E i bambini? L'OCS non era un orfanotrofio,
come credevo, ma piuttosto un centro di raccolta fondi .I bambini ti salutano
per strada, sono bellissimi e ne ho incontrati tanti in 4 differenti scuole,
ma l'OCS chiedeva che fondassi io un orfanotrofio. Non era quello che volevo e
pertanto, dopo qualche settimana, ho chiesto a J.M. di poter lavorare davvero
in un orfanotrofio. Così, trascorso il primo mese, ho lasciato Mumbuni e mi
sono trasferito a Nairobi, in un villaggio a circa 30 km dalla capitale
chiamato Bul-Bul, presso Ngong. Qui trovo altri volontari,una coppia di
americani e una di canadesi, ma un pezzo di cuore l'ho lasciato a Mumbuni,
presso gli amici che mi avevano accolto come un fratello e salutato pieni di
riconoscenza. "God bless you!", era il loro ringraziamento.
Nell'orfanotrofio, chiamato S. Paul Children
Care Centre, le condizioni di vita sono decisamente migliori: ho una stanza
tutta per me e c'è un bagno con doccia in un miniappartamento realizzato
apposta per accogliere i volontari. Ci sono più di 70 bambini di diverse età,
da 1 anno all'adolescenza. La direttrice, J., è una mia coetanea. Poco più che
40enne, ha due figlie di età superiore ai 20 anni ed è già nonna di una bimba
di 2 anni.
La struttura comprende un orto, un ampio cortile dove i bambini possono
giocare, una costruzione che è stata adesso adibita a libreria e sala
computer.
Ci sono tre cucine, alcuni servizi, camere
distinte per bambini e bambine di differenti età. C'è poi una mucca e qualche
capra. Lo staff è composto da una quindicina di persone con differenti
mansioni e i bambini sono sufficientemente assistiti: i più grandicelli si
prendono cura dei più piccoli, ma gli adulti usano talvolta sistemi educativi
inappropriati. Genitori, maestri ed educatori kenyoti usano, infatti, la
stecca di legno per colpire i bambini disubbidienti come avveniva da noi una
quarantina di anni addietro. La mia prima attività al Centro è la
partecipazione ad un "medical camp" aperto alla gente del villaggio
(distribuzione gratuita di medicinali, rilevazione della pressione del sangue
e altro). Il Centro è un cantiere sempre aperto e il lavoro non manca: un
giorno aiuto i bambini a ripulire un'area asportando terra e grosse pietre
(lavori pesanti per bimbi così piccoli), un altro giorno mi dedico a spaccare
sassi riducendone le dimensioni per lastricare un vialetto, un altro ancora
recupero delle sedie per la scuola colorandole di verde e di giallo. Ho
provato anche a zappare la terra per prepararla per la semina, ma dopo un paio
d'ore le mie mani erano dolenti e piene di vesciche.
Il pomeriggio gioco coi bambini, la loro
compagnia mi rende allegro, spensierato e bambino anch'io. Mi viene proposto
di insegnare ai bambini nelle scuole, ma io non mi sento tagliato per questo,
a me basta essergli amico e compagno di giochi, dargli conforto e assistenza.
Penso che i bambini non abbiano bisogno di tanto, solo di essere seguiti. Noi
adulti dovremmo seguire loro, non viceversa! Troppa educazione frustra la
naturale creatività e spontaneità del bambino, rendendolo triste, arrabbiato e
insicuro. Non sappiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è bene e cosa è
male. Come possiamo insegnarlo ai bambini? Lasciamo che lo scoprano da soli e
diamogli fiducia e sostegno, perchè non gli serve molto altro, io credo.
Il cibo non manca, ma è una cucina piuttosto
povera: "ugali" (un tipo di polenta), "sucuma" (una verdura), riso, fagioli di
differenti qualità, piselli, cavoli e ogni tanto "chapati" (simile alla
piadina) e carne di capra. A colazione tè con latte, o meglio latte con tè (ma
io preferivo comprare del caffè) con pane tostato, margarina e qualche
marmellata, la sera si cenava con gli avanzi del pranzo. A volte cucinavano
degli spaghetti (solitamente scotti) con un sugo di pomodoro, altre volte
chips (patatine fritte). La frutta non manca:banane, mango, arance,
avocado....Non male, nel complesso, ma la cucina italiana non ha rivali e, di
tanto in tanto, mi recavo in un ristorante italiano a Nairobi per gustare
qualcuno dei nostri piatti.
Rimango in S. Paul Children Care Centre
un
paio di mesi, poi devo rinnovare il visto sul passaporto, ed è un problema, perchè all'Ufficio Immigrazione di Nairobi esigono un permesso per lavorare
come volontario, che sia J.M. che J. hanno difficoltà a rilasciarmi.
La soluzione alternativa è uscire dal Kenya per ottenere un nuovo visto
turistico al rientro, ed è così che faccio. Ne approfitto per un minisafari in
Tanzania, perchè voglio vedere il Kilimangiaro. L'esperienza tuttavia è
piuttosto deludente: pochi animali che vedo male e da lontano, come lontana e
poco visibile è la sacra montagna, nascosta dalle nuvole. Alla fine però ho il
mio visto, che mi permette di restare ancora tre mesi. Ma ho voglia di
visitare la zona costiera e continuare lì la mia attività e ne faccio a
richiesta a J.M..
La mia nuova destinazione è Mombasa, che
raggiungo dopo 8 ore di autobus.
L' orfanotrofio è situato su un isoletta
collegata alla città da un continuo andirivieni di traghetti. Il Likoni
Orphanage è una struttura su due livelli con su un terrazzo dal quale in
lontananza si scorge l'oceano ed ospita circa 50 bambini. La mia sistemazione
è un pò scomoda, gli spazi sono ridotti e dormo nella stessa stanza con una
quindicina di bambini. Alcuni condividono lo stesso letto, qualcuno dorme per
terra. Fa davvero caldo, e dal cielo non cade mai una goccia. Il direttore
dell'orfanotrofio è un pastore protestante, come lo era G. nel distretto di
Mwingi. L'influenza della Chiesa è ovunque molto forte in Kenya, ci sono tante
chiese di differente orientamento l'una dall'altra, ma comunque d'ispirazione
cristiana. L'altra religione presente nel paese, però minoritaria, è quella
islamica, e fa un certo effetto vedere tante donne musulmane vestite
interamente di nero, i soli occhi scoperti, quasi dei fantasmi. Ma la Chiesa,
col proprio dogmatismo, se da un lato nuoce alla libertà di pensiero e allo
sviluppo di una coscienza individuale ,prima che collettiva e di una
spiritualità priva di etichette, dall'altro aiuta attraverso la fede - ma
anche materialmente - a sopportare condizioni di vita altrimenti
insostenibili per tanta gente e costituisce inoltre occasione di incontro e di
festosa condivisione. La domenica i fedeli spendono mezza giornata in chiesa
pregando, inneggiando, cantando e danzando. La maggioranza delle persone non
ha altro che quello: la fede e......tanti figli. Figli come beni, doni del
Signore! Forse è per quello che così tanti bambini rimangono orfani e
indigenti, come lo erano i genitori, e che l' uomo bianco, " msungu", che
arriva da lontano per portare aiuto è visto come mandato da Dio. E cosa
chiedono loro all’uomo della Provvidenza? Una sola cosa:soldi.
Sì, soldi. Il mio sostegno in Likoni
Orphanage è stato soprattutto questo. Ho soddisfatto diverse richieste di
denaro:per acquistare pentole e cucchiai, per il trasporto scolastico di
alcuni bambini, per comprare e nutrire 200 pulcini, poi da rivendere come
galline o per mangiare, per contribuire alla paga dei componenti lo staff
dell'orfanotrofio. Ma ho anche regalato qualche zainetto per la scuola ai
bambini, acquistato qualche libro di testo, pagato per un ricovero in ospedale
e ogni venerdì compravo il pesce. L'elenco delle spese potrebbe continuare, e
anche se a volte la situazione diveniva stressante e onerosa, perchè non sono
ricco, il più delle volte l'ho fatto con piacere.
Speculazione? In parte è così, ma lo capisci
e agisci di conseguenza. Quello è comunque il loro bisogno, e se vuoi starci
bene e non sentirti avaro, non puoi sempre tirarti indietro. Si dà quel che si
può, e quel che diamo riceveremo. Certo, è auspicabile una presa di coscienza
che questa gente cresca, si assuma la responsabilità per la propria condizione
e divenga capace di autosostenersi.
Forse non dovremmo incoraggiare la
dipendenza dai più ricchi, ma fintanto che questo processo di maturazione non
si compia bisogna pur provvedere, se solidarietà significa qualcosa. A volte
qualcuno mi fa notare che tanto vale, allora, inviare denaro dal nostro paese,
con l'uso del conto corrente postale o bancario, e che non c'è alcun bisogno
di andare a fare il volontario in Africa, perchè lo si può fare in Italia.
Già! Ma le relazioni umane, il contatto reale con la povertà, il confronto con
le diversità razziali e culturali, la conoscenza di altre condizioni
ambientali e l'esperienza di differenti stili di vita non valgono nulla?
Credo, comunque, che le cose stiano
lentamente cambiando in questo paese in via di sviluppo. I giovani vogliono
studiare e se pure pensano alla famiglia, non desiderano più così tanti figli,
come le generazioni precedenti. Anche il sistema politico, a seguito delle
ultime truffaldine elezioni presidenziali e alla conseguente guerra civile,
sta evolvendo in senso più democratico. Purtroppo, come la storia insegna, i
più veri e significativi mutamenti politici, giuridici, sociali e
istituzionali richiedono, quasi sempre, un alto costo in termini di vite
umane, un tributo di sangue.
Cos'altro in Likoni ? Prestavo aiuto in
cucina, distribuivo i pasti ai bambini e li portavo al mare. Lì è sempre
estate, la spiaggia è bellissima e l'acqua sempre tiepida. Ho visitato altri
posti sulla costa, in particolare Malindi e Watamu, due località frequentate
da italiani, molti di loro colà residenti. In Watamu ho conosciuto due ragazzi
che mi hanno fatto buona compagnia, portandomi in giro qua e là, e ho
incontrato numerosi bambini abbandonati in un villaggio e tante bocche da
sfamare:alcuni bambini raccoglievano vermi e cavallette, sarebbe stato quello
il loro pasto. Ho allora comprato del cibo, farina e biscotti che ho
distribuito ai bambini e alla gente del villaggio e ai due ragazzi con cui ho
fatto amicizia ho regalato una rete per pescare.
Le ultime tre settimane le ho trascorse
ancora a Nairobi, presso il S.Paul Children Care Centre, dove i bambini mi
hanno nuovamente accolto con gioia, e prima di ripartire per l'Italia, sono
andato a ritrovare e salutare gli amici a Mumbuni. Questi continui
spostamenti, in verità, sono estenuanti. Il trasporto pubblico nel Kenya è
problematico e presenta non pochi rischi:strade dissestate, mezzi insicuri,
traffico intenso e guida senza regole. Bus e "matatu"
(mini pullman a 12 posti) sono sempre affollati, si fanno una spietata
concorrenza e, per guadagnare il massimo, continuano a caricare gente anche
quando non c'è più posto. E non solo gente, anche animali come polli e capre:
si viaggia tutti ammassati gli uni con gli altri. Diverse volte il mezzo su
cui viaggiavo si è guastato, e ho dovuto cambiare vettura. Una volta l'autobus
è uscito di strada, qualcuno ha riportato delle ferite e io, per fortuna, solo
un grosso spavento e qualche lieve ammaccatura.
La mia esperienza nel Kenya si è dunque
conclusa dove è cominciata, in Mumbuni nel distretto di Mwingi. Vi ho lasciato
il mio ingombrante bagaglio e qualche vestito, e sono ritornato alleggerito
della roba in eccesso. Ho salutato con un po' di tristezza quella gente povera
ma ospitale, semplice e umile, che non conosce le cosiddette "buone maniere",
che confida nella Divina Provvidenza, che chiama "brother" lo straniero (anche
se in modo non del tutto disinteressato) e quelle donne che nascondono con
lunghe vesti il proprio corpo, che considerano diabolica la birra ed immorale
il fumo. Ho amato e odiato questo paese e questa gente, ma mi sono rimasti
dentro con le loro bellezze e le loro brutture, i travagli e le
contraddizioni. Dentro in profondità e per sempre.