell'apposito vano. Presto mi pentirò di aver portato così tanta roba. Sull'autobus vendono di tutto:orologi, fazzoletti, torce elettriche, braccialetti, biscotti, frutta, cibo, bevande, giornali..... Durante il viaggio c'è chi cerca di vendere farmaci miracolosi e chi fa la predica in nome di Gesù.

Finalmente raggiungiamo Mwingi. La gente è pittoresca e il paese, benchè caldo e colorato, è misero. Incontriamo G., il direttore dell'OCS, e la sua più stretta assistente, S.. Sono loro che mi portano a destinazione, a Mumbuni, un piccolo villaggio, molto povero, a una ventina di chilometri da Mwingi: 5 persone più una grossa valigia dentro una automobilina malfunzionante lungo una strada sterrata. Gli uffici del Centro si trovano in Nzeluni, una località presso Mumbuni, e vi facciamo sosta per un sopralluogo. Al calar del sole, raggiungiamo quella che sarà la mia dimora in Mumbuni: mi accoglie una giovane donna, entusiasta al mio arrivo.

Una casa in mattoni di terra rossa e soffitto in lamiera, due stanze, poco più di una capanna.. Il mio letto è nascosto dietro una coperta appesa a un filo, a mò di parete. Mancano luce, acqua e gas. I servizi sono esterni. La cucina ospita un gallo e qualche gallina. "Sarà dura", è il mio primo pensiero. Siamo immersi nella natura, lontani dalla civiltà. R., la donna che mi ospita, usa tutti i riguardi e quel poco che ha me lo offre con il cuore. Ed è piuttosto imbarazzante,  perchè a tutto provvede lei: mi sento come un bambino assistito da una madre amorevole. Ogni mattina si reca a prendere l'acqua, depositata sulle rocce o in un vicino pozzo, caricandosi come un mulo sulla schiena il pesante bidone con l'aiuto di una corda che le fascia la testa. Lei cucina per me, lava i miei panni, scalda l'acqua di prima mattina per una doccia "all'africana". Le condizioni igieniche sono carenti e il rischio di potersi ammalare non è irreale.

La casa di R. è aperta a tutti: genitori, fratelli, sorelle, cugini e amici sono sempre benvenuti. Sono tutti come una grande famiglia e hanno molto forte il senso della comunità. Un po' per timidezza e un po' per il mio inglese piuttosto stentato la comunicazione è stata inizialmente scarsa e difficoltosa, poi le cose sono andate meglio ed è nata una bella amicizia.
Ma naturalmente, sebbene avessi già pagato un contributo per il vitto e l'alloggio, non potevo star lì a far l'ospite senza metter mano al portafoglio: sono tutti molto poveri e io ho  fatto la mia parte.

E i bambini? L'OCS non era un orfanotrofio, come credevo, ma piuttosto un centro di raccolta fondi .I bambini ti salutano per strada, sono bellissimi e ne ho incontrati tanti in 4 differenti scuole, ma l'OCS chiedeva che fondassi io un orfanotrofio. Non era quello che volevo e pertanto, dopo qualche settimana, ho chiesto a J.M. di poter lavorare davvero in un orfanotrofio. Così, trascorso il primo mese, ho lasciato Mumbuni e mi sono trasferito a Nairobi, in un villaggio a circa 30 km dalla capitale chiamato Bul-Bul, presso Ngong. Qui trovo altri volontari,una coppia di americani e una di canadesi, ma un pezzo di cuore l'ho lasciato a Mumbuni, presso gli amici che mi avevano accolto come un fratello e salutato pieni di riconoscenza. "God bless you!", era il loro ringraziamento.

Nell'orfanotrofio, chiamato S. Paul Children Care Centre, le condizioni di vita sono decisamente migliori: ho una stanza tutta per me e c'è un bagno con doccia in un miniappartamento realizzato apposta per accogliere i volontari. Ci sono più di 70 bambini di diverse età, da 1 anno all'adolescenza. La direttrice, J., è una mia coetanea. Poco più che 40enne, ha due figlie di età superiore ai 20 anni ed è già nonna di una bimba di 2 anni.
La struttura comprende un orto, un ampio cortile dove i bambini possono giocare, una costruzione che è stata adesso adibita a libreria e sala computer.

Ci sono tre cucine, alcuni servizi, camere distinte per bambini e bambine di differenti età. C'è poi una mucca e qualche capra. Lo staff è composto da una quindicina di persone con differenti mansioni e i bambini sono sufficientemente assistiti: i più grandicelli si prendono cura dei più piccoli, ma gli adulti usano talvolta sistemi educativi inappropriati. Genitori, maestri ed educatori kenyoti usano, infatti, la stecca di legno per colpire i bambini disubbidienti come avveniva da noi una quarantina di anni addietro. La mia prima attività al Centro è la partecipazione ad un "medical camp" aperto alla gente del villaggio (distribuzione gratuita di medicinali, rilevazione della pressione del sangue e altro). Il Centro è un cantiere sempre aperto e il lavoro non manca: un giorno aiuto i bambini a ripulire un'area asportando terra e grosse pietre (lavori pesanti per bimbi così piccoli), un altro giorno mi dedico a spaccare sassi riducendone le dimensioni per lastricare un vialetto, un altro ancora recupero delle sedie per la scuola colorandole di verde e di giallo. Ho provato anche a zappare la terra per prepararla per la semina, ma dopo un paio d'ore le mie mani erano dolenti e piene di vesciche.

Il pomeriggio gioco coi bambini, la loro compagnia mi rende allegro, spensierato e bambino anch'io. Mi viene proposto di insegnare ai bambini nelle scuole, ma io non mi sento tagliato per questo, a me basta essergli amico e compagno di giochi, dargli conforto e assistenza. Penso che i bambini non abbiano bisogno di tanto, solo di essere seguiti. Noi adulti dovremmo seguire loro, non viceversa! Troppa educazione frustra la naturale creatività e spontaneità del bambino, rendendolo triste, arrabbiato e insicuro. Non sappiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è bene e cosa è male. Come possiamo insegnarlo ai bambini? Lasciamo che lo scoprano da soli e diamogli fiducia e sostegno, perchè non gli serve molto altro, io credo.

Il cibo non manca, ma è una cucina piuttosto povera: "ugali" (un tipo di polenta), "sucuma" (una verdura), riso, fagioli di differenti qualità, piselli, cavoli e ogni tanto "chapati" (simile alla piadina) e carne di capra. A colazione tè con latte, o meglio latte con tè (ma io preferivo comprare del caffè) con pane tostato, margarina e qualche marmellata, la sera si cenava con gli avanzi del pranzo. A volte cucinavano degli spaghetti (solitamente scotti) con un sugo di pomodoro, altre volte chips (patatine fritte). La frutta non manca:banane, mango, arance, avocado....Non male, nel complesso, ma la cucina italiana non ha rivali e, di tanto in tanto, mi recavo in un ristorante italiano a Nairobi per gustare qualcuno dei nostri piatti.

Rimango in S. Paul Children Care Centre un paio di mesi, poi devo rinnovare il visto sul passaporto, ed è un problema, perchè all'Ufficio Immigrazione di Nairobi esigono un permesso per lavorare come volontario, che sia J.M. che J. hanno difficoltà a rilasciarmi.
La soluzione alternativa è uscire dal Kenya per ottenere un nuovo visto turistico al rientro, ed è così che faccio. Ne approfitto per un minisafari in Tanzania, perchè voglio vedere il Kilimangiaro. L'esperienza tuttavia è piuttosto deludente: pochi animali che vedo male e da lontano, come lontana e poco visibile è la sacra montagna, nascosta dalle nuvole. Alla fine però ho il mio visto, che mi permette di restare ancora tre mesi. Ma ho voglia di visitare la zona costiera e continuare lì la mia attività e ne faccio a richiesta a J.M..

La mia nuova destinazione è Mombasa, che raggiungo dopo 8 ore di autobus.
L' orfanotrofio è situato su un isoletta collegata alla città da un continuo andirivieni di traghetti. Il Likoni Orphanage è una struttura su due livelli con su un terrazzo dal quale in lontananza si scorge l'oceano ed ospita circa 50 bambini. La mia sistemazione è un pò scomoda, gli spazi sono ridotti e dormo nella stessa stanza con una quindicina di bambini. Alcuni condividono lo stesso letto, qualcuno dorme per terra. Fa davvero caldo, e dal cielo non cade mai una goccia. Il direttore dell'orfanotrofio è un pastore protestante, come lo era G. nel distretto di Mwingi. L'influenza della Chiesa è ovunque molto forte in Kenya, ci sono tante chiese di differente orientamento l'una dall'altra, ma comunque d'ispirazione cristiana. L'altra religione presente nel paese, però minoritaria, è quella islamica, e fa un certo effetto vedere tante donne musulmane vestite interamente di nero, i soli occhi scoperti, quasi dei fantasmi. Ma la Chiesa, col proprio dogmatismo, se da un lato nuoce alla libertà di pensiero e allo sviluppo di una coscienza individuale ,prima che collettiva e di una spiritualità  priva di etichette, dall'altro aiuta attraverso la fede - ma anche materialmente -  a sopportare condizioni di vita altrimenti insostenibili per tanta gente e costituisce inoltre occasione di incontro e di festosa condivisione. La domenica i fedeli spendono mezza giornata in chiesa pregando, inneggiando, cantando e danzando. La maggioranza delle persone non ha altro che quello: la fede e......tanti figli. Figli come beni, doni del Signore! Forse è per quello che così tanti bambini rimangono orfani e indigenti, come lo erano i genitori, e che l' uomo bianco, " msungu", che arriva da lontano per portare aiuto è visto come mandato da Dio. E cosa chiedono loro all’uomo della Provvidenza?  Una sola cosa:soldi.

Sì, soldi. Il mio sostegno in Likoni Orphanage è stato soprattutto questo. Ho soddisfatto diverse richieste di denaro:per acquistare pentole e cucchiai, per il trasporto scolastico di alcuni bambini, per comprare e nutrire 200 pulcini, poi da rivendere come galline o per mangiare, per contribuire alla paga dei componenti lo staff dell'orfanotrofio. Ma ho anche regalato qualche zainetto per la scuola ai bambini, acquistato qualche libro di testo, pagato per un ricovero in ospedale e ogni venerdì compravo il pesce. L'elenco delle spese potrebbe continuare, e anche se a volte la situazione diveniva stressante e onerosa, perchè non sono ricco, il più delle volte l'ho fatto con piacere. 

Speculazione? In parte è così, ma lo capisci e agisci di conseguenza. Quello è comunque il loro bisogno, e se vuoi starci bene e non sentirti avaro, non puoi sempre tirarti indietro. Si dà quel che si può, e quel che diamo riceveremo. Certo, è auspicabile una presa di coscienza che questa gente cresca, si assuma la responsabilità per la propria condizione e divenga capace di autosostenersi.

Forse non dovremmo incoraggiare la dipendenza dai più ricchi, ma fintanto che questo processo di maturazione non si compia bisogna pur provvedere, se solidarietà significa qualcosa. A volte qualcuno mi fa notare che tanto vale, allora, inviare denaro dal nostro paese, con l'uso del conto corrente postale o bancario, e che non c'è alcun bisogno di andare a fare il volontario in Africa, perchè lo si può  fare in Italia. Già! Ma le relazioni umane, il contatto reale con la povertà, il confronto con le diversità razziali e culturali, la conoscenza di altre condizioni ambientali e l'esperienza di differenti stili di vita non valgono nulla?

Credo, comunque, che le cose stiano lentamente cambiando in questo paese in via di sviluppo. I giovani vogliono studiare e se pure pensano alla famiglia, non desiderano più così tanti figli, come le generazioni precedenti. Anche il sistema politico, a seguito delle ultime truffaldine elezioni presidenziali e alla conseguente guerra civile, sta evolvendo in senso più democratico. Purtroppo, come la storia insegna, i più veri e significativi mutamenti politici, giuridici, sociali e istituzionali richiedono, quasi sempre, un alto costo  in termini di vite umane, un tributo di sangue.

Cos'altro in Likoni ? Prestavo aiuto in cucina, distribuivo i pasti ai bambini e li portavo al mare. Lì è sempre estate, la spiaggia è bellissima e l'acqua sempre tiepida. Ho visitato altri posti sulla costa, in particolare Malindi e Watamu, due località frequentate da italiani, molti di loro colà residenti. In Watamu ho conosciuto due ragazzi che mi hanno fatto buona compagnia, portandomi in giro qua e là, e ho incontrato numerosi bambini abbandonati in un villaggio e tante bocche da sfamare:alcuni bambini raccoglievano vermi e cavallette, sarebbe stato quello il loro pasto. Ho allora comprato del cibo, farina e biscotti che ho distribuito ai bambini e alla gente del villaggio  e ai due ragazzi con cui ho fatto amicizia ho regalato una rete per pescare. 

Le ultime tre settimane le ho trascorse ancora a Nairobi, presso il S.Paul Children Care Centre,  dove i bambini mi hanno nuovamente accolto con gioia, e prima di ripartire per l'Italia, sono andato a ritrovare e salutare gli amici a Mumbuni. Questi continui spostamenti, in verità, sono estenuanti. Il trasporto pubblico nel Kenya è problematico e presenta non pochi rischi:strade dissestate, mezzi insicuri, traffico intenso e guida senza regole. Bus e "matatu"  (mini pullman a 12 posti) sono sempre affollati, si fanno una spietata concorrenza e, per guadagnare il massimo, continuano a caricare gente anche quando non c'è più posto. E non solo gente, anche animali come polli e capre: si viaggia tutti ammassati gli uni con gli altri. Diverse volte il mezzo su cui viaggiavo si è guastato, e ho dovuto cambiare vettura. Una volta l'autobus è uscito di strada, qualcuno ha riportato delle ferite e io, per fortuna, solo un grosso spavento e qualche lieve ammaccatura.

La mia esperienza nel Kenya si è dunque conclusa dove è cominciata, in Mumbuni nel distretto di Mwingi. Vi ho lasciato il mio ingombrante bagaglio e qualche vestito, e sono ritornato alleggerito della roba in eccesso. Ho salutato con un po' di tristezza quella gente povera ma ospitale, semplice e umile, che non conosce le cosiddette "buone maniere", che confida nella Divina Provvidenza, che chiama "brother" lo straniero (anche se in modo non del tutto disinteressato) e quelle donne che nascondono con lunghe vesti il proprio corpo, che considerano diabolica la birra ed immorale il fumo. Ho amato e odiato questo paese e questa gente, ma mi sono rimasti dentro con le loro bellezze e le loro brutture, i travagli e le contraddizioni. Dentro in profondità e per sempre.

 

 

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