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Diario a tre mani dal Togo

 

Giorgio di Milano, Valeria di Roma, Natascia di Udine dal 2008  hanno costituito una piccola comunità italiana in TOGO e collaborano attivamente con JED  costruendo "kalebas" (lampade costruite dal guscio di zucche), dipingendo "batik"  (tecnica particolare di pittura su tessuto) e sostenendo ogni sforzo che la realtà locale esprime.

Il loro " diario a tre mani" è uno spunto in più per riflettere che diventa patrimonio comune.      

 

Da Lomè (Togo – West Africa) Giorgio, Valeria e Natascia

La mia dedica per questi scritti va alla mia famiglia (lontana migliaia di km ma sempre vicina)  a Bob Marley, Alpha Blondy, Tiken Jah Fakoly, Thomas Sankara e a tutte quelle persone che lottano ogni giorno per assicurare un futuro migliore all’Africa, in particolare, alle donne africane in modo che, come dice Marco Aime,”un giorno la loro fatica venga alleviata...”.   (N)

 

Domenica 10 maggio 2009

La terrazza Togo1

Dalla terrazza si vede tutto

Le due palme che ho giusto di fronte,sono impeccabili sentinelle, testimoni di ciò che accade,di ciò che succede sulla strada e nella corte sottostante.

Tra musiche africane, lamenti di piccoli bambini, io penso e le due palme, sempre loro,rispondono e spiegano, ondeggiando, il loro pensiero.

Questo fantomatico ma profondissimo dialogo si risolve quasi sempre con un reciproco ringraziamento.  (G)

 

Mercoledì 20 maggio 2009

Sulla strada dell’aereoporto, rivivendo tutti quei pensieri fatti quando quella meta era me che attendeva. Sembrano lontani quei tempi.

Ora che sono di nuovo qui, mi chiedo anche se forse e’ un po’ presto , il perchè.  E’ presto per porsi delle domande tanto quanto è presto per darsi delle risposte.

Qui non mancano i momenti per pensare, gli attimi sembrano scorrere lentamente a tuo piacimento sospesi in una bolla temporale che purtroppo è solo un’illusione finchè esisterà un calendario a distruggere la tua percezione  e io quasi tra l’indifferenza di tutti e di tutto approfitto per riflettere.

Rifletto su cosa voglio da questo paese, e ciò che veramente desidero è assorbire la forza della vita che si sprigiona negli occhi e nelle speranze di questa gente, nei loro sorrisi pieni non di felicità ma di forza appunto,la vita che si trova nei mille colori che animano le strade, la vita che scorre nel ritmo del sangue di questo popolo, nelle loro danze nei loro canti o semplicemente nell’incontro di un bastone e un pezzo di latta, la melodia della terra che s’innalza in cielo senza paura di sfidarlo armata solamente della sua forza di esistere.

Vorrei tornare senza dimenticare il piacere delle piccole cose come una serata in compagnia del cielo, l’alzarmi solamente per assaporare la frescura del sole che annuncia una giornata guardando la vita che comincia a prendere il suo corso, il piacere di essere padrona del mio tempo o ascoltare i consigli del silenzio sotto l’ombra di un mango.

Vorrei anche trasmettere qualcosa a questa gente, principi che la storia ha fatto si che io avessi dentro e che io stessa probabilmente  non avrei avuto il coraggio di creare dal nulla, parlo della libertà di opporsi alle fatalità.

Coscienza che deve nascere principalmente nelle cose del quotidiano prima che possa un giorno opporsi al corso della storia.     (V)  

 

Sabato 23 maggio 2009

“Gban Gban ils ont cree’ dra ils vont prendre dra....

J’ai voulu leur parler ces politiciens n’ecoutent pas j’ai voulu les advertir ils n’eintendent pas....
Et ce qui douvait arriver arriva leur soif de pouvoir un jour les perdra....
Un jour viendra le peuple se revoltera un jour viendra le peuple se lancera....”

Alpha Blondy – Gban Gban

 
E' mattina e fa già caldo. Mi siedo accendendomi una sigaretta.
Davanti a me un’albero di mango e un cumulo di immondizia non ancora bruciata....dovrà aspettare la luce rossa del tramonto per diventare cenere.

Donne che fanno rifornimento d’acqua con enormi bacinelle sulla testa. Il piccolo campo di calcio sabbioso bruciato dal sole. Più in là, un’altro mondo, capanne d’argilla con il tetto di paglia e fumo che, lento, raggiunge il cielo. Qualcuno cucina con il fornelletto a carbone. Queste persone hanno deciso di vivere così, anche se il mondo tutto intorno va avanti: eppure sono solo a  pochi metri da dove sono seduta e sembra un’altro pianeta.
Qualcosa di selvaggio e primitivo in loro mi attira morbosamente. Sono sempre stati lì, ci rimarranno sempre, perchè il tempo si è fermato, non conta, semplicemente è un valore che non ha senso. Li invidio perchè non c’è ansia nè frustrazione o almeno non ci sono per come posso intendere io questi concetti nella mia testa.

Cosa faccio qui? Cosa sono venuta a cercare? Me lo domando ogni mattina aspirando boccate di fumo mentre guardo il mango. La conferma delle mie ansie e paure. Un anno della mia vita trascorso a osservare la vita  che scorre in un altro continente. Molto da imparare, troppe cose per cui combattere. Apri gli occhi e trova sempre il coraggio anche per aprire la tua testa, lascia il superficiale per andare incontro al profondo.  (N)

 

Sabato 6 giugno 2009

 Essere su quella piroga, ripercorrendo un ipotetico viaggio in compagnia di Caronte, vedere le stesse cose che tanti occhi condannati a un tragico destino hanno visto fa un effetto strano.

Oggi ancora si percepisce la presenza di quel passato che non ha fatto il suo tempo, è vivo e ha lasciato dietro di sè tanta miseria. La mia piccola testa non può neanche immaginare cosa voglia dire riscattarsi da tanta tragicità e neanche come ciò abbia potuto aver luogo, lo stupro di un popolo durato secoli per poi abbandonarne i resti esangui al proprio destino come se niente fosse successo.

Mi sono chiesta cosa pensassero o facessero tutte quelle persone durante il loro viaggio della morte, sono riuscita ad immaginare solo occhi vitrei incapaci di vedere un futuro che cantavano librando le loro anime nel cielo e nelle acque che ancora custodiscono quelle libertà perdute. Ancora oggi l’Africa canta, una canzone che ha il sapore della speranza, la speranza di un futuro fatto di giustizia.   (V)

 

Lunedì 8 giugno 2009

Incominciare a vivere Togo2

Solo quando non scorgerò più la rassegnazione stampata sul volto di una donna  che cammina con un catino d’acqua in testa, la stessa,presente sul volto di un uomo che, sotto il sole cocente spinge il suo carrello pieno di carbone, allora,solo allora, inizierò a pensare che l’Africa potrà vivere giorni migliori.  (G)

 

Lunedì 8 giugno 2009

Peter Gabriel docet Togo3

“You’ve got to get in to get out”

Così cantava il grande maestro dei Genesis negli anni settanta.

Forse, è proprio da queste parole  che i miei amici africani dovrebbero iniziare a cogliere lo spunto per migliorarsi.       (G)

 

Sabato 27 giugno 2009

Mami Lucie abita e lavora vicino a casa nostra. Per noi è semplicemente Mami. Ha un piccolo negozio di alimentari dove vende pane, latte concentrato, cipolle, spazzolini da denti e molto molto altro.

Ha l’età di mia madre, un marito geometra e tre figli che vanno tutti a scuola.

La puoi vedere da lontano, seduta su una panca di legno sotto al portico, che già ride e ti saluta.

Lei è unica....ogni giorno al lavoro, si alza alle cinque del mattino e chiude alle nove di sera. Quando non c’è, probabilmente è partita al mercato per fare approvvigionamenti, è andata a salutare i parenti o si prende qualche ora di riposo, sfinita da un attacco di malaria.

Ha un sorriso bianchissimo incorniciato da un volto d’ebano dalla bellezza sconvolgente. La cicatrice del suo villaggio sulla guancia. Un cappello di velluto col fiocco sempre in testa. Le braccia sode e scolpite da una vita di fatica. Mi ricorda una maschera africana.

Mami è il sole: se hai avuto una giornata piena di pensieri basta andare un attimo da lei perchè ti passi tutto.

Quando compro le sigarette mi regala sempre i fiammiferi.

Vorrei infilarmela in valigia e portarla in Italia: non le trovi dappertutto donne così tremendamente forti e semplici allo stesso tempo.

Mami mi insegna l’ewe un pò alla volta: gergo tecnico, come comprare i pomodori. E ogni volta che provo a parlarlo, si butta a terra dal ridere e apprezza in silenzio continuando a prendermi in giro.     (N).

 

Sabato 27 giugno 2009

“Noi bianchi, qui in Africa, passiamo almeno metà del tempo a lottare contro le perturbazioni del nostro intestino e l’altra metà, in quanto italiani, a parlare di cucina. Per il resto, si cerca di lavorare...” 

In pratica, si parla sempre di "merda" quando si mangia....  (N)

 

Sabato 4 luglio 2009 Madibà

Ora ho sonno (togo 4)

Due bambini chiassosi, ridenti. Cinque bambine che danzano,che battono le mani
Due moto ferme al bordo della strada, due ragazzi che si abbracciano,che si toccano a vicenda,prendendosi in giro.

Due donne che, mano nella mano,camminano un po' in disparte,quasi a voler nascondere ciò che si stanno confidando. Il fabbro, il carbonaio, la sarta, e, ancora, la cameriera, la commessa, la parrucchiera.

Tutti con i loro rumori.

Poi,ad un certo punto del giorno,il sonno incombe e,come d'incanto,tutto tace e, tutti dimenticano tutto. (G)


Giovedì 16 luglio 2009

Penso al mio ritorno in Italia . E penso sempre all’Africa.  Troppe cose da cambiare, tutte insieme. Probabilmente non c’è speranza per questo continente dimenticato perchè fa comodo a tanti lasciarlo in queste
condizioni. Se mi metto a pensarci troppo, mi spaccherei la testa contro
il muro. L’Africa non ha bisogno di assistenzialismo, non hanno bisogno di
aspettarci con le mani tese e con qualsiasi richiesta in bocca; ma la colpa è fondamentalmente nostra perchè li abbiamo abituati così.
Come spiegare ai bambini che mi chiedono i soldi per strada che così non è giusto e non si risolve niente? Come dire anche agli adulti che l’Europa non è il paradiso e io non mi faccio la doccia con il denaro? Come far capire che se sto qui da tanto tempo è perchè sto cercando di vivere nello stesso loro modo? Come mettere in chiaro che non sono un “euro che cammina”?

Questione estremamente delicata. Troppi bianchi prima di noi sono venuti qui con la sindrome di Babbo Natale, pieni di "cadeaux" da distribuire a destra e a manca...  E' normale che questa concezione è rimasta. insieme a tanti altri pregiudizi e chiusure mentali. A volte mi chiedo se la mia presenza qui inneschi un vero scambio culturale o se questo non sia solamente un’utopia che io mi sia ostinata a realizzare. Ancora la risposta non la trovo. Troppe volte sono loro a mettere delle barriere in principio.
E’ vero, siamo culturalmente diversi ma la differenza finisce qui.
Quello che posso fare io è rifiutare gentilmente quando mi viene chiesto del denaro o mi viene proposto di prendermi in sposa.
All’inizio non è facile, ti violenta dentro, perchè per UN europeo 50 franchi CFA non sono niente, ma poi inizi a dire no, ti fai la corazza e col tempo impari pure a scherzarci su, facendo dell’ironia con una battuta.
Quel tipo che diceva che l’Africa ti distrugge, non aveva torto...  (N).


Venerdì 17 luglio 2009

Il pavè di Bè

Il pavè di Bè non è regolare.  Non è piano Ha molte buche
Non a causa della pioggia Le mattonelle sono state tolte
Sono state lanciate per lottare contro un crimine

La strada non è stata più riparata.  Rimasta abbandonata a se stessa
In questo quartiere che anche Dio ha dimenticato
Come dicono a scuola.                            (N) .

 

 

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